Una visita serale e altri racconti

 
 
 

In Una visita serale e altri racconti, uscito nel marzo del 2016 per Fusta Editore (nella traduzione di Claudio Panella, che firma anche la postfazione), sono raccolti per la prima volta in Italia alcuni dei numerosi testi brevi scritti da Emmanuel Bove.

Accomuna queste sette mirabili narrazioni l’attrito fra l’impeccabile cura formale della pagina e l’inquietudine che la attraversa: ogni racconto contiene infatti un avvenimento catastrofico a cui si contrappone una più o meno strenua resistenza.

In Una visita serale Paul irrompe in casa dell’amico Jean (l’io narrante) per comunicargli una notizia che lo ha sconvolto. Nella prima parte ci viene presentato il contrasto tra la concitazione di Paul e la distanza serafica di Jean, che addirittura trae spunti moralistici dall’osservazione dell’ospite: “Piangeva. Come sono tristi le lacrime che nascondiamo! Perché non piangeva a viso scoperto? L’avrei potuto consolare. Ma così, ripiegato su se stesso, era tutto solo con il suo dolore”, p. 12.

Poi, finalmente, tutto si svela: Fernande, la donna amata da Paul, gli ha improvvisamente comunicato di non amarlo più e di volerlo abbandonare.cop-Bove

La frenesia di Paul è incontenibile, e una sua secca risposta dopo una frase d’incoraggiamento di Jean (“Ma sì che ti ama!”, p. 46) suscita nel padrone di casa un’assurda pretesa di contegno: “Questo suo modo di parlarmi in tono insolente mi dispiacque. Non volevo far altro che confortarlo e mi rispondeva così! Non eravamo dopotutto amici a tal punto da permettergli di trattarmi in quel modo. Quando si va a raccontare i propri problemi a qualcuno, bisogna almeno essere educati”, p. 17.

Solo nel finale, dopo che Jean si lascerà convincere da Paul a parlare (invano) con Fernande per farla desistere dal suo proposito, i due amici, visti da una prospettiva cosmica, non sembrano poi così diversi: “Nel bel mezzo della città addormentata, sotto il cielo, eravamo soli. La luna era scomparsa e senza di lei, come senza una guida, le stelle sembravano tutte in disordine”, p. 26.

In Ciò che ho visto il protagonista (senza nome) si rivolge al lettore, al quale nelle prime pagine chiede continuamente, quasi ossessivamente, attenzione. Come se, posticipando la confessione di quanto capitatogli, potesse annullarne la veridicità: “Faccia bene attenzione. Non salti neanche una riga, perché ne va della mia felicità. Un’altra volta, le scriverò una lunga lettera per distrarla, una lettera piena di fantasia e di giovinezza. Se la infastidirà, non finisca di leggerla. Non avrà importanza. Ma oggi, la supplico, faccia attenzione”, p. 31.

Esaurite le preghiere al lettore, ecco la spiegazione dell’accaduto, psicologicamente inaccoglibile perché demolitore della fissità formale che il protagonista aveva creduto eterna: egli ha visto l’amata Henriette baciare un altro uomo su un taxi. Rincasata, la donna negherà recisamente, lasciandolo in un dubbio che il lettore sarà chiamato a sciogliere: “Caro signore, ho finito per credere alla mia amica. Ho finito per crederle ma, malgrado tutto, continuo a conservare in me un dubbio. È questo dubbio che le chiedo di fugare. Le ho ripetuto testualmente le parole di colei che continuo ad amare. Le ho inoltre raccontato che, benché abbia finito per credere alla mia amica, continuo a essere certo di averla vista nel taxi. […] Eppure, Henriette mi ama tanto, è così sincera!”, p. 44.

In Storia di un pazzo il dissidio tra fissità formale e inquietudine è incarnata dal protagonista stesso, che una alla volta escluderà dalla sua vita tutte le persone care (padre, sorella, donna amata, amici) in nome di una parossistica fedeltà a una forma: “Per fare ciò che ho fatto, bisogna avere coraggio. […] E la cosa buffa è che ho ragione. Sicuramente, ho ragione. Ciò che ho fatto ha un senso, altrimenti non l’avrei fatto. Soffrono tutti, ora”, p. 62.

Ne Il ritorno del figlio il senso d’attesa si prolunga quasi per l’intero racconto. Più il figlio si avvicina alla propria casa, più è consapevole di ciò che lo attende: “Ogni cosa si sarebbe svolta come avevo previsto. Non potevo essermi sbagliato poiché finora tutto stava andando come doveva andare. […] Mi avrebbero perdonato di aver preso quei soldi, di averli ingannati prima di partire, di non aver scritto loro per ben cinque anni”, p. 74.

Finché, giunto a pochi metri, desiste. Stavolta il protagonista preferisce dunque mantenersi nell’irresolutezza piuttosto che chiudersi nella rigidità di una forma ben nota: “Lentamente, riguadagnai la strada. Guardavo le mie scarpe polverose affondare nell’erba. Mi sentivo rinascere. Senza voltarmi, mi diressi verso il paese. Il sole calava dietro di me. Se ne andava con la casa dei miei”, p. 77.

In E se mentisse, Robert Marjanne ha una giovane e viziata moglie, Claire, che dopo ogni pranzo esce per tornare all’ora di cena. Un giorno la moglie, disattendendo le abitudini coniugali, rispunterà all’alba. Incalzata dal marito, fornirà una spiegazione del tutto insoddisfacente. Ma qui, a differenza del protagonista di Ciò che ho visto, Robert sceglierà una posizione compromissoria tra il confortevole passato e l’incalcolabile futuro senza Claire: “Strinse sua moglie. Non le credeva. Era profondamente convinto che gli avesse mentito. Ma, all’improvviso, si era reso conto di stare invecchiando e che, invece di perdere tutto, era meglio soffrire in silenzio per godersi la gioia di vivere accanto alla donna che amava e che aveva comunque abbastanza rispetto e amicizia per lui da darsi la pena di mentire”, p. 95.

Viaggio intorno a un appartamento ci presenta lo scrittore Pierre Vilbert, che per tutelare la presunta perfezione formale della propria coppia vive il dramma della scrittura in piena solitudine: “E se non scrivessi mai più neppure una riga! Che sollievo! Mi sembra che se potessi salterei di gioia fino al cielo! Basta con la scrivania! Basta con le ore trascorse in solitudine fissando il vuoto! Basta con le vertigini, il disgusto di me stesso, la prigione di queste quattro mura mentre fuori le persone lavorano davvero! Anche io potrei passeggiare sotto il sole, avere degli impegni, assomigliare al resto del mondo”, pp. 110-1.

Chiude la raccolta Ritorno a casa: Jeanne, che tre anni prima aveva lasciato il marito François e i due figli, rincaserà all’improvviso una sera ma se ne ripartirà già il mattino successivo, dopo aver trovato ad attenderla un ordine differente da quello auspicato.

In questo bellissimo libro Emmanuel Bove esplora magistralmente il conflitto tra l’univocità di una forma, adottata come difesa dal mondo, e i colpi della vita sempre pronti a disintegrarla.

Perché la vita, sembra dirci Bove, è continuo movimento che resiste a ogni cattura, a ogni interpretazione.

 
 
 

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