Anima

 
 
 

Nel 2015 la casa editrice SE ripubblica, nella traduzione di Nicoletta Spadavecchia, il bellissimo romanzo Anima di Natsume Sōseki.

animaNella prima sezione, Il maestro e io, un giovane studente – di cui il lettore non conoscerà mai il nome – narra del proprio incontro a Kamakura con un uomo che egli chiamerà sempre maestro e al quale si legherà durante la propria permanenza a Tokyo durante gli studi universitari.

“Anche il giorno dopo andai alla spiaggia a quell’ora, e lo vidi. E così il giorno successivo. Tuttavia non ebbi occasione di scambiare con lui né una parola né un saluto. Il suo atteggiamento aveva qualcosa di poco comunicativo: arrivava riservato, sempre alla stessa ora, e se ne andava silenzioso così com’era venuto. Per quanto intorno a lui ci fosse animazione, sembrava non farci caso”, p. 16.

Il maestro è una figura irraggiungibile, lontana, straniera, senza un nome proprio eppure piena “d’amore per gli uomini” (p. 22), e il giovane ne è attratto. Nonostante non nasconda a se stesso la propria difficoltà a comprenderlo, la voce narrante non cede alla tentazione di analizzare e giudicare i suoi comportamenti.

“Mi sembrava una cosa strana. Comunque, non era per fare di lui un oggetto di studio che andavo a trovarlo. E così decisi di non pensarci più”, p. 24.

Questa libertà di ciascuno di essere ciò che è, con i propri modi, tempi e oscurità, permette a entrambi di esprimere la propria persona, di incontrare veramente l’altro e di rimanere, al contempo, nella propria solitudine. Una libertà che non è una fuga, che non mette al riparo dalla paura della perdita, dall’insopprimibile desiderio di comunione e somiglianza e dalla distanza che il tempo crea tra gli uomini.

“«Sono un uomo solitario» ripeté quella sera. «Sono un solitario, ma in un certo senso non lo sei anche tu? Col passare degli anni, anche se avverto la solitudine, io me ne posso stare tranquillo. Ma tu no, perché sei giovane. Per il solo fatto di poterti muovere, vuoi farlo. E muovendoti vuoi anche andare a confrontarti con qualche cosa, non è vero?».
«Io non sono affatto un solitario».
«Finché si è giovani non si sente la solitudine. Allora, perché vieni così spesso a casa mia?».
Mi rifece la domanda della volta precedente.
«Anche incontrandomi, probabilmente senti una certa solitudine. Ma io non ho la forza di aiutarti a liberartene, e prima o poi ti rivolgerai in qualche altra direzione e non verrai più da me».
Mentre diceva queste cose, sorrideva con tristezza”, p. 25.

La seconda sezione del romanzo, I miei genitori e io, costituisce una sorta di digressione durante la quale il ragazzo racconta il ritorno in famiglia dopo il conseguimento della laurea, allorché si troverà ad assistere il padre gravemente malato e a pensare al proprio futuro.

Alla forza del legame gratuito che lega il giovane al maestro, il padre e la madre del giovane, chiusi nelle convenzioni e nella loro ottusità e incapacità di ascolto, oppongono l’immagine di relazioni fondate sull’utilizzo del prossimo per il raggiungimento di uno scopo. Preoccupati per il figlio, lo invitano infatti a chiedere aiuto al maestro al fine di ottenere un lavoro e una posizione.

“Credevo di aver detto loro fin dall’inizio che il maestro non aveva nessuna occupazione. Quindi mio padre avrebbe dovuto ricordarsene. «Come mai non fa niente? Una persona che tu stimi tanto dovrà pur fare qualcosa!» replicò mio padre con un certo sarcasmo. Secondo lui, le persone di valore dovevano lavorare e occupare posizioni adeguate nella società. Se il maestro viveva nell’ozio, dunque, doveva essere un buono a nulla.
«Persone semplici come me non prendono un regolare stipendio,» continuò mio padre «però trovano sempre qualcosa da fare».
Rimasi zitto.
«Se è una persona importante come dici tu, ti troverà senz’altro un lavoro. Prova a chiederglielo» disse mia madre.
«No».
«E perché non vuoi chiederglielo? Lo puoi fare anche per lettera».
«Già» fu la mia risposta, e lasciai la stanza”, p. 92.

Ed è proprio durante il periodo di lontananza da Tokyo che il giovane diventerà custode di un segreto.

Il maestro e il suo testamento spirituale, la terza e ultima sezione, è costituita per l’appunto da una lunga lettera del maestro in cui quest’ultimo – fino a quel momento restio a parlare di sé e del proprio passato nonostante le aperte richieste del giovane – confessa la natura dell’ombra che affligge la sua vita da molti anni e che lo porterà a commettere un incomprensibile gesto.

Attraversato da una silenziosa e nascosta tensione che tiene i personaggi in un continuo movimento tra obbligo e necessità, scelta e accettazione della vita, solitudine e desiderio di appartenenza al mondo e agli esseri umani, dono di sé e consapevolezza di non poter raggiungere gli altri e farli propri, il romanzo ruota attorno all’impossibilità dell’innocenza, della separazione dall’esistenza mortale e alla fragilità umana e al peso del passato immodificabile che ciascuno porta su di sé come una colpa. Nel corso della storia, la voce narrante è sempre la prima singolare, ciò che l’uomo dice non può che passare attraverso i limiti dell’io.

E se è vero che “[…] è impossibile per noi comprendere le motivazioni di un altro essere umano” (p. 217), come scrive il maestro, è altrettanto vero che si può dare (e ricevere) solo quanto è necessario, ossia ciò che nasce dalla necessità. E la necessità a cui bisogna attenersi è invisibile, chiarissima e indistinguibile, libera dall’astrattezza di significati e dalla paura che porta con sé ogni corpo.

“Non ti ho scritto solo per mantenere la promessa che ti avevo fatto. Più che la promessa, mi ha spinto la necessità che sentivo dentro di me” (p. 217), confessa il maestro.

Ecco forse che cosa significa scrivere: dare a un altro ciò che non ci appartiene, che non ha padroni, l’universale che ci attraversa, ci abita e si fa sentire nel corpo, dare senza aggiungere pesi, come in un atto naturale, necessario.

 
 
 

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