Fine di un maestro elementare

 
 
 

di Danilo Soscia

 
 
 
 

Quando saltai a piedi uniti oltre la soglia dell’aula, vidi che i bambini avevano tutti indossato una maschera da coniglio. Al mio trionfale ingresso si alzarono in piedi, e come avevo loro insegnato gridarono con la fronte rivolta al soffitto, Buongiorno Herr Wittgenstein.

Buongiorno miei cari.

Scagliai secco nell’aria il bastone di bambù, e così il mio taccuino, pronto a vedere scalfita la testa di qualcuno dei miei allievi. Sentii entrambi ricadere a terra con uno scoppio, e mi ripromisi di farli raccogliere a fine giornata.

A cosa debbo la presenza di questi candidi leprotti nella mia classe? Sono morti tutti i lupi?

Uno di loro si alzò in piedi, i palmi delle mani aderenti alle cosce, la voce smorzata e intontita dall’eco della cartapesta, No, Herr Wittgenstein, siamo il suo corteo funebre. Oggi è il giorno del suo funerale. 

Bene, risposi paziente, Allora vieni alla cattedra a recitare il mio elogio.

Il piccolo uscì dal banco tenendo un foglio appena vergato da qualche sgorbio di seppia. Si avvicinò alla cattedra e principiò con la sua cantilena da ex analfabeta, Ludwig Wittgenstein è stato un amico per tutti noi. La storia della nostra nazione lo ricorderà come il più grande filosofo del Ventesimo secolo, ma oggi lo vogliamo ricordare per le sue doti umane, per il calore che ci ha riservato nel corso dei mesi, per l’accoglienza presso la sua casa, per la generosità del suo donare senza risparmio. Chiunque di noi abbia chiesto il suo aiuto, non ha mai ricevuto in cambio un diniego. Non abbiamo mai sentito dire a Ludwig Wittgenstein, No, non posso. Egli ha curato la nostra fame istruendoci con cura, infondendo in noi la speranza di trasformare la nostra dura vita in un evento memorabile, e di essere migliori dei nostri poveri, mostruosi genitori. Egli ci ha indicato un futuro radioso oltre il profilo dei monti che ci opprimono. Egli è stato ricco, il più ricco d’Austria, ma per noi ha rinnegato suo padre, ha rinunciato alla sua ricchezza. Egli ha visto morire molti dei suoi fratelli, ma non ha mai desiderato a sua volta abbandonare questo mondo, perché in questo fottuto mondo insistiamo anche noi, i suoi allievi prediletti. Ludwig Wittgenstein è stato un padre e un fratello maggiore. Severo e violento come i padri amorevoli devono essere, brutale e misericordioso come un bravo fratello che mai ti abbandona. Ludwig Wittgenstein è stato la nostra madre adorata, e ha levato le mani sulle nostre orecchie di coniglio perché imparassimo da palmi sapienti quanto è duro e ingiusto essere sudditi. Oggi che piangiamo sul corpo di Ludwig Wittgenstein, ci pentiamo davanti al popolo d’Austria di aver spesso desiderato la sua prematura scomparsa, di aver sognato di spezzare le falangi della sua mano, di aver voluto martoriare le carni scarse del suo ventre, ogni volta che ci ha bastonato, ogni volta che ha usurato con la sferza la nostra sudicia pelle di bestie. Chiediamo perdono a te, Maestro. Solo oggi ci è chiaro che senza la tua guida siamo destinati a tornare prede, lepri impaurite dall’occhio strabico, non più uomini, non più soldati della città terrena. Le tue occhiaie fonde, e la tua voce stridula di cane sono per noi, oggi, il ricordo più tenero. I tuoi racconti di guerra ci hanno fatto tremare, sono diventati i mattoni dei nostri incubi, e di questo ti ringraziamo. Otthertal, la nostra lurida casa, è stata la tua lurida casa. Ci hai donato l’orgoglio di poter raccontare presso i nostri figli e presso i figli dei nostri figli di aver passeggiato per questi sentieri accanto a Gesù Cristo in persona, povero tra i poveri, terrore degli animali inermi che affollano il mondo. Che la terra ti sia lieve, Maestro Ludwig.

Uno scroscio di piccole mani battenti seguì alle parole del coniglio. Infine, un’ovazione. Anch’io mi ritrovai ad applaudire, mentre i conigli scandivano il mio nome con inammissibile confidenza. Ludwig, Ludwig, Ludwig, battendo la suola delle scarpe caprine che odoravano di merda. Ludwig, Ludwig, Ludwig, colpendo con le piccole nocche contro il legno dei banchi. Ludwig, Ludwig, Ludwig, e io in ginocchio ringraziando commosso per un simile eccesso di amore, le mani spalancate, l’estasi in volto. E mentre l’applauso perseguiva nell’aria e nei padiglioni delle mie orecchie assetate, il lettore dell’elogio, l’alunno prediletto, mi porse il bastone di bambù e il taccuino. Li raccolsi e così lui mi disse, Ora dobbiamo scendere in cortile, Herr Wittgenstein, dobbiamo seppellire la sua salma. Non vorremmo che la fossa venisse indurita dal gelo.

In testa al corteo, quasi dovessi far loro da guida per qualche sentiero familiare, scendemmo in cortile. E in cortile, nella sabbia rocciosa, avevano scavato una buca squadrata, profonda almeno due metri.

Compagni, camerati, commilitoni, amici, disse uno dei bambini coniglio, Nel momento solenne della deposizione del nostro adorato Maestro, Herr Wittgenstein, noi deponiamo noi stessi, la nostra dignità. Noi deponiamo la nostra fortuna e vi gettiamo sopra quintali di terra. Noi deponiamo i nostri figli, e le nostre famiglie, e la nostra nazione. Non c’è più pace nei nostri cuori, ma solo odio. Lo stesso odio per la nostra schiavitù, per la nostra miseria, per la nostra ignoranza. Eppure noi amiamo i nostri padroni, amiamo i nostri aguzzini. Dalla madre che ci costringe al lavoro alla moglie che ci obbliga a invecchiare al suo fianco. Dal padre che ci costringe al lavoro, al prete che ci riduce con il terrore alla preghiera, al medico che cura la nostra morte. Ludwig Wittgenstein ci ha indicato quale arma debba essere impugnata per rovesciare tutto questo, ma le nostre mani sono vuote. E per questo noi oggi precipitiamo nella fossa insieme a lui, nella certezza che dal suo corpo nasceranno i fiori più belli.

In quattro portarono una scala e la calarono nel vuoto della terra.

Scesi i pioli sottili, e quando posai i piedi sul pavimento della mia tomba, levai gli occhi in alto. I piccoli conigli mi guardavano chini, le mani a stringere le ginocchia sporche, graffiate. Diletti studenti, dissi evidentemente commosso, Non perdete la speranza. La guerra ha cancellato il nostro cuore, la fame ci impedisce ogni giorno di essere diversi dagli animali che siamo, ma non perdete la speranza. Le parole sono un orpello inutile, non dimenticatelo mai! Non parlate, agite!, Non inginocchiatevi, non siate servi nemmeno di voi stessi. Perdono voi tutti, e domando perdono per le piccole teste che ho escoriato negli eccessi del mio genio. Siate il mondo! Rinunciate alla ricchezza, rinunciate al bisogno del possesso, rinunciate ai vostri figli e i vostri figli non saranno servi di nessun padrone! Infine, miei cari, lasciate che io riveda il vostro viso un’ultima volta prima di andare. Via queste sciocche maschere da coniglio.

All’unisono i bambini esaudirono il mio ultimo desiderio. E vidi.

Grazie a tutti, dissi. E la terra cominciava a cadere sulla mia testa fredda.

 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato, così come La museruola, J. F. è l’assassino, Dialogo con un morto in una vasca da bagno, Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino, Fenicotteri  e Loto giapponese, fa parte del lavoro inedito Atlante delle meraviglie. Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino e altre storie. Questo blog ha inoltre ospitato cinque brani de I topi. Biblia pauperum, anch’esso inedito; in ordine di apparizione, Il maiale, L’uomo nero, La sepoltura dei morti, Il macello di Circe ed Edipo e la moneta.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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