Stato di fermo

 
 
 

di Andrea Mauri

 
 
 
 

Continuo a guardare dal finestrino della volante.

La testa e il collo protesi verso il vetro.

fari-nella-pioggiaIl naso appiccicato alla superficie appannata, mentre ricompongo i tasselli della strada, frantumata dalle gocce di pioggia.

Non voglio incrociare gli sguardi dei poliziotti che mi portano in questura.

Sono sguardi curiosi, impersonali. Cercano di estorcere la verità dai movimenti, dalle smorfie, da come agitiamo le mani, da quello che diciamo – se vogliamo parlare.

Trattengo il respiro per limitare al massimo ogni movimento.

Devo rimanere immobile. Appiccicato al sedile, affinché sfugga la mia presenza.

Devo fare in modo che i due si dimentichino di me.

Trasparenza, devo ambire alla trasparenza. Così smetteranno di giudicarmi dallo specchietto retrovisore. Non voglio sentirmi addosso il loro giudizio. Li conosco a memoria i soliti commenti: oggi ci è toccato questo frocio pervertito che scopava nel garage; si merita di più di una spedizione punitiva in questura; glielo farei vedere io un bell’uccello.

Mi concentro sul suono degli pneumatici che pattinano sull’asfalto bagnato e cerco di non assorbire il disprezzo che si respira nella volante.

È un disprezzo che fa male, che si nutre di arroganza, di moralismo, di conformismo. È un disprezzo che mi fa sentire sbagliato.

Non so quando è accaduto. Eppure guardando dal finestrino di quella maledetta volante, a un certo punto ho iniziato a pensare che me lo meritavo, che mi meritavo di essere trattato come una puttana in calore scovata ad accoppiarsi nell’angolo più squallido del mondo.

Non dovevo rimorchiare quel ragazzo. Non dovevo dargli retta.

Eppure ho subito il suo fascino, e so di usare un termine fuori posto. Il fascino non nasce nel sottoscala di un garage. Non ha abbastanza luce né aria per prendere vita.

Non dovevo rimorchiare quel ragazzo, ma il gesto eloquente di accarezzarsi la cerniera lampo dei pantaloni era pieno di fascino.

Ho sbagliato a rimorchiare quel farabutto.

Hanno ragione i poliziotti a considerarmi un pervertito.

Il capo gli ha ordinato di sputtanarmi con le foto segnaletiche e loro obbediscono. Con disprezzo, perché avrebbero preferito massacrarmi di botte e farmela pagare una volta per tutte, ma devono obbedire.

Fisso l’asfalto che riflette le luci rosse dei freni, sempre accese in una notte di traffico. E provo rabbia a ripensare al capo di quei poliziotti. Un uomo volgare, arrogante, agitato al cospetto di un frocio. Non era in grado di mettere insieme parole di senso compiuto. Ho solo percepito la frase frocio di merda mi fai schifo ripetuta in modo ossessivo, senza interruzione, come un rosario. E ho avvertito i calli delle mani sul mio viso, quando è piombato sui corpi seminudi nel garage, urlando frasi incomprensibili e prendendomi la testa in una morsa di dolore con quelle dita callose che mi spingevano verso lo spigolo del muro. Sapevo che mi avrebbe ammazzato. Lo avrebbe fatto volentieri.

Ecco, adesso ricordo. Deve essere iniziato da lì. In quel frangente. È in quel momento che ho pensato che mi sarei meritato la punizione peggiore, perché non avrei dovuto rimorchiare quel farabutto, che ha avuto la scaltrezza di fuggire non appena si è accorto che qualcosa andava storto.

Non lo dovevo rimorchiare e allora merito pure di morire, perché ce l’hanno insegnato che si può morire per scelte sbagliate e poi un frocio in meno sulla faccia della terra, che differenza fa?

Se ne accorgerebbe qualcuno della sua morte? Mi sarei risparmiato l’umiliazione di essere trascinato in questura come il peggiore dei delinquenti.

Non stacco gli occhi dal finestrino e sono tutt’uno con le gocce di pioggia. Il poliziotto che non guida continua a fissarmi. Ha gli occhi piantati su di me, tenaci, resistenti.

Me li sento addosso, anche se guardo piovere fuori. Non so che cosa gli abbia detto il capo. Forse non ha fatto a meno di sentire gli urli che uscivano da quello squallido ufficio, quando il capo delirava dicendo di volermi rovinare la vita: tira fuori tutto quello che hai nel portafogli. Tutto, ho detto. Fammi vedere. Apri quei foglietti, fammi leggere. E quelle due fotografie? Chi sono quei ragazzi? Le tue puttanelle preferite? Fammi vedere che hai in quell’altra tasca. Lascia tutto lì sul tavolo. Non voglio toccare questa roba da frocio. È contagiosa. Tirala fuori tu, metti qui tutto quello che hai.

Frasi nervose, volgari per umiliarmi e annientarmi, farmi credere che tutti mi avrebbero schifato d’ora in poi e che la mia vita sarebbe andata a puttane.

Ci ho creduto, confesso che con quell’uomo che mi urlava in faccia, ci ho creduto.

Noi due da soli, senza testimoni, ho pensato davvero che sarebbe finita male.

In quell’ufficio squallido ho firmato un foglio, che il capo dei poliziotti mi ha messo sotto il naso con le stesse dita callose che stavano per spaccarmi la testa in due.

Quando ti senti fallito, sprofondi nell’abisso. Non c’è spazio per pensare ad altro. Non ho letto quello che c’era scritto.

Ho firmato. Ho firmato e basta, mentre una piccola parte di me sperava che con quella firma tutto si risolvesse.

Ho firmato e mi sono guadagnato questo bel viaggio a bordo di una volante, che non ho il coraggio di guardare e che se un giorno dovessero chiedermi di descriverla, saprei solo contare il numero delle gocce di pioggia che scivolano dal finestrino verso il basso.

Sono costretto a incrociare lo sguardo dei due poliziotti, una volta arrivati in questura. Non posso evitarlo.

Mi fanno scendere e mi accompagnano all’entrata. Sono costretto a guardarli, si schierano ai lati e mi prendono per le braccia.

Ho i loro sguardi puntati a destra e a sinistra.

Sono vicini, li sento alitare sul viso. Fiati che si confondono, odori che si mescolano. Puzzo di marcio, di vite sprecate ad accompagnare gente in questura.

Se sono costretto a guardare i miei nemici in divisa, posso almeno decidere di non parlare. Non apro bocca. Non rivolgo la parola a nessuno. Non saprei raccontare la vergogna e l’umiliazione che guidano le gambe verso la stanza più triste della mia vita.

Non avrei dovuto rimorchiare quel ragazzo. Avrei dovuto immaginare che il desiderio di un corpo maschile contro il mio, quella mattina si sarebbe trasformato in una trappola.

Vorrei vederlo qui, al mio posto, tra queste pareti dipinte di verde ospedale, tra questi muri scrostati e graffiati di frasi indecenti e disegni osceni.

Sarei curioso di scrutare le sue reazioni a tutto questo squallore. Quel ragazzo è stato più furbo di me a divincolarsi dal mio abbraccio voluttuoso, quando ha subodorato il pericolo. Non capivo perché avesse spezzato il nostro contatto così bruscamente. Lui era rimasto vigile. Aveva imparato a non chiudere gli occhi dal piacere, a guardarsi intorno anche quando i brividi più sublimi gli attraversavano il corpo. Aveva sperimentato sulla pelle che bisogna rimanere sempre all’erta.

Quel ragazzo che non avrei dovuto rimorchiare sentì arrivare il poliziotto prima di me e scappò che avevo ancora gli occhi chiusi, accecato da un corpo di cui gustavo il calore.

Adesso vorrei spiarlo tra queste panche di legno, traballanti e incise di volgarità. Invece ci sono solo io nella stanza, ma è come se percepissi il respiro di chi mi ha preceduto. Un respiro tagliato dall’affanno. L’ansimare di chi si sente perduto per sempre. Le gambe tremano dalla paura, non mi sorreggono. Mi siedo. Qualcuno si è preso la briga di intagliare il legno a forma di pene e di aggiungere la frase “ciuccio cazzi”.

Quanti come me si saranno seduti in questo punto? Ci sarà passato pure lui, il ragazzo che non dovevo rimorchiare?

Forse è stato proprio lui a scrivere quella frase, che insieme alle altre formano un elenco di colpe da espiare. Al centro della stanza pende una lampadina scarna, senza fronzoli. Rimanda una luce fioca.

Lèggere le tante tracce di uomini e donne che non conoscerò mai mi fa bruciare gli occhi. Troppo faticoso, troppo doloroso.

Ho voglia di dire la mia, ma mi accorgo che mi hanno svuotato le tasche. Non ho più le chiavi di casa. Deve essere stato il capo omofobo. Deve essere stato lui a non restituirmi più nulla di quello che avevo scaraventato sulla scrivania.

Non trovo più il mazzo di chiavi, proprio quando intuisco che è meglio avere qualcosa tra le mani, qualcosa da manipolare per non cedere alla disperazione. In questa stanza i tempi sono lunghi, lo fanno apposta. Ti privano dell’energia, ti mettono in condizioni di soffocare la forza, di raggiungere l’esasperazione e, una volta nell’ufficio accanto, di obbedire senza storie agli ordini che ti verranno impartiti. Intuisco perché ci siano tanti disegni, frasi e graffiti ovunque. Per non cadere nella trappola. Per conservare un briciolo di lucidità.

Rovisto meglio nelle tasche in cerca delle chiavi. Mi è venuta voglia di intaccare l’ultimo angolo vergine della panca. 

Voglio scrivere che sarebbe stato meglio non rimorchiare quel ragazzo. Una lezione di vita da lasciare ai posteri. Ma il poliziotto omofobo non mi ha più restituito il mazzo.

Non ho niente con cui incidere il legno e giocherellare per tenere le mani impegnate. Mi bruciano gli occhi a causa di quella lampadina fioca e ho paura che a casa non ci tornerò più.

Mi metto a fissare la porta blindata, non ho nient’altro da fare. Resto imbambolato così, fissando una porta, nemmeno io so per quanto tempo.

Un rumore di ferro pesante e la porta si apre d’incanto, come un forziere. Da dietro spunta un poliziotto, che rimane a metà tra le due stanze.

Non ha il coraggio di invadere un terreno che non gli compete, di varcare la soglia che separa il bene dal male. Mi fa cenno di attraversare il passaggio delimitato dall’anta di ferro.

Al di là, lo spazio è occupato da un apparecchio fotografico e da un tavolo, dove è pronto l’inchiostro. Rimango immobile, non riesco ad avanzare.

Ho freddo e il corpo intero si irrigidisce. Trattengo il respiro per non inalare la colpa di cui sono intrise le pareti. Non alzo lo sguardo, non mi importa sapere se il nuovo poliziotto sia buono o cattivo.

Penso che l’obitorio non debba essere diverso da questa stanza. Sono certo che il freddo insolente che turba l’equilibro qui dentro sia lo stesso di quello dei grandi ripiani di acciaio, dove depositano i cadaveri.

Il poliziotto invita ad avvicinarmi al tavolo e come assetato di prede fresche, mi afferra le mani con foga innaturale e poi scivola sulle dita, una dopo l’altra.

Usa le sue, di mani, umidicce e febbricitanti per immergere con soddisfazione le mie dita nel nero del tampone, tutte al completo, e stamparne l’impronta su una scheda giallastra.

Leggo su quel volto un ghigno di soddisfazione, una smorfia diabolica per il gusto banale di rovinare la vita a uno sconosciuto. Poi dal cassetto estrae un righello a quadretti bianchi e neri, con dei numeri da comporre. Sembra il pallottoliere di quando ero bambino. Il mio era più colorato, più rumoroso e spensierato. Lo strumento che impugna il poliziotto manca di fantasia, è bianco e nero, sobrio, neutro. Mi domanda se voglio essere io a comporre il numero, quello per cui sarò rintracciato da tutti i commissariati. Che atto di generosità, lasciare che la vittima si autodistrugga. Non so se è la prassi di questo ufficio oppure oggi fanno un’eccezione perché la vittima di turno è un frocio che rimorchia ragazzi alla stazione.

Ho la testa altrove e a tutto penso fuorché al numero da comporre sul righello. L’invito diventa perentorio. Il tono del poliziotto, duro e scocciato.

Mi viene in mente 4594 per evitare che la situazione degeneri. L’agente in divisa si butta a capofitto su quel pallottoliere in bianco e nero e compone i numeri.

Poi mi mette in mano il righello e mi ordina di tenerlo fermo all’altezza del pomo d’Adamo. Mi scaraventa davanti all’obiettivo della macchina fotografica, posizionata in un angolo della stanza.

Passano appena due secondi e si sente un primo click di fronte.

Poi un click a destra.

Un altro sinistra.

Le foto segnaletiche, corredate dalle impronte digitali, sono pronte per essere inviate agli uffici del piano di sopra.

Non c’è ragione di indugiare ancora in questura. Scattate le foto, la polizia ha perso ogni interesse. Una seconda porta si apre su un corridoio.

Il poliziotto mi fa cenno di uscire da quella parte, un altro gesto eloquente affinché sparissi dalla sua visuale. Mi ritrovo ai piedi di una scalinata di marmo, lucida, rifinita, che incute timore.

Provo il passo più morbido per scendere quelle scale avvitate su loro stesse. Alla fine dei gradini, ancora qualche passo e il portone grande che dà sulla strada.

Fuori piove ancora.

Due volanti sono parcheggiate all’ingresso della questura.

Quattro agenti parlano tra di loro, si girano quando mi vedono sbucare dall’interno. Non ci sono i due poliziotti che mi hanno portato sin qui. Quel gruppetto non sa nulla di me e dopo aver valutato la mia aria insignificante si tuffa di nuovo nella conversazione.

Mi avvio verso la strada in discesa. Sul marciapiede sfioro un ragazzo che procede nella direzione inversa. Le braccia si toccano, inevitabile in quel passaggio stretto.

Lo fisso più a lungo del consentito. Assomiglia incredibilmente al ragazzo agganciato alla stazione.

Esito, blocco i passi.

È una questione di secondi: non lo fare, ti prego, lascia correre.

 
 

Andrea Mauri vive a Roma. Ha collaborato con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche. Dal 1995 svolge attività di redattore in Rai e attualmente lavora nell’archivio storico dell’azienda. Ha pubblicato il romanzo “mickeymouse03” per Alter Ego Edizioni (2016), recensito su Squadernauti, oltre a racconti in antologie, riviste letterarie e blog.

 
 

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