Dialogo con Borges

 
 
 

Nel 2016 la casa editrice Archinto pubblica nella traduzione di Paolo Collo Dialogo con Borges di Victoria Ocampo, una raccolta che testimonia l’incontro umano e letterario tra Jorge Luis Borges (1899-1986) e l’autrice (1890-1979).

Questo prezioso volume è costituito di contributi di diversa natura (ricordi, lettere e fotografie), che delineano con vivacità la singolare amicizia di queste due figure in oltre cinquant’anni di storia e cultura argentina.

“La conobbi intorno al 1925” (p. 111), scrive Borges nel necrologio in ricordo della Ocampo, che scompare nel 1979.

Al di là delle vicende storiche e degli avvenimenti che si intrecciano alle sorti individuali dei due protagonisti (su tutti, la nascita nel 1931 della rivista letteraria Sur diretta dalla Ocampo e alla quale collaborerà Borges, progetto culturale dal chiaro profilo cosmopolita in opposizione alle dittature europee e al peronismo; ma anche le traduzioni di autori ispanoamericani in Europa e negli Stati Uniti; la rivoluzione a Cuba, ecc.); preme qui mettere in luce il legame che univa Borges e la Ocampo, caratterizzato da “reciproca ammirazione” (p. 30), come afferma la scrittrice francese Odile Felgine nell’introduzione al volume.

Borges riconosce alla Ocampo una grandissima generosità e curiosità, l’essere interessata all’universo: “Io credo che la cosa più esatta sia fare come Victoria Ocampo, sentire che il mondo è come una festa e che questa festa offre un’infinità di sapori e volerli gustare tutti e far sì che anche gli altri li possano gustare”, p. 46.

Di questa donna così “indipendente”, poco “formale” (p. 111) e “molto forte” (p. 112), come Borges la definisce, lo scrittore argentino scrive ancora: “La vita di Victoria è un esempio, un esempio di ospitalità. […] Io non ricordo che lei abbia commesso il banale errore – che io sono solito commettere – di ammirare qualcuno a discapito di qualcun altro. No, fondamentalmente era generosa. Se stimava uno scrittore non era a discapito di un altro. […] Io tendo al fanatismo, lei no”, p. 46.

Così invece parla di Borges, ormai divenuto cieco, la Ocampo: “[…] ha raggiunto quel livello di maturità in cui ho sempre pensato di incontrarlo, da tanto tempo, con un’inquietudine nata dal desiderio, come un appuntamento con la speranza”, p. 33; “[…] è come se possedesse una tale ricchezza nel suo mondo interiore, una tale quantità di immagini accumulate, da non sentire la mancanza degli occhi”, p. 40.

Tuttavia l’ammirazione, cioè il riconoscimento più alto e incondizionato dell’esistenza dell’altro, non è mai la negazione di divergenze e incomprensioni.

Ciò che emerge con grande forza da questo libro è che è impossibile definire con esattezza ciò che lega una persona a un’altra; il pieno della parola tende sempre a occupare le distanze, le resistenze e i vuoti tra le figure per mettere queste al sicuro dai turbamenti e dalle oscurità del tempo e della vita.

Da un lato, Victoria Ocampo confessa infatti le proprie iniziali riserve e paure nei confronti di Borges: “Mi domandavo se Borges sarebbe sempre stato uno straordinario germoglio e si sarebbe potuto aprire senza poi perdere i petali”, p. 31. Paure e riserve non del tutto disinteressate: “Me lo domandavo con una certa inquietudine, in quanto un simile e così singolare talento, una personalità così eccezionale rappresentava per noi ben più di un successo letterario: era come poter tenere tutti i trionfi in una sola mano, un passaporto per l’alta società contemporanea, un salvacondotto per noi argentini”, pp. 31-32.

E nel desiderio della Ocampo che la letteratura abbia uno scopo esterno da se stessa, si intravede forse come la cultura, nel suo ruolo collettivo e politico, finisca per confliggere inevitabilmente con la scrittura, il percorso e la pratica individuale dell’artista (“Non ho mai pensato di diventare famoso”, dichiara Borges, intervistato dalla Ocampo, p. 65).

Passionale e dalla forte personalità, donna d’azione, Victoria Ocampo è presa nella ricerca della maturità artistica, di un “«nutrimento vitale»” (p. 32), quasi di un luogo compiuto ed esemplare nella letteratura e all’inizio non comprende il distacco che caratterizza il modo di Borges, che è convinto peraltro che “ciò che si insegna direttamente è di solito inutile” (p. 77) e che pare mostrarsi più disposto ad accettare l’imprevedibile.

Victoria Ocampo ricorda di aver malsopportato l’ironia di Borges e di essere stata al contempo intimidita da colui che ella riconosceva come “figura letteraria di prim’ordine”: “C’era in lui una tendenza a far dell’ironia su quanto non era di suo gusto, e i nostri gusti differivano. […] Non è che l’ironia mi dia fastidio (e la sua possedeva spirito e sapore) e ridere mi ha sempre permesso di vivere. Ma durante gli anni in cui abbiamo adorato divinità differenti, e pure nelle occasioni in cui eravamo d’accordo su uno stesso dio, fu sempre per ragioni opposte. E questo mi rendeva timida di fronte a Borges, nella misura in cui ne ammiravo il genio. Avevo più paura di ferire che di essere ferita”, p. 32.

Il disorientamento di Victoria Ocampo è forse giustificato da una sorta di imprendibilità della geniale figura di Borges.

Quest’ultimo, convinto che nella persona ci sia una zona resistente ai mutamenti (“Io vivo, o cerco di vivere, impersonalmente: ho la certezza di essermi evoluto assai poco; di essere lo stesso (fondamentalmente) che sono stato e che sarò”, p. 91), definisce in termini di impersonalità anche l’amicizia con Victoria Ocampo: “Il mio rapporto con lei è stato in qualche modo impersonale. Voglio dire che non le ho mai fatto delle confidenze, così come lei non le ha mai fatte a me”, p. 112.

Il disaccordo tra i due di cui parla la Ocampo non è nascosto nemmeno dallo scrittore, che pare però rivendicarlo come una testimonianza di autonomia di fronte all’altro. Così ne scrive infatti Borges: “[…] non eravamo mai d’accordo anche se ci volevamo bene e non ci mettevamo mai d’accordo, ma questo era qualcosa di positivo, e cioè il fatto di poter non essere d’accordo con qualcuno”, p. 49.

E forse la loro distanza è anche sul piano letterario e sulla natura della parola; da un lato, la chiarezza vitale della Ocampo che vuole esprimersi e dire la verità: “Scrivo per puro piacere, per soddisfare le esigenze di un mondo interiore che non tollera la bugia”, p. 33; dall’altro, il costante ascolto di Borges, un’apertura a una realtà libera dal linguaggio e a una lingua che non ha pretese sulla realtà, praticata in un modo “astratto o affettivo” (p. 68), che nella frammentazione delle parole non cerca consolazione: “Io, meno fortunato di lei, non credo di toccare la realtà con alcuna parola. […] il brutto è che ci siano segni chiusi, parole che distinguono la luna dal cielo in cui si trova e dai terrazzi sotto di essa e dai suoni e dai profumi che erano insieme a lei quando l’ho vista. La realtà non c’è in nessuna lingua: non conosce né verbi, né sostantivi, né aggettivi”, p. 87.

 
 
 

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