Infanzia di un capo

 
 

di Matteo Moscarda

 
 
 

Io ero lì, in prima fila, quel maledetto pomeriggio del 3 giugno 2002, quando, durante un comizio ripreso in diretta da tutte le reti nazionali, Sandro Zaffalone constatò, con grande autoironia, di dovere tanto, forse tutto, alla cacca.

Ricordo il viso paonazzo dell’assessore, il segretario che scoppia a ridere, e Zaffalone, anche lui giù a ridere, e con loro il pubblico, gli anziani ai balconi, gli addetti alla sicurezza, i giornalisti, i cameramen e, ovviamente, i telespettatori a casa. Sono stato l’unico a intuire l’effetto domino appena innescatosi, che avrebbe presto trasformato quelle risate goliardiche in gracchiate denigratorie.

Già quella sera stessa, uno dei tanti buffoni di un programma di cabaret azzarda una parodia di Ma che bontà di Mina, mentre l’episodio della coprofagia di Luttazzi diventa una parabola biblica e vengono abbozzati i primi slogan con le parole “profitto” e “merda”. Da lì in poi è un supplizio. Tutti i buffoni dei programmi di cabaret modificano i loro tormentoni con allusioni fecali, le Iene inscenano un’intervista doppia tra Zaffalone e un suino, e su Internet le parodie si sprecano, tra finte citazioni e fotomontaggi osceni; e poi manifesti, enormi installazioni urbane a forma di fecaloma, e persino una hit dance dal titolo “Leave Zaffa Alone”.

Va avanti così per due anni, senza accenni di calo, finché Sandro, consigliato dal suo discorsista, decide di svelare in un’autobiografia gli antefatti della sua curiosa simbiosi con le feci, per nobilitarne howdy-doodiela natura e far leva sulla sensibilità dell’elettorato, nella speranza di porre fine alla gogna mediatica. Il libro si intitola Nato dal diamante e viene pubblicato nel 2005 da Ecce Homo Edizioni. Ed è un tuffo al cuore. Encomiabile il registro giocoso adottato dall’onorevole Zaffalone nel ripercorrere la propria infanzia. Così come quando, a pagina 34, racconta di quell’assolato pomeriggio lugliatico del ‘67 nel quale, poco più che bambino, pestò una cacca per la prima volta.

Inizialmente divertito, al rimprovero della madre il piccolo Sandrino si buttò sul marciapiede per scrostare, con unghie e denti, i cretti delle sue Lumberjack. Solo la certezza che il padre, uomo «austero e collerico», non sarebbe rientrato prima della tarda serata lo convinse a tornare a casa, dove fu tranquillizzato dalla nonna, che gli svelò una grande verità, ovvero che pestare la cacca porta bene.

«E perché?» chiese Sandrino.

«Vedi Sandrino, quando avevo l’età di tua mamma passavo i pomeriggi a casa aspettando il rientro di nonno Alcide…».

«Ma nonno è morto».

«Sì, ma nel ‘44 nonno era vivo. Fammi raccontare».

«Anche adesso passi tutto il tempo a casa, nonna!»

«Ora è l’osteoporosi, Sandrino, ma ai tempi c’era la guerra. Fai raccontare nonna, su».

«Sì, Alessandro» si inserì la madre, che stava pulendo le scarpe, «fai raccontare la nonna, ché bisogna ascoltare gli anziani».

«Evvabbene» concordò Sandrino. Al che la nonna riprese:

«Insomma, nonno Alcide andava a combattere e io lo aspettavo a casa, facendo l’uncinetto, nella speranza che tornasse vivo e non in una scatola di scarpe, com’era successo alla vicina. A volte passavano giorni, altre settimane. Poi finalmente tornava, tutto ferito, e io lo medicavo finché non poteva tornare a combattere. Noi eravamo fortunati, perché lui era stato assegnato vicino. È andata avanti così per tutta la guerra. E nonno è sempre tornato. E sai perché?»

«Perché era forte e coraggioso?» chiese Sandrino.

«No. Perché camminava sulla cacca, ecco perché!»

«Ma che storia è?»

«Vedi, Sandrino, durante la guerra la cacca delle mucche significava una sola cosa, e cioè che lì c’era passata una mucca, che non era saltata in aria e che quindi non c’erano mine. E se aveva fatto la cacca, voleva dire anche che aveva da brucare, che ti poteva dare il latte e forse forse pure la carne. Ecco perché si dice che pestare la cacca porta fortuna. Capisci, Sandrino?»

«No. Mamma? Le scarpe?»

«Tieni, Sandrino, come nuove».

«Meno male! Ma quindi nonno non è morto in guerra?»

«No. L’ha investito una macchina posteggiata in salita. Si era rotto il freno a mano, credo, ma non l’abbiamo mai saputo».

Pur essendo a conoscenza del rapporto conflittuale di Sandro con il padre, ritrovarlo in Nato dal diamante, tradotto in vividi dialoghi come questo, mi ha commosso non poco. Adesso leggo gli eventi sotto una luce diversa, e con essi le scelte, le dichiarazioni e quelle nevrosi che rendono più umana la figura dello statista. Come la decisione, nata in risposta alle simpatie politiche del genitore, di vederci chiaro sulle Guerre Mondiali, tuffandosi in quello “studio matto e disperatissimo” (come lo definisce a pagina 81) che lo porterà a essere un profondo conoscitore della Shoah.

Siamo nel 1977. Lo ricordo bene, perché ai tempi, appena entrato al ginnasio, ero diventato il capro espiatorio di un ghenga di bulli: quei teppisti mi calavano le braghe davanti alle ragazze e mi smontavano la bici, inneggiando alle allora recrudescenti Brigate Rosse, fino a minacciare di menarmi se non avessi dato un morso alla cacca di un cane. Fu proprio Alessandro a salvarmi, accollandosi il mio pegno e le percosse dei suoi stessi camerati, ma anche guadagnandosi la mia stima eterna.

Non ho mai saputo il perché. Lui stesso non me l’ha mai spiegato, ma riconduce a quel giorno il sentore di una svolta, la possibilità di compensare l’inadeguatezza e la prepotenza paterni con l’altruismo.

È alle soglie dell’iscrizione all’università che Sandro ha nuovi attriti con il padre, che lo vorrebbe ingegnere. Il ragazzo si immatricola altrove, pagando questa ribellione a suon di cinghiate. La sua è d’altronde una missione: suggestionato dai racconti bellici della nonna, nonché scosso dall’approfondimento dell’Olocausto, Alessandro ha ormai fatto della difesa dei più deboli una ragione di vita, già messa in pratica come rappresentante d’istituto prima e di facoltà poi; ma è in uno sfruttamento innovativo della natura che il ragazzo vede una garanzia di benessere per l’umanità tutta, persino in tempi di conflitto: ecco cosa c’è all’origine della sua impellenza di studiare Agraria. Per il padre, però, quegli idealismi sono sintomo di un’omosessualità latente, tanto che cerca inutilmente di trascinarlo a prostitute.

Nonostante tutto Alessandro persegue il proprio afflato. Laureatosi a pieni voti, è il primo in Italia a sperimentare la permacultura, una tecnica che mira a ricreare ecosistemi resilienti e autoalimentanti, in parole povere un terreno che si coltiva da sé. Nel 1985 fa convertire a coltivabile il cortile di un maniero del ‘700 nel fitto dell’Etruria padana, acquistato da nonno Alcide subito dopo Hiroshima.

Ricordo con emozione la visita al maniero, con Sandro che mi illustra i miracoli dell’ingegneria agraria e i suoi progetti futuri, confermando la lungimiranza dei grandi uomini.

Purtroppo in quegli anni mancano ancora dei tecnici specializzati e la scelta dell’area climatica si rivela catastrofica: al terzo trimestre, complice una gelata, di tutta la produzione rimangono solo colline di escrementi ovini e bovini, per i quali non è stato pensato un sistema di smaltimento. Ma è quando chiunque getterebbe la spugna che si rivela il genio: accerchiato da enormi quantitativi di sterco, Sandro non si perde d’animo e, barattando con la mortificazione un prestito del padre, getta le basi di quella che diventerà la Zaffalone S.p.c., oggi colosso quotato in borsa e tra i maggiori esportatore di concime biologico.

Ecco chi è davvero Sandro Zaffalone: un sognatore che ha saputo convertire gli escrementi in liquidità; un benefattore che non ha mai trascurato di devolvere in beneficienza una cospicua percentuale degli introiti; un imprenditore che si è fatto da sé, perennemente ostacolato dal padre, che nemmeno il successo finanziario è riuscito a ingraziargli. È anche per questo che nel ’92 Zaffalone “scende” in politica, intenzionato a irrobustire il potere economico con quello mediatico, e viceversa.

Nel frattempo, però, il suo interesse per l’odissea ebraica l’ha spinto a sfogliare sia la Torah che il Mein Kampf e, trovando più accattivante il secondo, ad avvicinarsi ideologicamente al genitore.

La metamorfosi è eclatante, annunciata dalla sua indifferenza pubblica per il genocidio in Ruanda. Come se non bastasse, le sue dichiarazioni revisionistiche, oltre a scatenare prevedibili polemiche, sono all’origine dell’aggressione di un vignettista danese da parte di estremisti israeliani. Riguardo questa barbarie ho sguainato la mia penna contro le strumentalizzazioni di certe testate, una battaglia che posso decretare vinta. Per contro, tre anni dopo mi ritrovo con le mani legate.

Zaffalone, introdotto nell’industria militare dal padre, ha infatti commissionato la progettazione delle famigerate Poo-M 44, dette anche “pappagalli marroni”, le mine-antiuomo massicciamente impiegate nel conflitto in Afghanistan: corredata da un terrazzino contenitivo per lo sterco, una Poo-M 44 somiglia in tutto e per tutto a una cacca di mucca, il che ne incentiva il calpestamento da parte dei civili. In qualche modo, decisamente discutibile, Zaffalone ha fatto tesoro del vecchio aneddoto nonnesco.

Certo, si potrebbe aprire una parentesi etica sui suddetti dispositivi, argomentando che quando si agisce per rendere un servizio alla Patria e per riportarla ai lustri opacizzati da dirigenze mediocri, è allora che si rientra nell’Olimpo degli “uomini straordinari”, così come Dostoevskij definì Napoleone. Eppure quella fu la prima volta che mi trovai in disaccordo con lui. Ovviamente non mi trattenni dal comunicarglielo.

«Io ti ringrazio» mi rispose, serafico, «ma lo so che non sei un bacchettone. La verità: il problema non sono le mine, ma è che Santoro ci andrà a nozze, o no?»

«La televisione non mi spaventa» gli dissi. «Il problema è che non capisco».

«Lo sai come la penso. Le cose non succedono per caso. Quando mi sono ritrovato nella merda, con quintali di escrementi accumulati, centinaia di migliaia di lire investite in un progetto fallimentare e il fiato di mio padre sul collo, sai a cosa ho pensato? Ho pensato al destino. Ho pensato che se mio nonno fosse tornato in una scatola di scarpe, io non sarei mai nato. Ho pensato alla saggezza popolare, ai proverbi, agli stereotipi, a tutte quelle cose che magari non sono vere ma un perché ce l’hanno. E ho pensato alle parole di mia nonna».

«E quindi?»

«Il punto è che la gente fa le cose perché le fa, o perché le facevano i loro genitori. È tutto un automatismo, non so se mi spiego. Il punto è che senza una trasvalutazione di tutti i valori, senza una vera volontà di potenza, siamo destinati all’eterno ritorno».

«Sandro, ma che c’entra con le mine?»

«Niente c’entra. Però la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà, ma almeno così la gente la smette di credere nelle superstizioni».

Conservo un ricordo confuso di quella conversazione, anzi, potrei dire che non ne ho capito niente. So solo che mi sento colpevole, perché avrei dovuto insistere, dissuaderlo, e invece sono rimasto lì, barricato dietro i miei trafiletti, a difenderlo da lontano, illudendomi ancora una volta che la parola scritta abbia una qualche influenza sugli eventi.

Sono rimasto a guardare quando Sandro faceva i conti col fatto che in Italia, in passato il maggiore produttore mondiale, le mine antiuomo sono state bandite nel ’94.

Sono rimasto a guardare mentre la Corte Europea gli imputava l’ignominiosa accusa di “criminale di guerra”, alla quale nemmeno l’amicizia degli alti papaveri ha impedito di diventare, nei giro di pochi anni, una condanna.

Sono rimasto lì e non ho fatto niente. Perché sono un inetto, questa è la verità.

Eppure – è doveroso sottolinearlo – Sandro non mi porta rancore. Non lo sento da tempo, ma so che mi ha perdonato. Di lui so quello che sanno tutti, e cioè che vive ancora a Tenerife, dov’è stato costretto a esiliarsi dieci anni fa, e che, supportato da un ghost-writer, sta redigendo il secondo capitolo della sua autobiografia, intitolato Sogno un’alba dorata. La speranza è che, tramite questo memoir, possa riuscire a scagionarsi, dimostrandosi vittima di una cospirazione.

Dal basso della mia impotenza posso solo auguragli che la sua buona stella torni presto a scintillare, nonché limitarmi a stigmatizzare quel giornale, il cui nome proverei ribrezzo a scrivere, che oggi titolava: “Purtroppo per Zaffalone la merda porta fortuna solo se la pesti, non se ce l’hai in testa”. Non c’è limite alla bassezza di certi mestieranti e scribacchini.

 
 
 

Matteo Moscarda. Grafico pubblicitario, è nato a Bologna nel 1982 e non ha fatto niente di rilevante a parte aver pubblicato diversi racconti. Su cartaceo: Propriocezione (Italian Zombie, 80144 Edizioni, 2013), Capobranco (L’amore ai tempi dell’apocalisse, Galaad, 2015, a c. di Paolo Zardi). Sul web: Lettera al presidente (Collettivomensa), L’entropia esistenziale (Scrittori Precari), Lo spaccaossa (Generazionerivista), Regalo di compleanno (Grafemi, il blog di Paolo Zardi), Belli cervelli (Helter Skelter), Ne uccide più l’infanzia (Wanted), La lunga notte delle cause perse (L’inquieto) e altri.

 
 

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