Un utopista

 
 
 

di Pietro Vizpara

 
 
 
 

Pasquale nasce alle nove del mattino del 12 giugno 1873, una mattina con poco sole e molto vento, una giornata come tante, con una donna che sbuffa e impreca nel tentativo di sgravarsi e un uomo, cinquecento metri più in là, al lavoro nella propria bottega, chino su un tramezzo a respirare l’odore del legno e ripensare a quello che gli è appena stato raccontato da un maestro elementare la sera prima, e cioè che l’Impero austro-ungarico, quell’anno, sta attraversando una grave crisi finanziaria che rischia di portarlo al tracollo se i suoi governanti non sapranno inventarsi qualcosa. Frattanto in Via Degli Aranci, quella mattina, qualche secondo prima che Pasquale si faccia strada nel mondo, un gatto nero di proporzioni immani precipita dal tetto e atterra sul selciato con un tonfo, spaventando un paio di piccioni e una guardia regia che, nell’attesa di vedere affacciarsi alla finestra la sua puttana del cuore, s’era appena addormentata, persa dentro un incubo che la vedeva in Piazza d’Armi con la schiena al muro in attesa di venire fucilata, colpevole di scarso zelo, inettitudine e insubordinazione all’autorità costituita.

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Nel 1891 Pasquale conosce Pietro, un baffuto toscanaccio che sa usare le parole come fossero baionette e che sa farsi beffe di chi sulle baionette erige il proprio potere. Bisogna darsi da fare, dice Pietro a Pasquale, la prima volta che si incontrano. Sì, risponde Pasquale, e ciò di cui sono convinto è che il nostro primo dovere è quello di non smettere di fare ciò che stiamo facendo, cioè parlare alla gente, disilluderli, smascherare le favole che lo Stato e la Chiesa ci propinano ogni giorno, non lasciarci atrofizzare ciò che abbiamo di più importante, la nostra indipendenza di pensiero e di azione! Ti dico una cosa, Pasquale, lo incalza Pietro, vuoi sapere cosa dico sempre a chi mi chiede perché non so starmene buono buono in mezzo al gregge di chi conosce solo la legge del branco e dell’ubbidienza? Vuoi sapere cosa ho detto un attimo fa a quel ciabattino baciapile che puzza d’incenso in maniera nauseabonda? Gli ho detto: ciabattino, dimmi, ti sembra normale vivere in una città in mano ai militari in un paese in mano a un marchese buono solo a dire che ciò di cui l’Italia ha bisogno è una riduzione della spesa pubblica e un più stretto rapporto con i nostri cugini francesi? Vogliamo fare la fine dei nostri amici francesi di Fourmies, ammazzati perché colpevoli di avere osato manifestare contro il governo? Vogliamo ritrovarci morti e sepolti prima di deciderci ad alzare le voce ed esprimere un’idea che sia diversa da quella imposta dai nostri sfruttatori?

Nel 1899 Pasquale ha le scarpe bucate e sdrucite e gli occhi arrossati di chi ha passato molte notti in bianco dentro celle più piccole degli sgabuzzini delle sguattere del Re. È stato a Milano, Lugano, Como e Genova. Dentro e fuori dal carcere, impossibile ricordarsi come e quando, tenere conto dell’esatta sequenza delle condanne e delle fughe e della sbalorditiva quantità di parole scritte con le quali Pasquale scolpiva il tempo proprio e quello dei compagni di sventura che incontrava lungo il cammino. Conosce il profondo sud del paese a causa della dimora coattiva, guida una sollevazione a Lampedusa, resta ferito, si prende una condizionale per trasgressione agli obblighi del domicilio coatto, e poi è ancora in fuga, questa volta a Marsiglia, e da lì a Genova, dove la mano lunga dell’autorità decide che quel giovane di mente svegliata, facile parola e non mancante di certa coltura sia un pericolo e che per questo vada allontanato. Quando a marzo del 1899 rientra alla Spezia, Pasquale si chiede cosa lo porti a tornare lì, in quella sorta di acquitrino per pesci grossi dove la puzza di acqua stagnante lo ammorba a ogni ora del giorno. Pasquale viene assunto presso i cantieri navali del Muggiano. Gli operai lavorano a testa bassa, mentre lui no, ogni occasione è buona per scuoterli dal torpore nel quale sono nati e cresciuti, per farlo alza la voce e ricorda a tutti che il governo Pelloux ha appena presentato in Parlamento una legge che abolisce la libertà di associazione, di riunione e di stampa. Cosa stiamo aspettando, chiede Pasquale agli operai che passano con lui la giornata chini su parti di scafo che nessuno di loro vedrà mai solcare il mare. Vogliamo aspettare che ci riducano tutti a suppellettili delle loro ambizioni meschine? Volete questo per voi e i vostri figli?

Nel 1901 Pasquale sposa Zelmira Peroni, una donna che sa ridere del potere, chinarsi solo di fronte a un bel cesto di patate e scrivere con la stessa veemenza con la quale rammenda le maglie di lana del marito e toglie le zecche al cane. Due anni dopo Pasquale e Zelmira decidono di pubblicare un foglio settimanale che chiamano “Il Libertario”. Fin da subito scattano delazioni, denunce, censure, sequestri e processi; niente in confronto all’entusiasmo dal quale i coniugi Binazzi sono circondati e del quale non vogliono curarsi: gli operai si ficcano una copia de “Il Libertario” nella tasca dei pantaloni e ne leggono brani ai compagni meno informati durante le pause tra un turno e l’altro, i contadini se lo fanno leggere la sera dai figli davanti a un piatto di minestra, gli insegnanti lo sventolano davanti ai colleghi più conservatori e monarchici, i verdurai ci avvolgono le uova per rifilarli alle domestiche più remissive e ai garzoni meno svegli. Le notizie volano di bocca in bocca con la stessa velocità con la quale il giornale colleziona sequestri preventivi, minacce e insulti. Un numero sempre maggiore di persone scopre la vicenda di Beccari e Bassano, i due reclusi innocenti del Romito Magra, assassini di un compaesano secondo una fitta rete di insinuazioni, dicerie e supposizioni; giunge la notizia del primo sciopero generale della storia italiana, sei lunghi giorni di lotta e pugni duri, ed è Pasquale a scrivere dell’origine dello sciopero, le proteste di quattro minatori sardi per le miserabili condizioni lavorative e il conseguente omicidio di stato con il quale i minatori vengono giustiziati; poi è la volta della nascita dell’Associazione Internazionale Antimilitarista, con il congresso di Amsterdam del 1904, aperto con il motto né un uomo né un centesimo per il militarismo; e infine ci sono dettagliati resoconti di processi farsa contro innocenti colpevoli di attività sospette condotte in ore notturne, renitenza alla leva, disobbedienza civile di fronte all’autorità costituita, dileggio di pubblico ufficiale, oltraggio al pudore, frode e calunnia.

Nel 1909, alla vigilia delle elezioni politiche, Pasquale racconta a Zelmira un sogno, il sogno a occhi aperti di ogni anarchico alla vigilia delle elezioni, un sogno a occhi aperti, ci tiene a precisare Pasquale, che sa di poter realizzare solo con l’aiuto di tutti. Pasquale sa che per cominciare deve smascherare il grande teatro di scena della politica, aprire gli occhi ai cittadini, mostrargli la verità e convincerli che quello che stanno vivendo è un incubo e che la fine è vicina, a portata di mano di chiunque, a condizione di credere che tutto sia possibile, compreso ciò che sembrerebbe impossibile. Per questo motivo decide di scrivere l’opuscolo Perché non votiamo, perché solo spiegando le ragioni della propaganda e la strategia migliore da adottare per la nascita di una nuova società, tutti, utopisti e non, possono cominciare a riconoscere la realtà come un incubo e l’utopia come la vita che ci appartiene e che ci è stata sottratta da quella sorta di linguacciuti burattinai che pretendono di rappresentare un intero popolo! Il giorno delle elezioni politiche, Pasquale esce presto di casa con la sensazione di non avere chiuso occhio tutto la notte e di non dormire un sonno regolare da mesi. Si ferma in un’osteria nei pressi del municipio, scruta una fila di gente attraversare la strada e, prima che sia troppo tardi, li raggiunge e gli porge l’opuscolo. Si tratta di cinque ragazzi dall’aria smarrita ai quali il proprio datore di lavoro ha intimato di andare a votare; Pasquale gli dice di andare, se proprio ne sono convinti, ma non senza aver prima letto l’opuscolo che gli porge. I ragazzi gli danno ascolto, forse perché di tornare al lavoro non hanno fretta, oppure perché l’aria bonaria del baffuto li ha convinti che quel foglio li possa riguardare, fatto sta che davanti al seggio elettorale, nel giro di qualche ora, si forma una lunghissima coda di elettori che si strappano dalle mani l’opuscolo e urlano insulti contro lo stato e i militari. Pasquale non crede ai propri occhi, nemmeno quando il giorno dopo compra il quotidiano locale, si sente girare la testa e venir meno. In un trafiletto in prima pagina un giornalista che si firma con le sole iniziali P. B. racconta del drastico aumento delle schede nulle e dello sterminato numero di copie dell’opuscolo Perché non votiamo trovate dentro le cabine elettorali e lungo i corridoi in prossimità dei seggi elettorali, delle votazioni da rifare e dello strano silenzio con il quale i cittadini hanno accolto l’annuncio del sindaco che proclamava: “Il popolo è sovrano e in quanto tale ha deciso di prendersi qualche giorno di riflessione prima di fare la propria scelta e io, in quanto primo cittadino di questa onorata città, vi invito a non abbandonare la politica e presentarvi numerosi alla prossima tornata elettorale!” Il giornalista che si firmava con le sole iniziali chiuse l’articolo raccontando di come il sindaco alzò lo sguardo davanti a sé e dello spavento che lo prese nell’accorgersi di essere rimasto solo nella piazza spazzata dal vento. Il sindaco, scrisse il giornalista, chinò la testa davanti al leggio e, in un gesto di estremo sconforto, si portò le mani davanti alla faccia e scoppiò in lacrime.

 
 

Pietro Vizpara è nato nel 1978 a La Spezia, dove vive e lavora.

 
 

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