A patti col diavolo. Due racconti

 
 
 

Il Diavolo e l’architetto di Alexandre Dumas (padre) e La seconda vita di Charles Asselineau sono i due brevi testi che compongono il delizioso A patti col diavolo. Due racconti (a cura di Ida Merello, traduzione di Albino Crovetto, Genova, Il Canneto Editore, 2015) e che ci dicono cose molto interessanti sull’umana ambizione e non solo.

Il protagonista de Il Diavolo e l’architetto è appunto l’architetto più importante della città di Colonia, chiamato dall’arcivescovo Conrad de Hochsteden a costruire “verso il 1247 […] un monumento che superasse nell’architettura religiosa tutto ciò che di più bello era stato creato fino ad allora. Per raggiungere lo scopo metteva a disposizione il tesoro del capitolo, uno dei più ricchi del mondo, e le cave del Drakenfels, la più alta delle sette montagne”, p. 17.

La richiesta dell’arcivescovo getta nello sconforto l’architetto, che si percepisce inadeguato al compito affidatogli e che dunque comincia a tracciare “facciate e profili di cattedrali, cancellandole moltoA patti_cop prima di terminarle perché tutte gli sembravano meschine e incomplete rispetto al magnifico monumento che gli angeli innalzavano nella sua immaginazione”, p. 19.

A intercettare questa sproporzione tra velleità di fama e consapevolezza dei propri limiti sarà Satana in persona, che apparirà all’uomo mostrandogli beffardamente l’abbozzo di un proprio progetto grandioso. “C’era, in quel progetto misterioso di cui aveva intravisto uno scorcio, un carattere di audacia fantastica che non avrebbe mai potuto raggiungere”, p. 26, la visione del quale ecciterà a tal punto la vanità dell’architetto da non fargli valutare con la dovuta attenzione la natura demoniaca del suo interlocutore. In un successivo incontro, il diavolo prometterà di cedergli il progetto in cambio della “firma” (p. 29).

Solo allora, una volta messo di fronte alla concreta possibilità di successo, l’architetto si struggerà nel dissidio tra il desiderio di gloria e quello di fuga dalle tentazioni luciferine. La prima implicita dichiarazione di impotenza proviene dallo stesso architetto che, incapace di decidere da sé, chiederà aiuto a un anziano monaco, padre Clemente. Il quale ribadirà con un gesto l’inettitudine umana a emanciparsi autonomamente dalle proprie debolezze: egli infatti consegnerà all’architetto una reliquia con cui neutralizzare Satana. A questo punto l’architetto domanderà a Clemente se, una volta restituitogli l’oggetto sacro (quando cioè tornerà ad affidarsi solo alle proprie virtù), sarà di nuovo esposto al pericolo. Ecco la risposta del monaco e la replica l’architetto: “«No, finché sarete in stato di grazia; ma attenzione al peccato mortale». «Allora», esclamò l’architetto, «sono salvo, padre, perché non sono né geloso, né invidioso, né avaro, né pigro, né collerico, né lussurioso»”, pp. 36-7. Nell’elencare i vizi capitali, l’architetto non a caso dimenticherà di includere la superbia; giacché proprio di essa, come forse aveva intuito Clemente raccomandandosi, egli rimarrà vittima nel drammatico finale che non sveliamo.

Ne La seconda vita il protagonista, defunto, racconta ad altri morti la sua biografia straordinaria, poiché culminata non con uno bensì con due suicidi consecutivi. Anche lui, proprio come l’architetto del racconto di Dumas, patisce uno “squilibrio fra le […] forze e le […] ambizioni”, p. 65. Ama non corrisposto la baronessa Lydie, affettivamente legata al pianista Gatien. La brama di superare il rivale in amore è tale che, dopo un sogno nel quale sarà riuscito a sopravanzarlo quanto a tecnica musicale, tenterà di replicare l’esperienza in veglia. Ma questa confusione tra ideale e reale non lo porterà ad altro che alla sua pubblica umiliazione, così cocente da spingerlo a gettarsi nelle acque della Senna. Dopo un patto stipulato nell’aldilà con una figura demoniaca, il protagonista tornerà in vita, e “tutte le […] facoltà decuplicate cantavano il poema dell’onnipotenza e del genio”, p. 90. Ciò che, prima del suicidio, egli non era in grado di raggiungere per inettitudine, da questa prospettiva inedita diventa un approdo così facile da soffocare in lui ogni entusiasmo: “D’altronde, che valore aveva la conquista di un cuore che non vedeva l’ora di arrendersi per un essere i cui sensi tendevano senza sosta verso l’infinito? Oltretutto le gioie del trionfo furono presto compensate da un supplizio intollerabile: i miei organi, in seguito alla sensibilità estrema che avevo acquisito, erano ogni giorno e ad ogni istante offesi dai rapporti con il mondo”, pp. 92-3.

Verrà celebrato come genio musicale, tuttavia si domanderà: “a che cosa mi era servita questa scienza acquisita per disperazione? Soltanto ad accrescere il vuoto in me e attorno a me”, p. 100. Vuoto che lo porterà per la seconda volta a levarsi la vita.

I racconti Dumas e Asselineau, semplici e godibilissimi, sono due rivisitazioni moderne del mito di Faust, nelle quali il diavolo ha per così dire una funzione sadicamente ancillare. Satana cioè si limita a porre entrambi i protagonisti al cospetto della sproporzione tra sé e il mondo, per difetto o (nel finale de La seconda vita) per eccesso.

In A patti col diavolo i due scrittori sembrano suggerirci proprio che la sintonia col mondo ci è preclusa. E chissà che l’eterno errore umano, del quale Satana continua a farsi beffe, non sia esattamente questo: tentare di comprendere ciò di cui bisognerebbe accettare l’incomprensibilità.

 
 
 

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