Sottrazione

 
 
 

La struttura dell’ultimo libro di Carlo Sperduti (Sottrazione, Gorilla Sapiens, marzo 2016, con una prefazione di Fabio Viola) ne chiarisce non solo il titolo ma anche lo spirito.

Si tratta infatti di una raccolta di trentacinque racconti disposti in ordine decrescente di lunghezza, con tanto di numero di battute (spazi inclusi) riportato tra parentesi nell’indice.

Ecco chiarito il titolo del libro, si diceva, ma anche lo spirito: già dal parametro quantitativo che regola l’apparizione dei testi si intuisce che anche stavolta Sperduti si impegna a frustrare le attese dei suoi lettori.

Le narrazioni più lunghe sono attraversate da una trama pretestuosa e da un’inesauribile inventiva stilistica, talvolta forse un po’ fine a se stessa, che trova alcuni dei suoi momenti più felici SOTTRAZIONE_COVER_def_singolanell’inserimento del gioco enigmistico all’interno della storia; si veda ad esempio, nel racconto La leggenda dei dodici errori del ristoratore Tsong, il menu alle pp. 28-9, dove tra gli altri piatti (contenenti tutti uno scambio di consonante) sono citati l’“Insalata con colpa di granchio” e la “Grigliata mesta di pesce”.

Più efficaci paiono i racconti brevi e brevissimi, nei quali l’idea bizzarra che li innerva può svilupparsi per l’intera durata del brano (se non coincidervi) senza mostrare la corda.

Episodi di vita e di morte dell’uomo che faceva le cose al contrario è fitto di brevi e fulminanti capoversi, come il seguente: “L’uomo che faceva le cose al contrario non si capacitava del fatto che in Inghilterra guidassero come lui”, p. 78.

Dizionario dei sinonimi e degli inonimi ci suggerisce una presunta strategia rivoluzionaria per la creazione di sinonimi e contrari. Ad esempio (corsivo nel testo): “Per esprimere disprezzo nei confronti di un’esecuzione musicale, la si chiamerebbe sconcerto”, p. 87.

In Neo spazio profondo la trovata linguistica acquisisce esistenza autonoma, al punto da diventare una minaccia per la realtà: sull’avambraccio della protagonista, Noemi, spunterà un neo (“Si chiama Neomi, decide Noemi”, p. 105) che si espanderà fino quasi a inghiottirla.

Ne La morte: una recensione viene descritta la morte come un prodotto innovativo e imperdibile: “E poi? Dopo? C’è da fidarsi di chi assicura un sequel? […] In attesa di conferme o smentite da fonti attendibili, le analisi e i dibattiti sulla morte si moltiplicano e la morte continua a non sbagliare un colpo, con un’onestà intellettuale che non conosce punti deboli e incrinature. Consigliatissima”, p. 118.

I personaggi di Panni, accomunati dal desiderio di mettersi nei panni di qualcosa, decidono di riunirsi in un gruppo: “Lei, mi chiede, nei panni di cosa vorrebbe mettersi? Be’, gli faccio, io le case proprio non so come facciano a tirare avanti. Intendo: qualcuno ci abita dentro, alle case. Mica normale che qualcuno ti abiti dentro. Vorrei provare, una volta, a essere abitato. Lei non si metterebbe mai nei panni di un inquilino, per facilitarmi le cose? Io farei la casa. Per uno del gruppo questo e altro, mi fa lui. Ed ecco che il signore è dentro di me”, p. 134.

In Uno qualsiasi è narrata la vicenda di Augusto Doria, che dice solo e sempre la verità: “Lui mi ascoltava e sorrideva, io non sapevo ancora che fosse lui. A un certo punto si presentò e m’informò di una scarpa slacciata. Mi guardai i piedi. Ricordavo nitidamente di indossare delle infradito, eppure avevo una scarpa slacciata”, pp. 137-8.

La gustosa appendice, Re minori in microfiabe, ci offre una serie di storie lampo, ciascuna delle quali corrisponde alla definizione, sotto forma di sciarada, di un bislacco re (grassetto nel testo):

“C’era una volta il Re Presso.
Si recava in visita a tutti, ma non gli riusciva di confidarsi con nessuno.
C’era una volta il Re Scissione.
Gli accordi che stipulava non duravano a lungo: il suo regno andò in pezzi”, p. 156.

In Sottrazione, dunque, Carlo Sperduti prende risolutamente le distanze non solo da qualunque ipotesi narrativa tradizionale ma, in modo sempre più convinto (a mano a mano che i suoi racconti si rimpiccioliscono), persino da qualunque ipotesi di realtà intesa come sequenza causale di eventi.

Ogni ragionamento, in queste pagine, somiglia già a un intellettualismo; ogni interpretazione a un travisamento.

L’atteggiamento più saggio (e benefico) nei confronti del vuoto di senso della vita, sembra dirci Sperduti, è quello di accoglierlo senza alcun lamento né giudizio. E, per quanto possibile, ridendoci su.

Allora una frase inserita quasi svagatamente all’interno de La verità su Marcello Varese potrebbe fungere sia da perfetto riassunto dell’opera che della posizione del suo autore: “La disabitudine a considerare i fenomeni per quello che sono, congiunta all’abitudine di fingere arguzia o profondità, fa spesso deragliare dalla verità della superficie”, p. 101.

 
 

Questo blog ha già ospitato le recensioni a due libri di Carlo Sperduti, Lo sturangoscia (scritto a quattro mani con Davide Predosin) e Le cose inutili, nonché un suo racconto inedito, .

 
 
 

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