“Come può un essere fermarne un altro, per sempre?”

 
 
 

Due figure campeggiano in Diario di un delicato di Pierre Drieu La Rochelle (volume apparso per i tipi di SE nel 1998 e ripubblicato dalla medesima casa editrice nel 2016, nella traduzione di Milo De Angelis): Jeanne e Köln, rispettivamente la compagna e il superiore di Pierre, il quale da entrambi si separerà.

Diario di un delicatoJeanne è una donna lungamente contemplata, studiata come un’opera d’architettura.

“Ciò che in Jeanne assomiglia al Partenone è il profondo valore architettonico della testa. Profonde misure del cranio, rigore della fronte, robusta struttura del naso, ampliata dall’arco nobilissimo delle cavità oculari. E anche l’arco delle labbra, e l’arco delle spalle”, p. 21.

Köln, l’odiato “padrone” (in questi termini è spesso identificato), dirige “una grande rivista illustrata che si chiama «L’Art au xxe Siècle»” (p. 29), di cui Pierre è redattore capo.

Questa raccolta di pensieri e brevi narrazioni testimonia l’impossibilità di qualsiasi legame per un dandy troppo fragile per essere libertino, troppo religioso per essere gaudente, troppo innamorato dei corpi e della loro unicità per essere frivolo e astrattamente intellettuale. Perché Pierre è ferito (il verbo ferire ricorre spesso in queste pagine) dalla propria estraneità davanti al mondo, agli altri e, al contempo, egli sa che non può fondersi, coincidere con il mondo e con gli altri senza consumarsi, senza venir meno.

Ma più insopportabile forse gli è il disorientante movimento di allontanamento e avvicinamento al mondo a cui la vita obbliga ciascuno.

“[…] il mio bisogno di essere dell’altro e di questo mondo, della contemplazione e dell’azione, di essere fuori dalla creazione e nella creazione”, p. 28.

E come amare qualcuno e non correre il rischio di fondersi con esso, di perdersi, di non essere più?

“Se ci donassimo l’un l’altro, come auspica Jeanne, ci perderemmo l’un l’altro. In questa fusione nessuno di noi sarebbe più riconoscibile. Sarebbe un ménage. Direbbero «loro», parlando di me o di lei”, p. 36.

Ma come amare nel tempo senza trascendere l’amore attraverso la moltiplicazione delle forme della vita? Come amare assecondando la vita?

“Jeanne si aspetta tutto da me: ciò che le do, lei lo centuplica, e così attraverso di lei mi moltiplico enormemente. Osservo con spavento e ammirazione questa escrescenza prodigiosa di me in lei. Questa escrescenza sono ancora io? […] Scioglie i miei nodi a uno a uno. La guardo mentre mi disfa. Eppure mi fa orrore l’avarizia”, p. 17.

Una sovrabbondanza che tocca l’apice nel desiderio di Jeanne di dare alla luce il frutto dell’unione con Pierre, quasi che la vita eccedesse i corpi, li superasse.

“Orribile e misteriosa operazione: la moltiplicazione. […] Jeanne mi vuole ancora – e si vuole – in un figlio. Ma non sarà più né lei né me. Il suo sogno è impossibile, questo figlio non sarà noi. Sarà un’indipendenza, un’ingratitudine, un ego”, p. 37.

E forse è solo per egoismo oppure per resistere al fluire incontrollabile del tempo, o forse ancora è l’insopprimibile distanza di corpi che non possono attraversarsi e trattenersi e hanno bisogno della propria misura, del proprio contorno, del proprio limite, se Pierre cerca una sospensione della mescolanza, del caos dell’esistenza, della prossimità con l’altro.

“[…] nella vita c’è anche la negazione della vita. C’era in me una fame di solitudine, di purezza, di immobilità”, p. 71.

Ma si può vivere nel mondo sottraendosi alla dinamica del potere e della sottomissione, all’incessante gara per occupare uno spazio (fisico o ideale) migliore di quello degli altri?

“I rapporti con il padrone mi turbano soprattutto perché non ho una tendenza naturale per la competizione e per la sfida. Non ho ambizione alcuna. Ma si direbbe che io abbia dell’orgoglio, perché sono ferito per sempre dalla presenza di quest’uomo”, p. 26.

Di certo non si può vivere al riparo: Pierre è un essere solo e assediato, impreparato ed esposto davanti alla vita, diviso tra qui e altrove, paura e abbandono, conquista e rinuncia, crudeltà e resa.

“Per tutta la vita sono stato ossessionato dal tema delle isole. Quando sono su un’isola mi sembra di essere nel mio posto ideale: nella terra e lontano dalla terra, nell’umano e lontano dall’umano”, p. 50.

 
 

(Il titolo è una citazione tratta da p. 12)

 
 
 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...