Crepuscolo

 
 
 

Uscito nel maggio del 2016 per NN Editore nella traduzione di Fabio Cremonesi, Crepuscolo di Kent Haruf chiude la Trilogia della pianura; gli altri due volumi che la compongono, Benedizione e Canto della pianura, sono stati pubblicati dal medesimo editore rispettivamente nel marzo e nel novembre del 2015, benché Benedizione sia l’ultimo della trilogia (NN motiva qui la sua scelta editoriale).

Crepuscolo sorprende non tanto per l’esiguità della trama o per l’asciuttezza dello stile, quanto perché la somma di questi due elementi corrisponde a un romanzo tutt’altro che povero.

Nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado, le vite di alcuni individui si consumano tra fatica e drammi, gesti di solidarietà e piccole gioie inattese. Incontriamo così i fratelli Raymond e Harold Crepuscolo_cover_def_piattoMcPheron, allevatori, nella cui fattoria ha trovato rifugio la giovane Victoria Roubideaux, madre della piccola Katie; l’orfano DJ che vive col burbero nonno e che farà amicizia con Dena, una delle due figlie di Mary Wells, vicina di casa in profonda crisi dopo essere stata abbandonata dal marito; Luther e Betty, che abitano in una roulotte coi figli Joy Rae e Richie, seguiti dall’assistente sociale Rose Tyler; va infine citato Hoyt, il violento zio di Betty, che costringerà lei e Luther a ospitarlo nella loro roulotte, con conseguenze terribili soprattutto per i due bambini.

Le vicende dei vari personaggi ora si lambiscono per pochi attimi ora si incrociano generando rapporti non superficiali (come quello, affettuoso, tra Raymond e Rose). Queste esistenze dolenti, così dedite alla solitudine e alle faccende quotidiane da non saper più accogliere, né forse più riconoscere, la felicità, sono tratteggiate con uno stile eccezionalmente sobrio, che si declina in un’aggettivazione quanto mai scarna, in una quasi totale assenza di dettagli psicologici e in un ritmo narrativo tutt’altro che serrato.

Tale combinazione di espedienti conduce a due importanti esiti. Il primo è la restituzione di un ambiente che pare immutabile, in cui non è quasi contemplata la possibilità di un’evoluzione sociale o spirituale, al punto che gli eventi straordinari vengono tacitati poiché estranei alla consuetudine e dunque incomprensibili, incomunicabili. Si legga per esempio il dialogo tra DJ e suo nonno, dopo che il ragazzino è stato vittima di un pestaggio:

“Lui rimase sul prato a guardare gli alberi piantati a distanza regolare e attraverso gli alberi il cielo sereno. Merli e storni beccavano nell’erba intorno a lui.
Dopo un po’ si rimise in piedi e tornò a casa. Nella casetta buia, sulla sedia a dondolo in salotto c’era suo nonno.
Sei tu? urlò.
Sì.
Pensavo di aver sentito qualcuno là fuori.
Sono io.
Vieni qui.
Tra un attimo, disse.
Cosa stai facendo?
Non sto facendo nulla”, p. 52.

L’altro e più straordinario esito è una sorta di mesta misericordia che attraversa le pagine di Crepuscolo. Come se tutti i personaggi (anziani o giovanissimi, inclini al bene o al male che siano) componessero in fondo un unico personaggio eterno, l’umanità, lasciata sola coi propri affanni e i propri attimi di inopinata contentezza. Allora l’aggettivazione e l’approfondimento psicologico ridotti al minimo, l’andamento senza sussulti e, si aggiunga, l’assenza di segnali grafici del discorso diretto, non solo aboliscono eventuali gerarchie morali tra i personaggi, ma soprattutto li àncorano al ritmo della vita, che è uno solo per tutti.

Ma Crepuscolo non è un libro che nega la bellezza dell’universo. Al contrario, esso è portatore di un’idea di bellezza semplice, severa. Forse Kent Haruf vuole suggerire ai suoi lettori che solo chi è del tutto consapevole del proprio infinitesimale posto nel mondo, dell’impossibilità di espandere il proprio dominio a dismisura, ecco: solo chi sa riconosce la misura propria e quella dell’universo può godere del pochissimo che ha in dono, anziché consumarsi nell’illusione dell’onnipotenza.

Emblematico, in questo senso, il fatto che nel romanzo diversi personaggi si trovino in procinto di piangere, eppure si trattengano, perché le lacrime corrisponderebbero a una troppo plateale richiesta di aiuto, a un’invasione dello spazio altrui. Come fa Victoria Roubideaux, al telefono con Harold McPheron dopo aver preso la decisione di lasciare la fattoria per intraprendere gli studi universitari: “E dato che Raymond lavando i piatti faceva così tanto rumore da non riuscire a sentire ciò che Harold stava dicendo al telefono, lui disse a Victoria che il fratello sentiva molto la sua mancanza e parlava di lei ogni giorno, cercando di indovinare cosa stesse facendo a Fort Collins e immaginando come se la stesse cavando la bambina, e man mano che andava avanti con quel discorso la ragazza capì che stava parlando del fratello e insieme di se stesso, e si commosse al punto che ebbe paura di scoppiare a piangere”, p. 55.

 
 
 

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