Ipocalissi

 
 
 

di Angelo Calvisi

 
 
 
 

IL DRAGONE SI POSE PER DIVORARE IL FIGLIO

saturn-devouring-one-of-his-children-1823Ero contento di vedermi morto così: l’espressione stupita delle labbra, gli occhi socchiusi con dolcezza e soprattutto la posa plastica del corpo, con le braccia che indicavano chiaramente un vano tentativo di difesa. Il crollo della mia villetta unifamigliare non mi aveva sfatto del tutto, e non ero neppure stato risucchiato tra i gorghi e il pantano del fiume in piena. Così, ed esclusivamente a un osservatore acuto, solo una piccola ferita appena dietro l’orecchio sinistro tradiva veramente il mio nuovo status di cadavere. Una feritina nitida e netta, non frastagliata, che mi era stata provocata da uno, uno soltanto dei mattoni che mi avevano investito. Quando mi troveranno, pensavo, diranno che sono stato sfortunato, che se mi fossi trovato un metro più in là sarei riuscito ad allontanarmi e a mettermi in salvo. E tutto questo è vero. Ma è anche vero che, se si deve morire, è meglio farlo in gloria, lasciando agli oranti in coda per il rosario una bella salma, composta, radiosa, giovane. E in questo, quindi, io sono stato assistito da una sorte senz’altro benigna. Così pensavo. Non avevo fatto i conti con il tempo che sarebbe occorso ai soccorritori per raggiungere la nicchia del mio involucro. La notte che seguì l’alluvione, infatti, mi accorsi subito che qualcosa non sarebbe andata per il giusto verso. Pensavo fosse solo un formicolìo normale, un esito scontato del rigor mortis che, peraltro, non avevo mai sperimentato prima di allora. Mi sbagliavo. Un animale stava rosicchiando il mio alluce sinistro, e con denti voraci si apprestava a spolparmi tutto il piede. Pensai a un topo o a un botolo randagio o a chissà che altro che si aggirava tra le macerie. Invece no. Era mio padre, il mio anziano genitore sopravvissuto al crollo, che scavando un cunicolo tra le rovine aveva raggiunto il figlio e, vinto dai morsi della fame, se ne stava cibando.

 

 

DIEDE ALLA LUCE UN FIGLIO

L’uomo seduto sulla tazza del water piangeva. Teneva la testa tra le mani e piangeva. Il viso paonazzo, madre-e-figlio-1917le vene del collo gonfie da fare schifo. Urlava. Urlava le sue maledizioni alle schiere celesti, gli odiosissimi Principati, gli Angeli, gli Arcangeli, i volanti aborti di natura che tanta speranza avevano generato nel suo cuore di figlio. Ma ora la mamma era morta. – Maledetti, – urlava, – maledetti! – Le sue imprecazioni adesso erano rivolte alle Dominazioni, alle Virtù, ai Troni, sempre più in alto, verso la gerarchia suprema, i Cherubini, i Tanardi, i Minchioni. Anche lui era stato un cherubino. La mamma lo stringeva tra le sue braccia, gli offriva il seno, gli vezzeggiava lo scroto con il mignoletto. L’uomo seduto sulla tazza del water se lo ricordava bene. Erano passati soltanto due anni, ma gli sembrava un’eternità. Non riusciva a darsi requie. Ormai era arrivato a contemplare il volto asimmetrico del vegliardo dalla barba azzurra. Le sue imprecazioni avevano raggiunto vette difficilmente raggiungibili anche per un uomo che soffre di stipsi. Era il momento dello sforzo supremo. Alternava le bestemmie più invereconde a invocazioni di perdono rivolte alla mamma, la mamma, la mamma ormai morta! Poi la quiete, e ancora il pianto. L’uomo seduto sulla tazza del water rimase con la testa tra la mani per qualche istante, quindi si alzò e si sistemò le mutande, i calzoni. Infine guardò le palline di merda ammonticchiate sul fondo. Con gli occhi gonfi di lacrime diceva addio, addio, e tirando lo sciacquone le salutava con la mano.

 
 

Angelo Calvisi, nato a Genova nel 1967, divide i suoi interessi tra la scrittura e la recitazione. Il suo ultimo romanzo, Adieu mon cœur, è in uscita per l’editore CasaSirio. Per i pennelli di Roberto Lauciello ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del graphic novel Sulla cattiva strada, ispirato alla vita di don Gallo, uscito per Round Robin nel maggio del 2014. Su questo blog ha pubblicato cinque racconti inediti (vedi qui, qui, qui, qui e qui), un dittico (qui) e un trittico poetico (qui). Nel corso del tempo, in qualità di attore, ha collaborato con registi come Fiammetta Bellone, Gianluca Valentini, Paolo Dotti e Paolo Pisoni. Di questi lavori sono reperibili in rete inquietanti tracce. Vive e lavora a Bonn.

 
 

Le immagini sono tratte da qui e da qui.

 
 
 

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