Nel castagneto

 
 
 

guido-cavalli-nel-castagneto-copertinaNel castagneto, prezioso libro di poesia di Guido Cavalli (Diabasis, 2015), canta l’assenza.

Assenza è la natura, quando è movimento e luogo vuoto, dove ogni cosa è anonima e luminosa, presente e inafferrabile, fatta di materia presa nella lontananza. Selvatica e riservata natura, senza clamore né dimostrazioni. E il poeta vi si addentra (p. 47):

“Così vado attraverso la natura:
senza toccarla, senza trattenerla
[…]
salgo fino alle cime, all’abbandono/
del riparo, all’esporsi dell’aperto”.

Tuttavia, il rischio che anche la natura diventi solo una costruzione è sempre in agguato (p. 33):

“[…] Sì, la natura diventa un’idea,
come una persona morta – è un’idea”.

Fronteggiare l’assenza è certamente anche fare i conti con chi è scomparso, con chi non ha forma di corpo, è stabilire un contatto con i fantasmi e sentire una distanza, sentire il tempo di una natura altra, di un’unità del vivente che non c’è più, come si legge in questi versi (La discendenza, p. 29), che fanno risuonare i mondi ritratti da Cesare Pavese:

“Salgo lungo la vecchia comunale.
Su questa strada, finita la guerra
attraverso le Alpi e la pianura
mio nonno è tornato a piedi dal campo.
Dopo la curva del mulino, ecco
come è apparsa a lui allora, ancora
oggi appare la casa dell’infanzia:
la costruì il vecchio patriarca
con la sabbia e le pietre del torrente.
Del paese, lui era il falegname,
il direttore della banda, il Sindaco.
La sera davanti al fuoco insegnava
ai ragazzi la musica, altrimenti
taceva. Era una razza così.

Anch’io ho provato a studiare musica.
Ma c’è qualcosa che non capisco.
Questa gente antica, non la capisco.
Forse è come nella preistoria,
una catastrofe muta ha fermato
quel gene, e non è passato in me […]”.

Ma l’assenza è anche la condizione del dire, è lo stare senza appartenenza delle cose quando le si vede davvero, fuori di noi, senza di noi.

Il poeta è testimone discreto del paesaggio in cui le figure appartenenti al passato e al presente si muovono prive di nome, liberi dai simboli e dai significati, dentro il vivente, fatto di piante, animali, pietre.

Ed è un dire antico, semplice e bello, di quella bellezza che nasce dalla vita più che dall’intelligenza, da un’attenzione senza sospetto, aperta, che accetta di essere debole, vulnerabile, senza difese.

La dimensione del mito, presente nei versi di Guido Cavalli, si dà come immagine capace di non irrigidirsi e di ripetersi e in grado di svaporare fragile come ogni favola del principio, precisa eppure attraversata da voci, da echi. Così, ad esempio, l’infanzia è il luogo a cui ritornare (“E quando ridiventerò bambino”, In fondo al parco, v. 1, p. 18), ma non è un rifugio. Non ci sono rifugi in queste poesie immerse nell’apertura.

Le cose ritratte sono governate dalla forma, che in questo libro assai compatto e unitario per stile e tematiche si esprime in versi piani, immediatamente comprensibili sul piano semantico e, al contempo, intessuti di musicalità. Il respiro antico del fraseggio, una sintassi e una metrica curate, impediscono che la poesia sconfini nella prosa, nell’eccesso di dicibilità, mentre una trama sonora interna fa sì che la costruzione, lo studio siano invisibili, dentro le cose.

Si pensi alla poesia seguente (p. 37), caratterizzata da versi di grande cantabilità (cinque endecasillabi e un dodedcasillabo tronco), in cui sono presenti una rima (“neve”-“breve”) e assonanze (ad esempio, “parola”-“allora”) e dove sono individuabili una suddivisione simmetrica dei raggruppamenti strofici e una struttura circolare nascosta (la poesia inizia e finisce con un futuro semplice: “ritroverò” e “discenderò”). L’interruzione e l’inarcatura tra il penultimo e l’ultimo verso interrompono la prevedibilità del canto:

“Forse ritroverò sotto la neve
il sentiero che risaliva breve
dal bianco melo fino alla tua casa.

Camminerò sopra i nostri passi
e senza dire una parola, proprio
come feci allora, poi discenderò”.

Ciò che senza dubbio sorprende di queste pagine è la chiarezza misericordiosa nell’osservazione e nell’ascolto della natura; tale attenzione è qui peraltro inseparabile dal riconoscimento più o meno esplicito della reale misura umana rispetto alla vastità del paesaggio (p. 76):

“Mentre stavo aggrappato e già sentivo
la piccozza arretrare sul ghiaccio,
silenzio tra gli alberi nudi e la schiena bianca del monte.

Che sapore in bocca fa la paura
ora che nessuno può sentire
la mia voce”.

E in questo libro, in cui “il silenzio è il dire più alto” (p. 17), c’è persino spazio per versi che esprimono in modo lapidario e luminoso la contradditorietà dello stare al mondo di animali e di viventi sospesi in una favola, privi di appigli nella realtà, condannati a imprevedibili assalti (p. 78):

“[…] Nell’attesa
ogni cosa è attonita, abbandonata
a un destino di vittima e di preda”.

Ecco che Nel castagneto si apre e si chiude proprio con il racconto di un silenzio animale, quello dei lupi che si approssimano alle case disabitate (p. 11) e si avvicinano al sole (p. 84), all’interno di un paesaggio libero dagli uomini:

“[…] Piccoli branchi compaiono all’orlo
dei boschi. Scendono lenti tra i campi,
fiutano l’aria dei paesi vuoti.
Sentono che non c’è più odore d’uomini
e allora vengono senza paura”.

“[…] Spesso al mattino salgono
fino alle radure del crinale.
Là c’è la luce del giorno, eterna”.

 
 
 

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