Iván lo scemo

 
 
 

La fiaba di Lev Tolstoj Iván lo scemo, pubblicata dalle Edizioni Clichy nel 2016 (volume curato da Alberto Schiavone e tradotto da Yuri D’Ippolito), racconta la storia di un uomo che sceglie di non difendersi, di non offendere e di accettare la vita proprio com’è, cioè limitata.

tolstojcopertinasingola“«Io […] ho già abbastanza così»” (p. 77), dice una donna del regno di Iván al diavolo travestito da “lindo signore”, che vorrebbe “spuntarla a forza di soldi” (p. 75) in un mondo in cui non ci si affida alla comoda mediazione del denaro ma al baratto e allo scambio.

Non esiste accumulazione nella quotidianità di Iván, la sua esistenza non è speciale, è un uomo legato ad altri uomini, lavora per vivere ma non è schiavo del proprio mestiere, che rappresenta semplicemente il dispiegarsi della sua persona.

Subisce ingiustizie ma pare non accorgersene e dimenticarle, dà a chi gli chiede senza calcolare perdite e guadagni.

Non vuole altro, non vuole di più, non vorrebbe moltiplicare i doni che riceve e condivide; Iván non conosce la tentazione che potrebbe portare con sé la gratuità quando meccanica, controllabile e ripetibile come un trucco; egli non desidera cioè vivere nell’illusione, nell’ebbrezza, nel sogno, eppure la sua attenzione per la realtà non ha nulla di violento, il suo coincidere con essa nulla di passivo; in altri termini, Iván si lascia attraversare dal mondo quasi distrattamente, quasi stupidamente (con “«Eh, beh»” inizia ogni sua risposta, perché lui non è mai il primo a parlare).

Ma è anche un uomo che resiste, che non accetta silenti complicità nei misfatti. Ecco che in un’atmosfera fantastica, tra diavoletti operosi e magiche trasformazioni, Iván è una figura severa, capace di riconoscere e arginare il male che proviene da sé, pronta a rifiutare richieste insistenti percepite come ingiuste nei confronti di un altro, come quella del fratello Semèn:

“«Non mi bastano più, fratello mio, i soldati che ho, fammene ancora un po’» gli disse, «almeno un paio di biche». Iván scosse il capo «È inutile che insisti» gli disse, «non te ne farò più di soldati». «Ma come» disse lui, «me l’avevi promesso». «Ho promesso, sì» disse, «ma non ne farò più ugualmente». «E perché no, scemo d’un Iván?» «Perché i tuoi soldati hanno ammazzato una persona. L’altro giorno stavo arando vicino alla strada: e vedo una donna che porta una bara e intanto urla. Io le ho chiesto: “Ma chi è che è morto?”. E lei dice: “Mio marito m’hanno ammazzato i soldati di Semèn, in guerra”. Io pensavo che i soldati avrebbero cantato canzoni, e loro invece hanno ammazzato un uomo. Non te ne darò più». E s’imputò, e non ne fece più di soldati”, p. 47.

E Iván è anche in grado di resistere alla forza del mondo che preme per cambiare i suoi modi di uomo semplice che non vuole arricchirsi, fare torti e guerra al prossimo, ma solo assecondare il ritmo della vita umana, fuori da ogni ruolo imposto:

“Non viveva male nemmeno Iván lo scemo. Non appena ebbe sepolto il suocero, si era tolto tutto quanto il suo vestito da zar, e l’aveva dato alla moglie che lo nascondesse in un baule, e si era rimesso la sua casacca di canapa, i calzoni e i lapti, e aveva ricominciato a lavorare. «Sennò mi annoio» disse, «mi viene la pancia grossa, e non ho più né appetito né sonno». Aveva fatto venire alla reggia il padre e la madre e la sorella muta, e aveva ricominciato a lavorare. E gli dissero: «Ma guarda che sei lo zar!» «Eh beh» disse lui, «anche lo zar deve mangiare»”, p. 57.

La conclusione della fiaba, che in queste righe non si svelerà, non è tanto un’esaltazione del lavoro manuale a scapito di quello intellettuale, guardato con sospetto e derisione dai popolani ignoranti. Piuttosto, il diavolo proverà a convincere Iván con le sole parole che l’uomo può vivere senza il proprio corpo, senza una relazione fisica con il mondo. Ma Iván non crede al diavolo, alle sue soluzioni facili, alle illusioni di grandezza e di potere che costui costantemente propone, alla sua irreale astrattezza.

 “Vive Iván ancor oggi, e continua ad accorrere gente nel suo regno, e anche i suoi fratelli son venuti da lui, e lui dà loro da mangiare. Chi viene là, disse: «Dacci da mangiare». «Eh beh» disse lui, «restate pure a vivere, noialtri abbiamo tanto di tutto»”, pp. 85-86.

 
 
 

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