Il catechismo spiegato ad Alessandro

 
 
 

di Angelo Calvisi

 
 
 

Dovevate vedermi, con gli avambracci legati alla sbar­ra orizzontale, i pioli di ferro infissi tra palmi e polsi. Sudavo sangue come un capretto sgozzato, perché prima di condurmi quassù mi avevano per dispetto fatto passare in mezzo a un roveto e così avevo la fronte graffiata dalle spine, come una corona di ferite. Dovevate vedermi: il perizoma che cingeva le maniglie dell’amore, che tanto avevano contribuito alla nascita e al proliferare della mia leggenda (dopo quelle di Na­zareth anche le donne di Gerusalemme avevano con­cluso che ero il dio della copula), il perizoma, dicevo, mi era stato tolto per mettermi, in piena corsa, un pannolino da incontinenti.

In effetti, appeso sulla croce da ormai quattro ore, continuavo a cagarmi addosso e tuttavia il head-of-christ.jpg!Largepannolino non serviva a niente. La sera precedente, infatti, a ca­sa di Marco, la cuoca, una vecchia baldracca di Cafarnao, ci ammannì delle uova non proprio freschissime e anche l’harrosset (il timballo di fichi, datteri, noci e vino rosso di cui era maestro quel mentecatto di mio padre, pace all’anima sua) era più pesante dei mattoni d’Egitto che voleva rappresentare.

Tutto ciò mi provocò fin dal momento del Fernet terribili spasmi al ventre e con il freddo della notte fui colpito da un violento attacco di diarrea. Insomma, sulla croce la merda delle mie viscere si era sciolta, li­quefatta, e così lavorata si infilava facilmente nei la­schi interstizi del pannolone e dallo sfintere scivolava giù verso le cosce, venendo poi dissociata dalla mia pelle e trasportata dalla brezza, per depositarsi goc­ciolando come pioggia indesiderata sulle teste dei le­gionari che si incazzavano, e incazzandosi non trova­vano di meglio che vibrare impietose bastonate sulle mie rotule. Ma magari si fossero incazzati per benino. Magari mi avessero inferto un colpo di lancia o di daga e ciao, finita. L’avrebbero fatto più tardi, a freddo e senza esiti mortali, come potete intuire, e anziché al cuore mi venne aperta una spaccatura superficiale tra le prima e la seconda costola.

Dovevate vedermi: le gambe, in quella posizione innaturale, un po’ piegate, con un unico chiodo a serrare in unione pecorina la pianta e il collo dei piedi, mi davano un tale delirio doloroso che porco di qua, por­co di là, continuavo a biascicare, a sillabare, e poi a ur­lare con volume sempre più alto.

– Non bestemmiare, – piangeva mia madre raggomi­tolata di sotto, vestita come una vedova, – Non bestemmiare o ti do uno schiaffo.

Turbato da quelle minacce io mi fermavo un at­timo, cercavo di sdrammatizzare, di pensare ad altro, e fatalmente il mio ragionamento tornava al passato. Sembrava ieri il giorno funesto della mia nascita, gli anni oscuri della mia formazione.

Fui un ingegno precoce.

A tre anni giocavo a sudoku, a quattro leggevo e commentavo i fumetti di Tex, a cinque litigavo con il maestro di scuola che ci affliggeva con narrazioni po­co aderenti alla realtà. Avevamo in dotazione un libro, i dirigenti scolastici lo definivano sussidiario, in realtà il suo nome era Chiarocielo. Nelle pagine di Chiarocielo le illustrazioni mostravano bambini con le guance ro­sate che giocavano con il cane o con il peluche, e le mamme in cucina preparavano i manicaretti, avevano i capelli cotonati e aspettavano quiete la sera, quando i papà ritornavano dal lavoro.

Nella circostanza del supplizio sul monte del Calvario la mia mente si era fissata su un racconto che parlava dell’inverno. Il racconto spiegava che d’inver­no la natura va a dormire, i semi delle piante riposano sotto la coltre bianca della neve e gli animali cadono in letargo. Dentro le case descritte nel racconto c’erano i camini e nei camini bruciava un fuoco rosso e giallo. I bambini con le solite guance rosate erano intontiti dal tepore, andavano a letto presto e la mattina facevano fatica a tirarsi su, e quindi, diceva il maestro incompe­tente, durante l’inverno anche i bambini cadono in letargo, tale e quale al ghiro, alla marmotta.

All’orso.

Sulla croce mi sembrò di rivivere l’istante cruciale in cui la mia natura si rivelò, cioè l’attimo in cui fui preso da una forza sovrastante e alzai la mano per chiedere la parola. Dissi al maestro che il ghiro e la marmotta andavano bene, però quello dell’orso non si può descrivere come un letargo, bisogna essere precisi, quello dell’orso è un semi-letargo, perché ogni tanto, nel cuore dell’inverno, l’orso si sveglia ed esce dalla grotta nelle ore meno gelide della giornata, aggiran­dosi in cerca di cibo. In quei frangenti bisogna stare attenti. L’orso è famelico, una montagna di carne che può arrivare a quasi tre metri d’altezza e a otto quin­tali di peso, talmente veloce che quando corre supera i cinquanta chilometri orari e se ti raggiunge ti dà una zampata con le unghie affilate, ti recide la carotide, oppure un abbraccio da stritolarti, e così, mentre con­tinuavo la mia lezione sull’orso assassino che ti sco­perchia il cranio e comincia a sbranarti dal cervello, dato che nel cervello ci sono le sostanze zuccherine di cui è goloso, le stesse sostanze che sono contenute anche nei suoi alimenti abituali tipo i mirtilli o i lam­poni o i frutti della rosa canina, mentre cioè i com­pagni mi ascoltavano sgomenti nell’esposizione della mia prima, incandescente parabola, capii che la mia vita non sarebbe stata tanto normale.

In classe c’erano ventiquattro bambini disposti su tre colonne e ciascuna colonna era composta da quat­tro banchi doppi. Sulla croce, con la mente che sfuggi­va, per ancorarmi a qualcosa di fermo ripetevo i co­gnomi dei miei compagni, li pronunciavo a fior di labbra come una litania e a ogni cognome – Bar Abbas, Bar Yehuda, Bar Bapàpas – associavo un volto e una posizione nello spazio dell’aula, ma poi altri volti veni­vano a sovrapporsi, il passato e il presente che conti­nuavano a mischiarsi, e così mi ingarbugliavo e dove­vo chiedere a mia madre.

– Mamma, – le dicevo, – quand’è che siamo andati a quel matrimonio a Cana?

Mia madre muta come un totem di pietra.

– Mamma, ma Cana e Canaan sono lo stesso posto?

Silenzio imperturbato.

– E mamma, mammina, dov’è stato che ho molti­plicato i pani e i pesci?

Alla mia ennesima domanda la mamma sbottava. – Taci, – diceva, – mi stai facendo fare brutta figura.

Ha sempre avuto questi complessi, mia madre, ha sempre avuto paura del giudizio degli altri. A causa delle mie parabole, la cui esposizione diventava gior­no dopo giorno più frequente, le famiglie dei miei compagni di classe protestarono presso la preside, as­serivano che con i miei insegnamenti impressionavo lo spirito dei loro cuccioli ottenebrati e quindi fui espulso dalla scuola. Nazareth fu attraversata dall’onda di un grande scandalo, le autorità locali, dopo una rapida in­dagine, conclusero che ero un pazzo indemoniato e per un certo periodo fui ricoverato nel padiglione de­gli incurabili. Furono giorni di elettroshock e pillole di litio, giorni di lacci e farmaci a base di BDZ. Mi rila­sciarono dopo diversi mesi e non ero più lo stesso bambino. A rendermi diverso contribuì in maniera de­cisiva l’atteggiamento di mia madre, che per la ver­gogna non mi faceva mai uscire di casa.

Trascorrevo pomeriggi solitari a modellare statuine di fango, a maledire i bambini che giocavano vicino a casa mia, e se sentivo le loro voci penetrare oltre i mu­ri del mio cortile io rapido mi affacciavo per un istante dalla porta e scagliavo i sortilegi che simultaneamen­te, zac!, li facevano cadere morti stecchiti. – Così impari a tenermi rinchiuso, – dicevo alla mamma che, atterri­ta, aveva assistito alla scena.

Per dovere di onestà va detto che certe volte, vin­cendo l’imbarazzo, la mamma cambiava orientamen­to, e all’ora di pranzo, quando i giardini pubblici sono frequentati soltanto dai padroni dei cani più irascibili e rissosi, mi portava a svagarmi. Mi ricordo in partico­lare un’occasione, una giornata normale nel deserto anomalo delle altre giornate, ed è stato quando la mamma mi ha portato al giardino di Villa Pilato, dove incontrai due gemelli che si chiamavano Simone e Gio­vanni. Erano biondi e portavano sul viso degli enormi occhiali rossi. Con le cassette della frutta i gemelli ave­vano realizzato una bancarella per vendere dei rotoli artigianali del Pentateuco ai padroni dei cani di cui so­pra, e anche se erano edizioni poco accurate io vinsi la mia naturale predisposizione alla spocchia e andai a socializzare. Assieme ai gemelli lessi e analizzai alcuni passi significativi del Levitico, poi giocai a nascondino con loro, poi diedi le briciole di pane alle tartarughe delle vasche, e al momento di tornare a casa i gemelli ed io ci salutammo dandoci appuntamento al giorno dopo, e non sapevo che il giorno dopo non ci sarem­mo rivisti, e nemmeno nei giorni successivi, perché la mamma, a Villa Pilato, non mi ci ha portato più.

La dolcezza instillata in me da questi ricordi insen­sati mi spossava. Sulla croce alternavo momenti di cal­ma a esplosioni furenti in cui riprendevo a imprecare contro le genealogie celesti. Mia madre con i denti di­grignati mi percuoteva le caviglie, si scusava con gli spettatori, ed io è colpa tua, le urlavo disperato, è soltanto colpa tua se sono così infelice!

Andammo avanti con questa grottesca pantomima per tutta la mattina e per buona parte del pomeriggio, finché alle 17/17.30 il parossismo non raggiunse il suo culmine. Io ero lì che ansimavo come un mantice e non riuscivo neppure a comunicare al padre tutto quello che pensavo di lui quando a un certo punto un boato scosse la terra e il sole si fece improvvisamente nero. – Costui è davvero il figlio di dio, – gridarono i poliziotti e i semplici curiosi pervenuti alla mia esecu­zione. Ci fu un fuggi-fuggi generale, senza una direzio­ne precisa, un caos biblico che mi ricordava il singolare episodio della distruzione di Sodoma e Gomorra. An­che mia madre si dileguò, tirandosi su il gonnellino e correndo a gambe levate. Rimase soltanto un botolo, un piccolo botolo per nulla intimorito dall’atmosfera che si avvicinò trotterellando al mio tormento e, senza guardarsi neppure intorno, alzò la zampina posteriore destra liberando la vescica alla base del palo verticale.

 
 

Angelo Calvisi, nato a Genova nel 1967, divide i suoi interessi tra la scrittura e la recitazione. Il suo ultimo romanzo, Adieu mon cœur, è uscito nel 2016 per l’editore CasaSirio. Per i pennelli di Roberto Lauciello ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del graphic novel Sulla cattiva strada, ispirato alla vita di don Gallo, uscito per Round Robin nel maggio del 2014. Su questo blog ha pubblicato alcuni racconti inediti (vedi qui, qui, qui, qui, qui e qui), un dittico (qui) e un trittico poetico (qui). Nel corso del tempo, in qualità di attore, ha collaborato con registi come Fiammetta Bellone, Gianluca Valentini, Paolo Dotti e Paolo Pisoni. Di questi lavori sono reperibili in rete inquietanti tracce. Vive e lavora a Bonn.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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