Il carro di Tespi

 
 
 

Forse l’indicazione più preziosa per comprendere Il carro di Tespi, romanzo scritto da Savina Dolores Massa ed edito da Il Maestrale nel giugno del 2016, è fornita dal sottotitolo: “Liberamente ispirato alla figura del commediografo oristanese Antonio Garau (1907-1988)”.

Non tanto perché si ricava la notizia di chi sia l’A. G. che, ottantenne, ripercorre la propria vicenda umana e professionale; quanto per quel liberamente ispirato, in virtù del quale è lecito supporre che il taglio biografico dell’opera sia solo un pretesto.

Certo, non mancano i puntuali riferimenti a Oristano, città in cui Antonio Garau è nato e ha vissuto; sono inoltre narrati episodi e aneddoti, e presentati personaggi all’origine di molte commedie di Garau; eppure non si avverte mai la sensazione di leggere un’autobiografia né una storia sociale di Oristano, anche perché il commediografo ostenta da subito la propria scarsa attitudine alLayout 1 ragionamento organico (corsivo nel testo): “Decisi che il teatro doveva essermi regista quando uno zio, o mio padrino? – adesso sono un po’ in confusione – mi portò al Teatro san Martino, bambino di otto anni, a vedere l’operetta Il marchese del Grillo”, p. 16.

Ma questo è solo un tratto del carattere del protagonista, che si delinea meglio nell’amicizia col poeta Sesetto; il quale, sì omosessuale e pedofilo ma pure facoltoso, gode di un’interessata protezione da parte dei concittadini, “soprattutto se c’è un ragazzino da prestargli per qualche ora, in cambio di un prosciutto, molta frutta, farina a sacchi”, p. 20.

Il rapporto tra A. G. e Sesetto non patisce certo alcuna concessione alla retorica: “Gli ero amico perché in lui potevo specchiarmi la malvagità, in altri introvabile così intera o tanto esplicita quanto era capace di offrire Sesetto: uno che non si privava di nulla se non di amori dal rifiuto sdegnato”, p. 23.

La ruvida onestà dell’anziano io narrante si rivela anche quando egli decide di palesare il motivo della sua verbosità così poco organizzata: “Arrivateci voi al momento in cui ogni giorno si incontra l’orrore di dover pronunciare l’ultima parola”, p. 31.

A. G. si rivolge sovente ai lettori, e il più delle volte lo fa con tono aggressivo: “Sono davvero una iena, senza neppure troppo impegno. Devo dirvi cosa me ne faccio del vostro biasimo? Usate la fantasia. La conoscete?”, p. 34.

Così come ha vissuto, frontalmente e senza ipocrisie, allo stesso modo l’uomo di teatro ragiona sulla fine ormai prossima: “Voglio morire privo di nostalgie”, p. 50.

La sua schiettezza si mostra anche in un altro rapporto, quello con la propria moglie: “Io e mia moglie dormiamo in stanze separate da almeno dieci anni”, p. 51; “Non le ho mai chiesto se prega ancora, nel letto. Non le ho mai chiesto se soffre di insonnia. Non so nulla delle sue notti. Ho ucciso una donna e nessuno lo sa”, p. 82.

Questo suo piglio sprezzante ma mai autoassolutorio, in àmbito lavorativo si declinerà in narcisismo: “Volevo sentirmi il Maestro, con il conseguente rispetto. Il Regista assoluto. A me gli onori principali, come pure le critiche più feroci”, p. 108.

In un’occasione, il suo inesauribile ragionamento su se stesso produce un’asciuttissima frase, quasi un aforisma che da solo occupa un’intera pagina. Come se questo suo rammentare e raccontare di sé fosse non tanto un’operazione di recupero quanto di svuotamento: “Devo lasciarmi in pace. Devo lasciarmi”, p. 154.

Altrove, parlando a se stesso, A. G. saprà affrontare le sua sempre più precaria situazione psicologica senza autocommiserazione, ma semmai con autoironia e creatività: “Hai chiamato calendario un lampadario. […] Credi che un lampadario potrà smettere di svolgere le funzioni per cui esiste se gli sbaglierai il nome? […] Incontrerai persone nuove di zecca e sarà bello presentarvi diretti verso una nuova amicizia”, p. 290.

Ecco: forse, questo suo esporsi con un’onestà tanto vicina alla sgradevolezza non è un tentativo di istituire un’infantile sfida tra sé e i lettori, quanto piuttosto una sfida tra i lettori e se stessi: chi tra noi, sembra chiedere Antonio Garau, è ancora capace di accettare l’altro per come è, nella sua imperfettissima condizione di essere umano? Chi tra noi si ricorda ancora che la misericordia non è un atteggiamento adottabile con differente intensità a seconda del grado di affinità con l’altro, bensì è la sola possibilità di mettere in comunicazione tra loro le misere esistenze di ciascuno?

“Cercate ancora, per poco, di intendervi con me. Non vi sto neppure più insultando.
Parlo perché desidero non vedervi indifferenti di fronte a un uomo impresso su una fotografia sdrucita dal perpetuo pianto della vedova lasciata sola. Nessuna indifferenza: anche se non avete mai conosciuto l’uomo e neppure la sua sposa. Sappiate assistere con rispetto a un gesto, a un oggetto, provando a non far accadere o esistere nulla invano”, (p. 308, a capo nel testo).

 
 
 

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