La sera che ho deciso di bloccare la strada

 
 
 

Nei nove racconti che compongono La sera che ho deciso di bloccare la strada, scritto da Walter Comoglio ed edito da Gorilla Sapiens nell’ottobre del 2016, le vicende non scaturiscono dalla zona emersa del mondo, dove non ci sono che i fatti reali e i fatti reali non sfuggono all’imperio della causalità, bensì dalle quote inavvistabili della fantasia e del desiderio.

Victor parrebbe un lungo monologo paterno all’indirizzo del proprio figlio piccolo, salvo che le istruzioni impartite e soprattutto la frase di chiusura fanno pensare a un destinatario non umano: “Mi piace parlarti come a una persona Victor, da uomo a uomo. Sei una cosa bellissima”, p. 10.

La squadra di Salwator narra di una misteriosa organizzazione religiosa non si capisce se estremistica né se terroristica; le giornate degli adepti, capeggiati dal Cardinale Salwator Mazinga la-sera-che-ho-deciso-di-bloccare-la-stradaMoravick, sono scandite da una serie di rigide ritualità che seguono orari precisissimi. Il contrasto tra l’ossessiva fedeltà a queste misure e la vacuità delle azioni compiute dalla squadra è forse metafora dell’esistenza nella contemporaneità, dove la vita non viene vissuta bensì stipata di esperienze.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta dice di un’autentica aggressione alla realtà: l’io narrante, con la complicità di un altro personaggio, decide non solo di bloccare un incrocio stradale ingombrandolo di oggetti, ma anche di conquistarlo simbolicamente, per il gusto di sottrarre almeno un punto dell’universo, anche solo per pochi istanti, all’eternità delle consuetudini, alla prevedibilità del buon senso: “Al centro dell’incrocio c’era un segnale rotondo di vernice bianca ed è lì che abbiamo deciso di mettere la nostra bandiera. Prima che qualche guidatore dalle retrovie perdesse la testa, stanco di quei dieci secondi prolungati in eterno, la base dell’ombrellone stazionava già a centro incrocio”, p. 29.

Due idioti sono coloro che aprono una pescheria eppure non riescono in nessun modo a soddisfare le più semplici richieste dei clienti: si scusano, si affliggono, ma il pesce richiesto non c’è mai, finché “al posto della pescheria aprirono un sushi bar”, p. 43. Come nel racconto precedente, anche qui l’architettura del mondo, pur se per un breve tempo e in uno spazio circoscritto, mostra il suo lato cedevole.

Cani da pioggia è un dialogo pseudofilosofico tra due tizi, uno dei quali parla poggiando il bacino su un’anguria che finirà per diventare il fulcro della disputa.

Fritz è l’autobiografia di un cane, maltrattato o umiliato da tutte le persone che incontra. Tutti tranne il nonno dell’ultima famiglia in cui esso capiterà: l’anziano, probabilmente stanco della vita e come allontanatosi dalla prospettiva umana, sarà il solo capace di mettersi davvero in comunicazione con lui.

Una malinconica ironia traspare da Sette giorni vividi e ininterrotti, diario di una settimana nella vita di un giovane. Vita che passa inavvertita ma che palesa la sua assurdità e la sua miseria non appena si prova a fermarla in una testimonianza, in un ricordo: “Mi sono svegliato presto quando tutti ancora dormivano. Ho la costante sensazione di perdere tempo, come se il tempo fosse qualcosa che dà qualità alla vita, per questo mi sveglio presto. Mi ha telefonato mio cugino. Si è rimorchiato una tizia finlandese, mi ha detto solo che questa prova sempre a suicidarsi e lui non ne può più. Mi ha chiesto un consiglio. Gli ho risposto di portarla al mare. Lui mi ha detto che invece l’avrebbe portata a pranzo da noi, magari fare due chiacchiere con qualcun altro le avrebbe fatto bene. Allora ho preparato un ragù”, p. 82.

Se Tedeschi suonano altri Tedeschi è il resoconto dell’ascesa di un gruppo musicale i cui membri suonano degli… strumenti umani, Un notevole miglioramento dà al libro una struttura circolare: come nel primo racconto, anche in quest’ultimo è descritto un rapporto tra due individui, che magari nemmeno appartengono all’umana specie. Certamente c’è, da parte del protagonista, la ricerca di una forma compiuta, di una relazione piena, forse prossime forse inattingibili: “Avrei voglia di parlare, di parlare per ore e ore, di suoni freschi e pieni di significato. Non sono ancora pronto per alzarmi da terra, lo so, ma mi sembra che tutto ciò sia un notevole miglioramento, un notevole miglioramento”, p. 132.

Quest’opera appare davvero come un manifesto di resistenza alla realtà intesa nella sua accezione semplicistica, intesa cioè come sequenza di cose tangibili e di fatti che avvengono seguendo un percorso e producendo un senso; realtà che conforta perché si fa riconoscere e permette di muoversi nei suoi àmbiti con la sicurezza di sapere sempre cosa accadrà e perché.

A Walter Comoglio interessa invece l’altro versante del mondo, ugualmente vero: quello che non concede appigli, su cui è impossibile fare pronostici, resistente a ogni umano sapere e potere.

 
 
 

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