Esterni

 
 
di Carlo Sperduti
 
 
 
 
ROTAZIONE

In un punto della notte, ogni notte in un punto diverso, il paese dorme di un sonno sincrono. Non sa, la sua parte umana, di esistere, o torna a non esistere: ignorano se stessi uomini e donne, non hanno modo di assistere a legni pietre vetri metalli in concorso d’intenti, custodi gelosi della ruota degli esposti, perno di un’inversione che incomincia dalla piazza.

Ben piantata sul suo asse, la bussola girevole è un sole, nero come un buco; la chiesa le gradinate il pozzo il municipio prendono a orbitare; continuano, gusci concentrici fino agli estremi del borgo, a proteggerla.

Terminato un giro completo di questi, è quella a incominciare il suo: non già dall’esterno all’interno, a celare un abbandono di carne indesiderata, ma in senso inverso, desiderosa di offrire in piazza Verdi ciò che non sarà offerto.

L’unanimità del sonno si rompe puntuale in una o più case prima che il secondo emiciclo sia percorso, per impazienza di una rivelazione o terrore della stessa. La ruota si arresta.

Chi schiude gli occhi in quel frangente scruta il nero aguzzando l’udito, destato da un suono non suo solamente immaginato; rimane impigliato un minuto in uno spostamento di sensi, stridente con la vita come un ausiliare sbagliato in un libro. Trasporterà in sé un rimpianto senza oggettoalcuni-cerchi-1926 che talvolta, nell’attraversare la piazza, scalcerà dall’interno come un figlio inconsapevole, lasciandolo smagato.

 
 
 
 
DILUVIO

Sotto un balcone striminzito, c’è appena spazio per la ragazza senza ombrello. La pioggia battente da più di mezz’ora, a scrosci impietosi, è diritta e pesante nei dintorni del tramonto.

Dal lato opposto della via, benché la distanza sia breve, si distingue appena, tra innumerevoli interferenze acquose, l’insegna ad arco luminoso delle figlie di San Camillo; il 409 s’affatica e quasi nuota nella strada fatta pozza.

Al di qua della volontà, un esercizio d’infanzia ritorna per noia: catturare con gli occhi una singola goccia, agganciandola nel lampione illuminato qualche metro sopra il capo per accompagnarla all’incontro col suolo: interrompere il flusso di processi non còlti. Età differente, identica frustrazione.

Se per un movimento accidentale del capo, però, un’incalcolabile frazione di tempo e un irrintracciabile itinerario di luce s’incontrassero, di ogni goccia s’ingrandirebbe a dismisura il contenuto, come sotto uno sguardo d’impossibile lente, e lente si vedrebbero le gocce cadere con aggiuntiva manipolazione temporale.

In una, un millimetrico signore saluterebbe distinto a precipizio; in altra, fortezze si schianterebbero al suolo in formidabili crolli; di qua un intero pianeta si sfalderebbe con sordo tonfo di tuffo imperfetto; di là un sistema solare si accartoccerebbe in un attimo contro un tetto d’automobile: nanometriche apocalissi e universi suicidi riempirebbero a miliardi un solo decimetro quadro, un solo secondo di una sola giornata di precipitazioni.

Invece la ragazza, dato che ora spiove, abbandona il suo incerto riparo contro la pioggia – nient’altro che pioggia – come abnorme ignara e umida galassia che si scrolla di dosso resti di guerre e catastrofi stellari.

 
 
 

Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984. Ha pubblicato, con Intermezzi Editore, Caterina fu gettata (2011), Valentina controvento (2013), Ti mettono in una scatola (2014); con CaratteriMobili Le cose inutili (2015); con Gorilla Sapiens Edizioni Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi (2013), Lo Sturangoscia (2015, a quattro mani con Davide Predosin), Sottrazione (2016). I due testi qui riportati sono estratti di una serie inedita, provvisoriamente intitolata Esterni. Un terzo brano della stessa serie è stato pubblicato sul blog dell’autore, qui.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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