Sono il guardiano del faro

 
 
 

Otto racconti brevi e uno lungo – l’ultimo, che dà il titolo alla raccolta – compongono Sono il guardiano del faro di Éric Faye, uscito in Francia nel 1997 e proposto adesso (maggio 2016) ai lettori italiani dalla neonata Racconti Edizioni, nella traduzione di Valentina D’Onofrio.

Sono narrazioni in cui le coordinate logiche vengono minacciate da vicende dove staticità e moto, luoghi e direzioni, acquistano caratteristiche inedite e perciò irriconoscibili.

Nel primo racconto, Mentre viaggia il treno, il protagonista si trova appunto a bordo di un treno che viaggia parallelamente a un altro; nessun passeggero ha la possibilità di scendere, dunque il suo rapporto con Antonia, chiusa nell’altro convoglio, non potrà che consumarsi in un dialogo muto: “Antonia m’ha confidato d’essere sposata; ha tracciato un grosso SÌ in risposta alla mia domanda”, p. 14.

fayeNe Il vento delle 6.18 un viaggiatore scopre che il paese di Taka-Maklan, cancellato tempo prima per errore dagli orari ferroviari, a poco a poco è stato abbandonato a se stesso. Mosso da un’irrefrenabile curiosità, egli salterà dal vagone per poi rendersi conto che, in una sorta di diabolica sineddoche, chi abita a Taka-Maklan finisce per smarrire la propria identità.

Un altro viaggiatore è il protagonista di Frontiere: il suo desiderio di scalare i vari livelli di una cittadina ai piedi di una muraglia lo farà piombare in una spirale senza uscita. In questo racconto si esplicitano (forse fin troppo) i debiti di Faye verso Franz Kafka, Friedrich Dürrenmatt e Dino Buzzati.

Nel successivo Notizie dalle porte dell’inferno, un’agenda telefonica trovata su un marciapiede e conservata dal protagonista ne anticiperà in qualche modo il futuro, aggiornandosi autonomamente con nuovi numeri telefonici via via che la sua vita procederà, sino a prefigurargli il momento finale.

Dopo tre racconti assai brevi e più leggeri si giunge a Ibernazione, dove troviamo un uomo che, a casa propria, pare stia aspettando una donna, Anouck; salvo poi rendersi conto che la donna non sarebbe mai giunta e provare una “gioia selvaggia” (p. 78) all’idea di essersi “affrancato dal mondo” (ibid.), come se l’attesa – illusoria sin dal principio – non fosse stata altro che l’estremo legame dell’uomo con la vita sociale, se non con la vita tout court.

Sono il guardiano del faro, che occupa quasi la metà delle centoquarantotto pagine del volume, ci presenta proprio il guardiano di un faro che, lo si dichiarerà nelle prime battute, è pressoché inutile: “Il faro ha questa particolarità, quella d’esser stato costruito in alto mare lontano dalle coste […] Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare”, p. 81.

Come se non bastasse l’insensatezza di un simile impiego, la solidità esistenziale del protagonista verrà minata da due serie di accadimenti. Intanto, egli sarà vittima di una sequela di clamorosi equivoci: sarà ingaggiato per errore dai servizi segreti; nel faro verrà installato un telefono al quale sarà contattato da sconosciuti che hanno sbagliato numero o che cercavano persone diverse da lui; sarà addirittura (sempre per errore) invitato a un cocktail; riceverà una carta nautica aggiornata in cui non compare il suo faro; riceverà in lettura (ecco esplicitarsi nuovamente le fonti dell’autore) una copia de Il deserto dei Tartari; per non parlare di quando gli sarà recapitata una lettera che conterrà un’involontaria e atroce beffa: si tratterà infatti di una circolare “indirizzata a tutte le infrastrutture pubbliche” che “ricordava l’obbligo di disporre di uscite d’emergenza”, p. 109.

Ci sono, poi, tutti i tentativi dello stesso protagonista di rinvenire cause e significati della propria permanenza sul faro. Benché evidentemente compiuti per attenuare l’assurdità della propria vita, questi sforzi produrranno un effetto opposto rispetto a quello desiderato.

Egli infatti, nelle sue elucubrazioni, si domanderà se il faro non sia stato costruito appositamente per lui; elencherà a se stesso alcuni motivi (volontà di separatezza dalle donne, dalle parole, scelta politica…) che lo hanno spinto a scegliere quel tipo di isolamento, per poi smentirli a uno a uno senza svelare, o avendo dimenticato?, il motivo autentico; arriverà a “pensare che il faro è qui per accumulare i rapporti dei suoi guardiani, si nutre dei loro sogni, li digerisce lentamente”, p. 133.

È come se nei racconti di Éric Faye la vanità umana – la vanità delle scelte professionali, delle ambizioni, persino la vanità di ogni spostamento o di ogni presa di possesso di un luogo – si concretizzasse, dando vita a scenari in cui l’assenza di governabilità del mondo, di solito frettolosamente marginalizzata, diventa centro e norma.

E ogni movimento teso a recuperare una qualche causalità, le tracce di un percorso coerente che resista agli scossoni spaziotemporali, non fa che confermare l’incomprensibilità dell’esistenza, non fa che rendere più nere le tenebre.

 
 
 

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