Dimmi la verità

 
 
 
di Andrea Mauri
 
 
 
 

Mi devi una spiegazione, Riccardo. Esigo una risposta. Qualcosa che mi conforti, che mi scaldi stanotte. I medici ripetono che si manifesta in mille modi, la bestia proteiforme. Che ti assale quando meno te l’aspetti e ti fa sragionare. Ho bisogno di certezze, cazzo. Sono malato? Non lasciarmi solo come hai fatto l’anno scorso. Rinuncia alla cena della vigilia. Rimani con me. Tutta la notte. Abbracciati. Stretti fino a strozzare la bestia nel corpo. Uniti fino al domani. Se riesco a vincere il panico almeno nel giorno di Natale vorrà dire che ne sarò fuori. Definitivamente fuori. E potremo tornare insieme.

Ho bisogno di certezze. Non posso brancolare nel buio. Prenditi la responsabilità di dirmi come stanno le cose: perché le gambe mi tremano e cuore e polmoni si fermano all’improvviso? Per quello che chiamano panico? Subdolo, strisciante, ammiccante come tante lucine intermittenti che addobbano case, giardini, alberi. Queste luci sanno affondarti nel vortice per poi sputarti fuori, rigettarti come un rifiuto dopo averti massacrato l’anima e averla ridotta in poltiglia con la falsa promessa di una festa che semina solo panico. Puoi spiegarmi se la bestia dell’anima torna sempre a Natale oppure sono io che ho le traveggole? Cazzo, ho bisogno di certezze. Rispondimi, Riccardo. Abbracciami. Abbracciami, rispondimi. Scegli tu, ma stammi vicino in questa vigilia di panico.

Ti prometto che non reagirò male. Qualsiasi rocca-di-calascioverità vorrai confessarmi. Anzi, ti autorizzo a sputarmela in faccia, la verità. A costo di leccarmi le labbra con l’umido della tua saliva viscosa che sa di troppo tabacco. Perché non vuoi dirmi che vado sempre in crisi, quando vivere diventa un gioco da equilibristi, quando non sono permessi passi falsi, quando bisogna stare attenti a quello che si dice in famiglia, soprattutto a Natale? Già, il Natale inviolabile, la festa statica in cui è meglio riempirsi la bocca di cibo che lasciarla libera di raccontare verità sconvenienti. Pure tu sei figlio di questo Natale immobile. Allora, che aspetti a sputarmi in faccia? C’è dell’altro che non so? Che non posso sapere? Riccardo, se non ci proteggiamo l’uno con l’altro, che ci facciamo insieme? Abbandoniamo almeno per quest’anno le famiglie. Trascorriamo un Natale per conto nostro, almeno uno. Ci hanno separato a ogni festa, continueranno a farlo se gliene diamo l’opportunità. Riccardo, abbandoniamo tutto e ti prometto che non avrò più attacchi di panico. La bestia sparirebbe, se solo riuscissimo a stringerci senza mai lasciarci, da stanotte a domani, e a svegliarci stanchi per lo sforzo di restare incollati. Ti immagini come sarebbe bello lasciare le imposte aperte, spegnere la luce e far entrare solo l’intermittenza delle luci degli addobbi che colorano la strada? Ti immagini come sarebbe ridicolo provare a contare i secondi che passano tra un colore e l’altro? Sono sicuro che se provassimo a giocare insieme stanotte, il panico si spaventerebbe della nostra felicità, si sentirebbe un intruso e sparirebbe da noi, almeno per questo Natale.

Dove ci siamo bloccati? Credo alla prima notte insonne. Non riuscivo a sopportare il vuoto notturno. Avevo bisogno della tua luce. Ti scuotevo come un corpo privo di vita. Non reagivi. Non riconoscevi il tatto di chi ti accarezzava da cinque anni. Eri drogato dal vino della cena, come se avessi fatto uso di polverine stravaganti. Non ti importava del cuore che sentivo in gola, del tremolio infinito alle gambe. Non potevo morire nel letto accanto a te, non potevo finire così. Non avrei sopportato l’orrore del tuo risveglio nella stanza putrida, dove avresti scoperto il mio corpo stanco e prosciugato dal panico. Allora il tum tum sconsiderato del sangue si è trasformato in grido di dolore. Un grido penetrante, che ha frantumato il sonno del vinto. Abbiamo smesso di dormire da quella notte, prossima a un altro Natale, carica di separazione, di incomprensione, di richiesta di famiglia. Tu, perché temevi la fine precoce dell’amore; io, perché ogni volta che serravo gli occhi, tornava il cuore in gola, lo svuotamento dell’anima e il tremore nelle gambe.

Ti ho scrutato meglio l’altra mattina allo specchio. È un po’ che non ci incontriamo o che facciamo in modo di non incontrarci. Perché ti sei svegliato presto, Riccardo? Non sei riuscito a prendere sonno? Qualcosa non andava l’altra mattina? Ti ho osservato a fondo allo specchio, alle spalle, una spanna più alto di me. Avevi l’aspetto di un teschio, le orbite pronunciate, le tempie concave, gli zigomi che quasi esplodevano. Mi guardavi attraverso le ombre nere degli occhi, ombre dalle sembianze di sentieri rugosi dove si incagliano stelle insonni, attirate dalla trappola notturna, catturate per imprigionarle ed estinguerle con il dolore.

Ora più che mai ho bisogno di certezze. Ora che ti vedo come un teschio. Accetteresti di accogliere tra le braccia un mucchio di ossa amorfe, gettate alla rinfusa nella fossa comune di un futuro avulso? Lo sopporteresti, Riccardo? Eppure basterebbe poco per invertire la rotta. La verità, occorrerebbe. Quella verità che ti ostini a celarmi. Sono malato? Quel panico che mi rende invalido in questi giorni vacui, è invincibile come penso? Hai accennato un sorriso al mio delirio, invece di darmi una spiegazione, di assumerti una responsabilità. Il nostro specchio gioca brutti scherzi. Ci ho visto un teschio sorridere coi denti gialli per il tabacco e la sfacciataggine del primo incontro. Un teschio seducente, un abominevole scherzo della natura. Sono davvero brutto? mi hai chiesto a bruciapelo. E su quella domanda ci siamo bloccati ancora.

Non possiamo separarci a Natale. Quest’anno, più degli altri, esige la verità. Dammi una spiegazione sul mio male di vivere e ti confesserò perché quella mattina non ho risposto alla tua domanda: sono davvero brutto? Come facevo a dirti la verità, io che fremevo per ascoltare la tua? Avevi l’aspetto di un teschio a causa del sonno prezioso che i miei attacchi di panico ti avevano sottratto. Ho tergiversato, ho alleggerito la tensione, ho dato la colpa al troppo tabacco: forse faresti bene a smettere di fumare, forse il sonno tornerebbe ad accompagnarti nelle notti in cui prosciughi le stelle. Siamo diventati bugiardi. Entrambi abbiamo acconsentito alla menzogna di intromettersi nel rapporto. Il filo si è spezzato sul cuore in gola e le gambe instabili, sui vuoti d’anima e sulla ricerca della verità. Abbiamo bisogno di chiarezza, cazzo. Altrimenti diventeremo un mucchio di ossa confuse. Ossa anonime. Sarà questo il nostro destino, Riccardo, se non passeremo insieme il Natale e al diavolo le famiglie che non ci vogliono considerare, che in questi cinque anni hanno fatto di tutto per separarci. Io un mucchio di ossa, tu un teschio. Noi due allo specchio a commiserarci per quel che ci resta da vivere. Verrò gettato in una fossa comune, inciamperò in mille altri teschi. Ci sarà anche il tuo in quel groviglio grigiastro che mistifica la realtà? Non voglio passare l’eternità a cercarti in quella confusione mortifera. Non ci riconosceremo, se prima non ci racconteremo le verità sul nostro amore e sui nostri Natali separati.

Potremmo ancora salvare carne e sangue, se tu ammettessi che per colpa della nostra lontananza i battiti notturni sono impazziti. Gli esperti sostengono che gli attacchi di panico peggiorano con il tempo, ti rendono invalido se non bloccati sul nascere. Come posso sradicarli, Riccardo, se nemmeno tu mi spieghi che cosa significano il cuore in gola, le gambe tremolanti, l’anima prosciugata? Sputami in faccia la verità, cazzo. Ho bisogno di chiarezza. Sputami in bocca quelle parole che hanno il gusto della saliva e del tabacco.

Abbiamo fatto la scelta giusta, decidendo di partire, di concederci il tempo necessario per scoprire la verità e la bellezza. Niente più specchi indiscreti, niente più veglie forzate e orari sballati. Due giorni per noi. Al bando l’horror vacui. Musei, palazzi e strade ci aiutano a dimenticare il panico, l’insonnia, il teschio, l’ossario, la miserabile fine. Persino le notti tornano a funzionare. Stremati da camminate compulsive, le stelle non si spengono più in nostra presenza. Rimangono accese a benedire il sonno, a vegliare sui nostri corpi, sul mio per non sconvolgere l’armonia di quelle giornate e sul tuo per concedere agli occhi di chiudersi e di colmare i solchi dove le stelle di solito rimangono intrappolate. Questi due giorni insieme non sono un tranello. Sono reali, tangibili. Però Riccardo, però …

Ti sei svegliato con un’idea fissa: c’è quella torre alta e fiera in mezzo al borgo, lassù si ripara la bellezza. Mi sono lasciato trascinare dal tuo entusiasmo. La torre sembra chiusa al pubblico. Un cartello indica il telefono di un vicino, un misterioso possessore delle chiavi di quest’antico scrigno della storia. Tu insisti, un sacro fuoco ti spinge a salire in cima alla torre, alla scoperta di un dettaglio o di un segnale o di qualsiasi altra cosa. Presto scopriamo che il vicino misterioso non è poi così misterioso. Abita nella strada accanto alla torre, in solitudine, anche in questi giorni di Natale. Ha una gran voglia di chiacchierare e di sbandierare con orgoglio la scelta di isolarsi dal resto del mondo, di restare in questo borgo affascinante e discreto, anche quando la maggior parte degli abitanti ha deciso di abbandonarlo. Ci racconta di essersi autoproclamato custode della bellezza. Il nostro insolito terzetto ai piedi della torre è sovrastato dalla giornata perfetta, dal silenzio a singhiozzo, dal vento che piega gli alberi sulle case. La bellezza sta pure nelle nuvole striate, spalmate come tempera bianca da dita sapienti. Il guardiano della torre rigira tra le mani una grossa chiave arrugginita. Serve a sbloccare un lucchetto antelucano per aprire una porta di legno, agganciata a cardini potenti. Dentro, uno spazio di pietra, scalini consumati che annunciano la fatica di arrampicarsi in cima. Il custode ci lascia soli nel silenzio singhiozzante. I gradini sono instabili, pietra resa scivolosa da piedi antichi. La scala inizia ad avvitarsi su se stessa: dammi la mano, Riccardo. Mi fai male, rispondi. Ho bisogno di stringertela fino a spremerne il sudore.

Non reagisci più. Forse è l’effetto del luogo magico, oppure l’incantesimo della torre: sei tornato teschio. Perché proprio adesso, che siamo a un passo dalla perfezione? Perché? Pure tu stringi le mie mani, ma con dita straniere, irriconoscibili dopo cinque anni. Continui a scalare il torrione senza voltarti, avanzi spedito anche nei punti perigliosi, dove il corpo è costretto a restringersi per oltrepassare l’ostacolo. Arranco dietro a uno scheletro, Riccardo. Non ti vedo più come un essere umano. Mi trovo da solo nello scrigno della bellezza, rinchiuso in una prigione di pietra in cui penetrano refoli di quel vento estremo, che interrompono il silenzio della Storia. Intorno a me c’è il buio della torre e le correnti che si infilano nelle feritoie e mi schiaffeggiano il volto. Sono da solo perché non sei più tu, Riccardo. Sento tra le mani le tue ossa. La sovrapposizione temporale mi disorienta, scatena di nuovo il ritmo anomalo dei battiti e il tremolio alle gambe. Ti imploro di aiutarmi, l’eco delle pietre urla il tuo nome. Uno scheletro non ascolta, non si guarda attorno. Ti strattono, ti avvicino. Inutilmente. Rimani in trance, procedi come un mucchio di ossa guidato da forze superiori. Hai sviluppato una forza sovrumana che mi spinge in cima.

La terrazza che gira intorno alla torre è ormai prossima. Strattono la tua camicia di lino, mi afferro all’unico appiglio familiare. Non voglio uscire. Non sono pronto ad affrontare il rumore degli alberi piegati sul borgo. Invece mi trascini oltre l’ultimo gradino per rivedere la luce. Mi colpiscono la cecità e lo sbandamento per l’aria troppo violenta. Il vento mi caccia fuori dalla bocca la disperazione. Riccardo ti prego, guardami. Ti scongiuro, fermami. Stringimi quella mano, trattienimi. Da solo non ce la faccio, non riesco a controllare il panico. Sono troppo in alto. Parlami, dimmi qualcosa. Accade tutto così, senza preavviso? Perché non mi consoli? La pianti con questa storia del teschio?

Le orecchie hanno deciso di abbandonare i suoni terreni. Le gambe hanno deciso di avere sofferto abbastanza. Il cuore ha deciso di essere stanco di correre a vuoto. Ora più che mai ho bisogno di certezze. È panico questo? Rispondimi Riccardo, poi non ti tormenterò più. È il panico di una mente sfinita, che non aspetta altro che il gesto estremo per riposare? Nell’assenza di suoni umani la tua mano continua a essere un mucchio di ossa. Non sento più singhiozzare il vento. Mi guida una sordità nuova intorno alla terrazza. C’è il silenzio assoluto e ci sono le sferzate delle correnti insidiose. L’anima si trascina svuotata verso l’orlo del bastione. Apro la bocca per gonfiarla. Come una mongolfiera che si erge nel cielo prima di spiccare il volo. Sono carico abbastanza per provarci. È il giorno giusto, pieno di vento, per volare. Uno sguardo indietro, distratto. Riccardo è un insieme di ossa inermi, la mandibola semiaperta in un ghigno di stupore. Voglio ricordarlo così. Voglio imprimere il ghigno nella memoria prima di concludere la traiettoria che dalla cima della torre mi scaraventa in mezzo alla terra verde di frescura per esserne inghiottito insieme alle radici.

 
 

Andrea Mauri vive a Roma. Ha collaborato con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche. Dal 1995 svolge attività di redattore in Rai e attualmente lavora nell’archivio storico dell’azienda. Ha pubblicato il romanzo “mickeymouse03” per Alter Ego Edizioni (2016), recensito su Squadernauti (dove è apparso anche l’inedito Stato di fermo), oltre a racconti in antologie, riviste letterarie e blog.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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