Stracciatella e pistacchio

 
 

di Flavio Ignelzi

 
 
 

Certe volte prendo la macchina e vado al centro commerciale a vedere la gente felice.

Babbo barbuto che spinge il carrello, mamma paffuta che contempla le vetrine, figlio occhialuto che stringe un palloncino a forma di Minion, figlia shabby chic che spedisce messaggini con lo smartphone tre metri più in là.

Certe volte compro un cono stracciatella e pistacchio da Romina alla gelateria Orso Polare al piano terra e mi siedo su una panchina a guardare la gente felice imboccare le scale mobili che salgono al primo piano.

Leccata di stracciatella.

Signorina bionda con la frangetta mano nella mano a giovane in camicia da boscaiolo, ragazzetta dark con le lentiggini mano nella mano ad altra ragazzetta dark in shorts, vecchietta rinsecchita mano nella mano a badante bielorussa.

Leccata di stracciatella.

Mi si avvicina un ragazzo con dreadlocks, anfibi e mimetica, e mi chiede se posso fargli un favore.centro-commerciale

Leccata di stracciatella.

Mi chiede se posso aprirgli l’uscita di sicurezza alle mie spalle perché deve entrare con un borsone molto pesante.

Leccata di stracciatella.

Guardo i battenti in vetro che danno sul retro e il maniglione antipanico rosso. Lo conosco bene. Ho lavorato sette mesi qua, in questo centro commerciale. Ero una guardia giurata.

Leccata di stracciatella.

Io gli rispondo che non c’è problema, che non è che voglio mettere i puntini sulle “i”, ma gli dico che l’ingresso principale non è poi così lontano, non risparmierebbe così tanti metri a fare tutto il giro.

Leccata di stracciatella.

Lui mi risponde impacciato che da lì gli è scomodo e poi ci sono i vigilanti e lui non vuole dare nell’occhio, soprattutto ai vigilanti.

Leccata di stracciatella.

Io gli ribatto che va bene, non era per farmi gli affari suoi, era così per parlare.

Leccata di stracciatella.

Ho appena finito la stracciatella e devo iniziare il pistacchio, che mi piace di più e perciò lo lascio per ultimo.

Leccata di pistacchio.

Lui esce dall’ingresso principale e io lo guardo fino a quando non si perde oltre le porte automatiche che sbuffano come se fossero stufe di aprirsi in continuazione.

Leccata di pistacchio.

 
***
 

Tremo, raggomitolata sotto il bancone della gelateria, con le ginocchia in bocca.

Ho sentito gli spari, ho sentito le persone urlare e scappare, ho sentito le fioriere cascare e frantumarsi. Ommioddio. Ora niente. Ora solo il silenzio e la musichetta del GameStop all’angolo. Solo la musichetta del GameStop.

Vorrei scoppiare a piangere, ma non posso, emetterei qualche sibilo e attirerei la loro attenzione. L’ho visto mille volte nei film.

Già è una fatica non far scricchiolare la pedana di legno sotto il mio culo. Già è una fatica restare immobile. Ho le gambe ricoperte di formiche.

Mi stringo le gambe al petto e chiudo gli occhi.

Non so chi ha sparato.

Ho sentito i colpi mentre consegnavo una coppetta a un cliente, mentre gli infilzavo il gelato con un cucchiaino di plastica e con uno spicchio di cialda.

I colpi provenivano dal vialetto laterale del centro commerciale, qui al piano terra, dalle parti della scala mobile che porta al primo piano. Due colpi di pistola. Almeno penso che fosse una pistola. Da questa distanza non ho capito mica. Non ho mai neanche sentito un colpo di pistola dal vivo.

C’è stato il panico e il fuggi fuggi generale.

Io non c’ho pensato due volte, mi sono tuffata in basso e mi sono rannicchiata sotto il bancone, a fianco alla vetrinetta frigo, nell’angolo più coperto.

Sono rimasta immobile per un po’, ho trattenuto pure il fiato.

Apro gli occhi.

Ora sto tremando e mi sto pisciando addosso. Ommioddio. L’ho tenuta fino ad ora, ma adesso non ce la faccio più.

Sento il liquido caldo che mi bagna i pantaloni, che mi cola lungo la coscia, che gocciola sulla pedana.

Tremo e mi sono pisciata addosso.

Chiudo gli occhi. Li riapro.

Forse se ne sono andati, forse hanno preso la scala mobile e sono saliti al primo piano, forse hanno imboccato l’altro corridoio e si stanno dirigendo verso la piazza centrale. Forse mi posso salvare. Forse posso scappare via.

Dovrei affacciarmi, ma non ho il coraggio. Dovrei provare a sbirciare, ma sono troppo terrorizzata. Mi viene da piangere.

Sento qualcuno che corre, forse è uno di loro. Ommioddio. O forse è un poliziotto. Anzi no, sono in due, sento due movimenti distinti, sento che si dicono qualcosa ma non riesco a capire cosa. Ommioddio. Sento un walkie-talkie che gracchia. Sono poliziotti. M’affaccio dal bancone e li vedo. Sono Aurelio e Josef, i vigilanti. Sono amici. Ci salutiamo tutte le sere a fine turno. Faccio loro segno con la mano. Mi vedono. Sorridono. Sorrido.

Mi chiedono a gesti se è tutto ok. Annuisco con la testa. Sorridono di nuovo.

Scorgo strisce rosse sul pavimento bianco del corridoio e una persona a terra in una pozza nera.

Svengo.

 
***
 

A bordo della mia Micra primo modello svolto a passo d’uomo nel parcheggio e imbocco il vialetto che porta alle uscite di sicurezza laterali.

Parcheggio davanti a una di esse, quella dove si trova il tizio col gelato. È una fortuna che ho trovato quel tizio, altrimenti non sapevo come entrare col borsone.

Cioè, sarei potuto entrare dall’ingresso principale, ma da quella parte era molto più probabile beccare un sorvegliante e non volevo certo essere fermato o addirittura perquisito.

Scarico il borsone dal portabagagli e il metallo all’interno tintinna. Ora è a pezzi, è tutto da montare. Chiudo con la chiave e mi reco davanti all’uscita di sicurezza. Ci penso un attimo. Forse converrebbe lasciare la macchina aperta, forse avrò necessità di scappare di corsa. Sono indeciso. Torno indietro e apro l’auto. Tanto la mia vecchia Micra chi cacchio vuoi che se la prenda?

Torno all’uscita di sicurezza. Vedo il tizio col gelato, ma è di spalle, seduto sullo schienale della panchina. Colpisco col pugno il vetro della porta. Non si gira. Colpisco più forte.

Finalmente si gira. Mi vede. Sta terminando di mangiare il gelato. Si sta pulendo le labbra con il tovagliolino. Si alza e si muove nella mia direzione. Si ferma un attimo a gettare il tovagliolino nell’apposito cestino, poi viene ad aprirmi. Spinge il maniglione antipanico e riesco ad entrare.

Lo ringrazio con gentilezza, non è da tutti concedere una cortesia a uno sconosciuto. Lui non mi risponde. Sembra che la sua attenzione sia tutta per il borsone.

Mi chiede cosa contiene. Io sorrido e gli rispondo che si tratta di una sorpresa. Una sorpresa per tutto il centro commerciale.

Faccio per andar via verso il corridoio, ma poi mi rendo conto che la mia risposta è stata evasiva, quasi scortese, nei riguardi di una persona che si era comportata in maniera così gentile con me.

Allora mi fermo, poggio a terra il borsone con delicatezza, cercando di fare meno rumore possibile di ferraglia. Apro la cerniera lampo e allargo l’apertura a sua favore.

Lui butta l’occhio e osserva le aste di metallo nero e le meccaniche. Chiede di nuovo di cosa di tratta.

Gli rispondo che sono pezzi di una struttura di metallo, che servono a montare un teatrino di burattini, al centro della piazza del centro commerciale. Che non ho l’autorizzazione, ma che forse, se riesco a far divertire i bambini, riesco pure a non farmi cacciare via dai sorveglianti. Non subito, almeno.

Lui mi fissa. Adesso mi pare contrariato. Mi dice che dovrei andarmene. Mi dice che non posso rimanere senza autorizzazione. Mi dice che questo era il suo centro commerciale, mi dice di seguirlo dalle guardie giurate per un controllo.

Mi stupisce. Non so perché di colpo è così astioso nei miei confronti. Gli dico che non faccio niente di male, cerco solo di far divertire i bambini per qualche spicciolo.

Lui mi dice che non è come il centro sociale dal quale provengo, quel covo di zecche, qua vigono delle regole, qua infastidisco le persone perbene, le famiglie oneste, la gente felice.

Gli domando se è sicuro che qua ci sia solo gente felice.

Lui dice di volere un gelato, ma adesso non capisco cosa c’entri con quello che stavamo dicendo, con la mia domanda. Stracciatella e pistacchio, aggiunge.

Allora tira fuori una pistola da dietro la schiena, da sotto la camicia, da dentro il pantalone, e spara.

 
 
 

Flavio Ignelzi è nato a Benevento ma vive a Caserta. Ha scritto di musica per Salad Days Magazine, sia su carta che sul web. È un amante della narrativa breve. Suoi racconti sono apparsi in Verde Rivista, Cadillac, L’Inquieto, Lahar Magazine, Alieni Metropolitani e su altre piccole antologie di provincia. Ha curato le tre raccolte Oschi Loschi, selezioni di narrativa sannita contemporanea.

 
 

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