Il libro del potere

 
 
 

Nel settembre 2016 la casa editrice Chiarelettere ripubblica nella traduzione di Valentina Abaterusso tre saggi di Simone Weil, riuniti sotto il titolo Il libro del potere (con l’introduzione di Mauro Bonazzi).

Il libro del potere_Esec.inddIn apertura e in chiusura del volume si leggono due contributi apparsi originariamente nei “Cahiers du Sud”, L’Iliade o il poema della forza, pubblicato tra il 1940 e il 1941, e L’ispirazione occitana del 1942; collocato al centro del libro è invece Non ricominciamo la guerra di Troia, uscito sui “Nouveaux Cahiers” nel 1937 (dove non diversamente indicato le citazioni sono tratte da questi tre articoli).

Se ciò che accomuna questi testi è senza dubbio la questione della forza, qui interessa osservare il movimento che percorre la scrittura dell’autrice, ossia l’attenzione al mondo e ai suoi limiti.

Simone Weil afferma che nessun essere umano può possedere la forza, che è propria del potere collettivo, esercitato da chi – insieme più o meno numeroso di persone o anche singolo individuo – di questo potere viene investito.

Infatti “l’uomo, considerato semplicemente come uomo, è sprovvisto di forza. Se gli si obbedisce in tale qualità, l’obbedienza è perfettamente pura. […] Ma quando si obbedisce agli ordini di un uomo in qualità di depositario di un potere collettivo […] se ne esce degradati”, p 89.

Proprio perché non è di nessuno (ed è quasi impossibile moderarla, controllarla), la forza reifica non solo chi la subisce ma anche chi la esercita.

Nella dinamica della forza l’altro è un essere astratto, assente anche quando vicino, cioè privato del suo corpo, della sua umanità. L’altro non esiste.

“[…] si è sempre molto più forti di chi è assente. Chi è assente non impone il giogo della necessità”, p. 26. Perché gli “esseri umani intorno a noi hanno il potere esclusivo di interrompere, reprimere o modificare, con la loro sola presenza, ogni minimo movimento del nostro corpo. Un passante ci induce a cambiar strada in maniera diversa da un cartello; non ci alziamo, non camminiamo, non ci rimettiamo seduti quando siamo da soli in una stanza come quando siamo in compagnia di un ospite”, p. 8.

Nel dominio della forza, chi la esercita la percepisce come illimitata e considera il debole quale inferiore senza dignità, un corpo morto, chi la subisce è del tutto privato della propria iniziativa e finirà per amare chi lo opprime e per essere come il forte lo vuole: “In loro presenza gli altri si muovono imperturbati; e loro, di fronte al pericolo di essere in un attimo ridotti a niente, imitano il niente stesso”, p. 9.

La forza produce inoltre l’illusione di una polarizzazione assoluta e rigida tra forte e debole (percepita grazie al prestigio come necessaria al mantenimento dell’ordine sociale sul piano pratico), spinge e costringe cioè l’uomo a indentificarsi unicamente nel ruolo: “Il forte non è mai del tutto forte, né il debole del tutto debole, ma entrambi ignorano ciò. Non si credono della stessa specie; il debole non si riconosce come simile del forte, né viene da lui considerato tale”, p. 17.

Oppure, su un piano più generale: “La diversità degli affanni che pesano sugli uomini genera l’illusione che ci siano fra di essi specie distinte incapaci di comunicare reciprocamente”, p. 43.

La dimensione sociale, in altri termini, tende a misconoscere l’umanità dell’altro, allorché nega l’arbitrarietà di ogni attribuzione di potere.

Alla forza, “unica sovrana di questo mondo” (p. 84), bisogna opporre, secondo Simone Weil, la compassione per chi è esposto alle sue ferite e l’amore, e “credere all’esistenza di altri esseri umani in quanto tali è amore” (Simone Weil, L’ombra e la grazia, traduzione di Franco Fortini, Bompiani, Milano, 2007, p. 113, corsivo nel testo).

Bisognerebbe cioè amare l’altro come si ama un’opera d’arte: “È viltà cercare nelle persone che si amano (o voler dar loro) un conforto diverso da quello che ci danno le opere d’arte, che ci aiutano semplicemente esistendo”, Ivi, p. 117, corsivo nel testo.

Pratica impossibile e miracolosa assecondare l’amore, che alla rigidità dei ruoli preferisce il movimento della contraddizione:

“Mai fare violenza alla propria anima; mai cercare consolazione o tormento; meglio contemplare ciò che suscita emozione fino a pervenire al punto segreto in cui dolore e gioia, a forza di essere puri, sono la stessa identica cosa: è questa la virtù stessa della poesia”, p. 88.

 
 
 

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