Adieu mon cœur

 
 
 

Pubblicato nel 2016 per i tipi di CasaSirio, Adieu mon cœur è un piacevole quanto insolito romanzo d’amore e di formazione scritto da Angelo Calvisi.

Dal principio alla fine, il volume è caratterizzato da un ritmo serrato e da una voce sicura che narra gli eventi fondamentali della vita del protagonista, i grandi fatti che costituiscono il tessuto del racconto e che compaiono d’un tratto e quasi per caso, trattati con sapiente noncuranza.

Come se fosse possibile avvicinarsi a essi solo parlando d’altro.adieu-1

Sono allora forse le conseguenze a costituire il cuore della storia che vede narratore e personaggio principale Paolo Delle Piane, la cui esistenza è visitata dalla figura amata di Michela, vicina o lontana, presente o ricordata, ma in ogni caso capace ogni volta di svolgere un ruolo di fondamentale importanza nella vita del protagonista.

Tra disinvoltura, disincanto e situazioni grottesche e divertenti, in una lingua colorita e governata su un registro quotidiano talora scanzonato, con inserti regionali liguri (si pensi all’evocativo e ricorrente babanetti, termine scherzoso per indicare i bambini mocciosi), si muove il romanzo, che ruota silenziosamente attorno a ciò non può essere detto, capito, a ciò che è avvenuto prima ma che è molto più di una causa.

È qualcosa di terribile che è accaduto e che tuttavia rimane un evento irrelato, incomprensibile, un vuoto che movimenti, gesti, pensieri, sensi di colpa cercano di colmare: “Chissà, magari se fossi arrivato in tempo all’uscita del catechismo non sarebbe successo niente”, p. 170.

Dalla struttura circolare, Adieu mon cœur si apre e si chiude nel 1983, sul finire dell’infanzia di Paolo, mentre i tre capitoli centrali che corrispondono a tre momenti temporali distinti, ciascuno a distanza di dieci anni dall’altro, coprono le vicende del trentennio successivo.

Ma chi è Paolo? Un bambino che si trova a vivere con due genitori che litigano continuamente: “Mio papà una volta se n’è andato, quando io facevo la quinta elementare e i gemelli erano all’ultimo anno di asilo. Non mi ricordo cos’era successo, mi ricordo soltanto che la sera mio padre non rientrava e la mamma piangeva sempre e aveva la faccia lunga come adesso”, p. 22.

Paolo è un adolescente che cresce in comunità e che diventerà un adulto con problemi di alcolismo: “Io sono un alcolista. Per età, enzimi sballati, valori ematici casuali come un terno al lotto, per la pancreatite e l’esofagite ricorrenti, per la tendenza al delirio e, soprattutto, per il fatto che l’alcool mi ha cancellato dal cervello interi capitoli di vita. Posso considerarmi un caso da manuale. Ho iniziato con qualche birra attorno ai diciotto anni, quando ho lasciato la comunità per decorrenza dei termini e sono tornato a casa da mia madre e da mia sorella Annalisa”, p. 103.

Ma è anche un musicista di successo con una famiglia: “Dovrei chiederlo al ragazzo che stasera era al programma di Red Ronnie, l’amministratore di un sito dedicato a me, un tipo apparentemente un po’ emotivo, una specie di archivio vivente che conosce ogni minuto della mia biografia. Sapeva meglio di me da quanto tempo vivo a Castellane, mi ha snocciolato come l’Ave Maria i nomi dei turnisti con cui incido abitualmente i miei dischi e mi ha tramortito definitivamente con il segno zodiacale dei miei due figli, le date dei miei tour, i miei spostamenti”, p. 79.

Come tutti gli esseri umani, Paolo si sente (è) però fuori posto, disorientato: “Tra i mulinelli di neve e l’oscurità della notte non vedo più la strada. Questo andare alla cieca, la mia guida incerta, è tutto intonato, intonato non so a che cosa, ma mi sembra che potrei andare avanti così, a guidare nella bufera, per molto tempo ancora”, p. 85; “Dal cofano è salito un rantolo che si è spento nel rumore del vento, o forse era l’ululato di un animale selvatico. Per un istante, in mezzo alla neve che rendeva irriconoscibile ogni cosa, ho avuto paura”, p. 95.

Un uomo che non è più a suo agio nei luoghi dell’infanzia mutati dal tempo (“Pensavo di conoscere ogni angolo di questa città e invece, nei luoghi dove sono cresciuto, non riesco più a orientarmi”, p. 126); un uomo assediato da urla immaginarie di topi, spaventato e attirato dalle asimmetrie, dalle imperfezioni, dalle mancanze che interrompono le illusioni di durata, di completezza, di compiutezza: “È un segno della sorte e allora mi decido, vado e le chiedo se vuole ballare con me, ma mentre sono lì, con la bocca aperta che sta per parlare, mi rendo conto di un particolare terribile, e cioè che Michela mi supera in altezza, e non di poco, saranno almeno cinque centimetri”, p. 42; “Sul cartellino di riconoscimento c’è scritto che si chiama Jurgen. La sua mano sinistra ha quattro dita. Gliela osservo mentre digita sulla tastiera, conto e riconto le dita, sono quattro, come le mani dei Simpson, e non ci sono segni di mutilazione, solo quattro dita ben ordinate e ben distribuite. Passo a Jurgen la carta di credito e non riesco a staccare gli occhi dalla sua mano, ne sono ipnotizzato. Forse dipende dal fatto che nei corpi guasti ci vedo qualcosa che mi somiglia”, p. 115.

Forse allora si tratta soltanto di intonarsi al movimento della vita e lasciar da parte la volontà di capire, di trattenere, di prevedere, di organizzare.

Bisogna soltanto abitare il mondo, assecondare la vita, innamorarsene.

“È una questione di abitudine. Abituarsi al letto che cigola e che all’inizio ti trasmette un po’ di angoscia, abituarsi al polpettone degli educatori che la prima volta ti ha fatto venire la pelle d’oca, abituarsi alle puzze dei piedi che si mischiano nelle camere e non ti danno più il voltastomaco. Mi sono abituato a tante di quelle cose che ora i cambiamenti non mi fanno più paura”, pp. 171-172; “Uscito dal bar pensavo anch’io al caso e agli intrecci tra le storie delle persone, pensavo alle decisioni individuali che influenzano la tua esistenza e l’esistenza di chi ti sta intorno in cerchi sempre più imprevedibili. Ho pronunciato sottovoce la frase di Bob Dylan, quella che dice che la vita è ciò che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti, ma non sono convinto che fosse calzante, non sono neppure convinto che fosse una frase di Bob Dylan, probabile che l’abbia detta John Lennon”, p. 68.

 
 
 

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