mickeymouse03

 
 
 

mickeymouse03 (Alter Ego 2016) di Andrea Mauri è, in tutta evidenza, il racconto di una storia d’amore tra due uomini, le cui vite sono lacerate da profondi conflitti. Michele, la voce narrante, vive una ambigua e morbosa ossessione per il fratello omofobo, Sergio; Francesco, invece, è un prete.

piatto_mickeymouseTuttavia, il romanzo pare ruotare anche attorno al tentativo dei due protagonisti (in particolare, il lettore seguirà da vicino le traversie di Michele e adotterà il suo punto di vista per osservare le vicende che lo coinvolgono) di affrancarsi dalla violenza del mondo e di sovvertire le sue leggi, o almeno di riuscire a creare uno spazio di sospensione delle normali brutalità dell’esistenza quotidiana.

Soprannominato da sempre sorcio in famiglia per le sue orecchie a sventola – un appellativo usato con affetto dalla madre e con disprezzo dal fratello e che finirà per segnare la sua identità, mickeymouse03 è infatti il suo nickname –, Michele incontra in rete itagnolo74, un uomo misterioso che sembra sempre pronto a sfuggirgli.

Dialoghi e frammenti di testi scambiati in chat puntellano il racconto e le riflessioni di Michele, sospinti da una duplice tensione: da un lato, dall’inafferrabilità della relazione precaria con Francesco, un legame che è esposto al futuro ma che è interrotto da esitazioni e fughe; dall’altro, dalla forza distruttiva del rapporto con Sergio, figura che Michele non riuscirà ad allontanare mai definitivamente dalla propria vita.

Costretto a dividere la stanza con il fratello, Michele cresce nascosto, facendo i conti con l’invidia nei confronti di Sergio per la sua disinvoltura (“Quello che mi interessava era altro, quello per cui consideravo Sergio irraggiungibile; la sua spigliatezza”, p. 11); per il corpo prestante, che ammira con insistenza (“I suoi glutei erano perfetti, muscoli arrotondati e sporgenti come quelli dei protagonisti dei film e più lo guardavo più ero incredulo, perché uno di quegli attori si stava facendo la doccia proprio nel mio bagno”, p. 15); per quell’apparente sicurezza che gli attira i favori della famiglia. Sergio è consapevole del potere che ha sul fratello e al contempo lo vorrebbe normale, cioè non omosessuale, una condizione che egli vive come minacciosa per la propria maschera di uomo dai comportamenti virili, che domina e usa gli altri per i propri scopi (“Non mi ribellavo nemmeno quando mio fratello ripeteva con ossessione che le persone inutili è bene lasciarle indietro, [….] ti impediscono di spiccare il volo, tanto non potresti più esercitare alcun potere su di loro”, p. 12).

Eppure Sergio è anche l’unico in famiglia a sapere dell’omosessualità di Michele; quando quel segreto che li tiene uniti viene svelato da Sergio alla madre durante un pranzo tra parenti, al tradimento si aggiunge l’aperto rifiuto della madre nei confronti di Michele.

Le minacce e la violenza fisica di Sergio, il suo desiderio di imporre la propria volontà e visione della realtà non sono però mai respinte una volta per tutte da Michele, che se alla fine si libererà delle ingiustizie subite affermando il proprio diritto a essere diverso, a essere se stesso, lo farà con una piccola vendetta nei confronti di Sergio e tradendo una promessa fatta a Francesco, come se in qualche modo si sentisse al sicuro nelle ripetizioni e nelle consuetudini del rapporto, nella propria condizione di vittima.

Nel finale la figura di Michele, che armeggia con la telecamera per cercare di controllare la realtà, come aveva fatto il fratello con lui, quando lo rendeva oggetto delle sue insistenti riprese, pare sovrapporsi a quella di Sergio.

“E poi si divertiva a infastidirmi con la telecamera che gli aveva regalato papà. Riprendeva le fotografie che attaccava al muro e spostava l’obiettivo verso di me per registrare una qualsiasi delle mie reazioni”, p. 13; “Mi è venuta persino la voglia di vedere a loop le immagini del processo e di studiare Sergio nei minimi particolari. Scoprire un altro Sergio per cancellare quello che non mi piace. Potrebbe essere migliore di quello che è cresciuto con me, fianco a fianco, nella stessa casa. […] Posso avvicinare lo sguardo, entrare nella sua anima, scovare quello che nemmeno Sergio conosce”, pp. 198-199.

Come se la violenza fosse infinita.

Oppure, come scrive Cesare Viviani, si tratta di accettare un male piccolo, che usiamo per scongiurarne uno più grande: “Qualcuno ci fa del male? Dopo una giusta reazione di distacco e di allontanamento, di protesta e di odio, capita spesso una cosa molto strana, quasi assurda e inspiegabile: capita di affezionarsi a chi ci fa del male, tanto da capire il malvagio, accettarlo, e continuare la relazione. Masochismo? Forse no. Forse accade che, con questo piccolo male continuo, ci illudiamo di assolvere il nostro debito con il male, di pareggiare i conti – è la logica del sacrificio – così da evitare il male grande, quello degli eventi irreparabili”, Non date le parole ai porci, il nuovo melangolo, Genova, 2014, p. 50.

Tante forme d’amore inevitabilmente imperfette popolano questo libro: quello familiare, claustrofobico e pronto a invocare il sodalizio dei componenti davanti al potere disgregante del mondo; quello della madre verso i figli, ingiusto; quello dei figli per i genitori, impossibile; quello della coppia, mai alla pari. Ma che cos’è l’amore? Amare prima gli altri e poi se stessi, amare prima davvero se stessi, provare ad amare gli altri e se stessi, in egual modo e contemporaneamente? Accettare tutto o saper respingere qualcosa, vedere i limiti?

 
 
 

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