Cronaca nera

 
 

di Maria Cristina Comparato

 
 

A quel tempo non avevo molti amici, anzi, di amici non ne avevo affatto, e trascorrevo le giornate guardando la televisione con mia madre, pensionata, e a discutere con lei i fatti di cronaca che ci propinavano i programmi.

Iniziava sempre così: il telegiornale riportava la notizia del ritrovamento di un cadavere, in genere era il Tg dell’ora di pranzo a parlarne, il giornalista buttava qua e là due ipotesi – il marito, l’amico, lo strozzino – e poi lasciava il tutto alla fantasia del telespettatore, ovvero io e mia madre, fino a nuovi sviluppi nelle indagini.

Noi ascoltavamo in silenzio, masticando rumorosamente il pranzo, e quando terminava il servizio iniziavamo a commentare: che faccia da galera c’aveva quello, in che mondo viviamo, e così via.

Nei giorni successivi, siccome i giornalisti aggiornavano sulla vicenda con nuovi, più o meno veri dettagli, partiva la serie di puntate speciali dedicate al caso: commentatori della domenica, avvocati, psicologi, criminologi, poliziotti e anche politici, interi salotti dove il fior fiore della macchina della giustizia, con tutti i suoi rappresentanti, esibiva competenze e potere, spesso litigandosi i ruoli (di competenza e di potere), coinvolgendo la gente a casa nella morbosa ricerca di anomalie, segni premonitori, movimenti sospetti.

La vita del morto veniva rivoltata come un calzino, amici e familiari facevano a gara a chi rivelava i dettagli più scabrosi (o anche quelli più commoventi, a seconda del caso) e tutti sostenevano la propria verità a colpi di interviste e dichiarazioni.

cronacanera 1024L’unico a non avere diritto di parola era proprio il morto. E anche l’assassino a dire il vero.

Questo circo televisivo poteva andare avanti per settimane, mesi, e addirittura ci fu un caso che aveva assicurato per ben due anni tutta una sfilza di ricostruzioni, servizi dedicati al fatto, tanto che i parenti della vittima, da poveracci che erano, erano diventati talmente ricchi da potersi permettere vestiti e auto di lusso; però la pacchia finì anche per loro perché poi si venne a sapere, come io e mia madre avevamo capito fin da subito, che era stato il compare della vittima, quello che più di tutti gridava di voler uccidere chi gli aveva ammazzato l’amico.

Non ci guadagnavamo niente, ma la soddisfazione di partecipare alle indagini e alla interpretazione degli indizi era tanta.

Ora, a Roma, dove vivevo e vivo anche adesso, di omicidi ce ne sono a bizzeffe, e non è raro che capitino in luoghi conosciuti come la discoteca “Ics” o il supermercato “Ypsilon”, il difficile sta nel conoscere le persone coinvolte: quasi sempre non sai chi fosse il morto, non hai idea di chi siamo i suoi amici e, insomma, non c’è molta differenza che se fosse successo tutto in un paese straniero.

Per fortuna, però, Roma è grande e ha tanti assassini, talmente tanti che prima o poi, se già non ne conosci uno, ti capiterà di scambiarci quattro chiacchiere, e ti capiterà anche di incrociare sul tuo cammino una futura vittima.

Bene, io all’epoca non nutrivo molte speranze in questo senso, perché non uscendo mai, disoccupato com’ero, i miei incontri si limitavano ai vicini del palazzo (con cui però non avevo rapporti di alcun genere, fatta eccezione per la signora Lucia, la vedova del terzo piano, grande amica di mia madre), e i commessi e gli impiegati dei negozi dove svolgevo le commissioni, sempre assieme a mia madre. Il punto è che nessuna di queste persone mi sembrava né una possibile vittima, né tanto meno un assassino; forse la cassiera del supermercato avrebbe potuto imbattersi in un ladruncolo disgraziato, ma si sarebbe trattato di una cosa da niente, un omicidio che si sarebbe risolto in due giorni al massimo e che non avrebbe risvegliato la curiosità di nessuno, tolto qualche assessore interessato a farsi bello con la questione della sicurezza.

Dunque non vedevo nel mio futuro né giornalisti né conduttori televisivi.

Spera e spera, però, alla fine il fattaccio avvenne.

Ero uscito con mia madre di buon mattino per accompagnarla al mercato della verdura. Al solito il mio umore non era dei migliori perché, anche se non avevo niente da fare, ugualmente girare con lei per scegliere le zucchine più economiche mi sembrava una terribile perdita di tempo, senza contare che, nonostante fossimo solo io e lei a casa, si ostinava comunque a comprare per un esercito, costringendomi a trasportare buste pesantissime da un capo all’altro della città. Non avevamo la macchina e sia per l’andata che per il ritorno dovevamo affidarci agli autobus, il che significava perdere come minimo un’ora un’ora e mezza alla fermata, aspettando che passasse un pullman qualunque; quindi, a spesa finita, la mattinata era bella che terminata e, quando eravamo vicino casa, carichi come muli e sudati per il gran caldo, stavo già rimuginando su quanto fosse noiosa la mia esistenza, quanto fosse sprecata. Arrivammo davanti al nostro condominio che mia madre parlava di come cucinava le zucchine sua zia, ma ci trovammo una folla di persone mai vista manco dal papa, e non solo c’erano persone, c’erano anche giornalisti e carabinieri, con tanto di nastro a bloccare i curiosi all’ingresso del palazzo.

Ci fecero entrare perché, abitando lì, era un nostro diritto, ma di sbieco notai subito gli sguardi invidiosi della gente accalcata e soprattutto il braccio di una giornalista che non era riuscita a fermarci in tempo, bloccata sulla soglia da un carabiniere mezzo assonato e sicuramente abituato ad affari di questo tipo, o almeno così avevo pensato vedendo quanto si annoiava. Ci rimasi un po’ male, ma in fondo era stato un bene: non sapevo manco chi fosse il morto e avrei fatto solo la figura del burino che vive ancora a casa con la pensione della madre, senza contare che tutto sudato com’ero, vestito alla meno peggio, ecco, in quelle condizioni proprio non ci tenevo a farmi intervistare.

Caricai in tutta fretta mamma e spesa nell’ascensore e corsi a darmi una sistemata.

Avevo una barba di almeno due settimane, i capelli tutti scompigliati e i cenci che indossavo li tenevo da chissà quanto tempo. Non mi ero reso conto di quanto fossi diventato sciatto, e dire che un tempo ci tenevo anche a certe cose, andavo dal barbiere, comperavo calzini e fazzoletti in tinta, avevo sempre la camicia pulita e stirata, eppure, sarà stata la solitudine, di colpo ero diventato proprio un poveraccio e il guaio era che me ne rendevo conto solo allora! Mia madre me lo diceva che parevo uno straccio, che manco i barboni andavano in giro a quella maniera, ma io le rispondevo sempre che un disgraziato ero e che di certo non potevo sembrare niente di diverso da un disgraziato.

Dopo essermi aggiustato per quel che potevo, presi le chiavi e uscii di casa.

– A mà, vado a vedè che è successo.

Lei era corsa alla porta ma non aveva neanche fatto in tempo ad alzarsi dalla sedia che già ero sgattaiolato giù per le scale. Dovetti scendere solo di due rampe perché l’omicidio era avvenuto quasi sotto i nostri piedi: avevano ammazzato la signora Lucia. La porta del suo appartamento era custodita da un giovane carabiniere dalla faccia lunga lunga, ma si vedevano benissimo le macchie di sangue sul pianerottolo e sullo stipite, probabilmente per una colluttazione, mi dissi, e già mi immaginavo la povera vecchietta che, lottando con quel poco di buono, era riuscita a ferirlo.

Non c’erano segni di scasso. Strano, pensai, dato che sapevo per certo che la vittima era talmente diffidente che tante volte faticavo anche io a farmi aprire la porta quando mia madre mi mandava da lei a chiederle un po’ di zucchero o un uovo.

Era la solita vecchietta paurosa, sempre sola senza amici e senza parenti.

I parenti! Mi tornò in mente di quando una volta, confidandosi con mia madre, le aveva raccontato singhiozzando di suo figlio, un farabutto che non faceva altro che entrare e uscire da Rebibbia. Aveva iniziato da piccolo a mettersi nei pasticci e da allora non aveva mai smesso.

Ricordavo che si chiamava Gabriele perché la madre, quando rimase incinta, era poco più di una ragazzetta, come la Madonna quando concepì il figlio di Dio, e per di più anche lei, come la Madonna, non era sposata, così, non potendolo chiamare Gesù perché non stava bene, gli aveva dato il nome dell’arcangelo che aveva dato la notizia a Maria, pensando di dargli una specie di benedizione. Solo che, al posto del figlio del Signore, le era venuto fuori il figlio del diavolo! Ma d’altronde tale padre tale figlio, come si dice, e il padre di Gabriele, se non era proprio un diavolo, ci andava molto vicino.

Per fortuna dopo un matrimonio riparatore, la signora Lucia rimase presto vedova. Le avevano ammazzato il marito durante una rapina, organizzata, beninteso, da lui e da un suo compare. Il figlio però fece presto a darle ancora più noie del marito, tanto che lei quasi si rallegrava quando veniva arrestato, perché almeno in galera non poteva mettersi nei pasticci.

Sospettando di questo Gabriele, che non avevo mai visto in vita mia e di cui non conoscevo neanche il cognome, mi decisi a raccogliere informazioni sul suo conto.

Prima però, mi dissi, mi serviva un vestito nuovo, e di certo sarebbe servito anche a mia madre, che sarebbe stata sicuramente intervistata, essendo l’unica amica della povera signora Lucia.

Gliene parlai, e anche se sulle prime sembrava non volerne sapere di spendere dei soldi solo per fare la figura dello sciacallo (così chiamava quelli che si azzimavano per andare in televisione), si convinse presto che non solo aveva bisogno di un vestito come si deve, ma anche di un paio di scarpe nuove e di un parrucchiere. Così uscimmo a far compere e intanto la interrogavo sulla sua amica, sul figlio, su un eventuale movente.

Il pomeriggio aveva dato i suoi frutti: avevamo entrambi due vestiti e un paio di scarpe a testa più un appuntamento dal parrucchiere per l’indomani per mia madre. Io avevo fatto un salto dal barbiere per farmi sistemare i capelli e avevo anche raccolto un bel po’ di fatti interessanti, di cui due si presentavano come decisivi per le mie indagini.

Innanzitutto il figlio della signora Lucia era finito l’ennesima volta in galera proprio per omicidio, aveva ammazzato un benzinaio convinto che non volesse dargli tutto l’incasso della giornata, mentre quel poveretto non era riuscito a fargli capire che ormai tutti pagano con le carte e che lui di contanti ne vedeva pochissimi.

Ma la cosa forse più importante ancora era che quel delinquente sarebbe dovuto uscire di galera proprio il giorno dell’omicidio, dopo aver scontato dieci anni anziché venticinque come aveva stabilito il giudice.

Ormai avevo tutti gli elementi necessari per andare dai carabinieri a rilasciare la mia dichiarazione. Effettivamente non mi aveva ancora contattato nessuno, né dalla caserma e né tra i giornalisti, ma mi dissi che probabilmente avrebbero incominciato l’indomani a interrogare i conoscenti, e che sicuramente i giornalisti aspettavano che fossero i carabinieri a dar loro il via per le interviste, per cui tornai a casa tutto contento coi miei vestiti nuovi, i capelli in ordine, ad aspettare che finalmente arrivasse il mio momento.

Anche mia madre sembrava febbricitante, e guardava tutti i telegiornali per vedere se parlavano dell’omicidio del nostro palazzo, ma fu una vera e propria delusione. Non solo nessun Tg nazionale aveva fatto cenno alla cosa, ma pure quello regionale aveva dedicato solo uno spazio di qualche minuto, allegando alla notizia una foto dove comparivamo io e lei tutti scompigliati mentre rientravamo dalla spesa. Per il resto, silenzio totale. Anche su internet non andava meglio, e sempre girava quella maledetta foto che, anzi, dagli articoli online si vedeva addirittura meglio, e soprattutto si vedeva benissimo la mia faccia da disgraziato burino con un’espressione che quasi quasi sembravo io l’assassino.

Andammo a letto delusi, ma ancora pieni di speranze.

Il giorno dopo mi svegliai presto, e, al contrario delle altre mattine, mi feci una bella doccia e indossai il vestito nuovo, badando a non sporcarlo col caffè che già fumava in tazza.

– Luì, ma non è che di questa vecchia alla fine non gliene frega niente a nessuno?

– Ma no, mà, je devi solo dà ‘r tempo de raccoglie le informazioni, poi vedi che ci chiamano pure a noi.

Per rincuorarla le dissi che sarei andato subito in caserma per vedere se mi dicevano qualcosa.

Per le scale incontrai il portiere, Antonio, che era talmente abituato a vedermi girare come un buzzurro che sulle prime non mi aveva riconosciuto.

– Ah, sei tu! Indò te ne vai tutto azzimato?

– Vado in caserma, vado, je chiedo se je serve quarche cosa per le indagini.

– Ma che je serve che hanno già risorto ‘r caso!

– E come l’hanno risorto che quella l’hanno ammazzata ieri?

– Ma che l’hanno ammazzata, a Luì! Quella ieri si era messa in testa de dovè fa ‘na cosa speciale pe’r fijo che tornava da Rebibbia. Aveva comperato certe cose bbone proprio, c’aveva fatto l’amatriciana, l’antipasto, e puro li dolci. Solo che, visto che voleva fare puro la faraona ripiena, s’era messa all’età sua a pulì ‘r volatile e, vuoi che nun ce vedeva più, vuoi puro la sfortuna, fatto sta che s’è accortellata da sola. Poveretta, era anche uscita a chiedere aiuto, ma nun ce stava nisuno ner palazzo a quell’ora.

– E nun l’ha ammazzata ‘r fijo?

– Ancora co’ sta storia che l’hanno fatta fori, e t’ho detto di no. Poretto anzi, l’ha trovata lui sur pianerottolo!

Tornai a casa trascinandomi come un fantasma. Mia madre, vedendomi così, pensava che mi avessero addirittura accusato, ma quando le dissi quel che mi aveva raccontato il portiere, quasi ci rimase più male che se mi avessero arrestato sul serio.

Coi vestiti nuovi e i capelli a posto feci qualche colloquio e fui preso come garzone in un negozio di alimentari nel quartiere.

Adesso sono sposato e ho un figlio di quattro anni.

Una volta mia moglie, che segue tutte le notizie di cronaca, mi aveva telefonato a lavoro per dirmi che avevano ammazzato un vecchietto del palazzo, che ci stavano i carabinieri e i giornalisti e che prima di tornare a casa dovevo assolutamente passare dal barbiere, non si sa mai, metti che finivamo in televisione?

 
 

Maria Cristina Comparato, pugliese appassionata di filosofia e letteratura, ha pubblicato i seguenti racconti: Benito Cenci, una storia romana (‘Tina n. 29), Gujermo, ‘r divo (#Self n. 2), Chi mangia bio campa cent’anni (Cadillac n. 9), e Riti quotidiani (Alibi Rivista n. 13).

 
 

Illustrazione originale di Stefano Orsetti.

 
 
 

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