Il balcone dell’Ivana

 
 
 

di Claudia Oldani

 
 
 
 

Negli anni ’70 mia madre era una femminista. Una di quelle che scendeva in piazza urlando l’utero è mio e che bruciava i reggiseni. Poi dopo l’università ha incontrato mio padre (sindacalista, belloccio, poche pretese), si è sposata, è rimasta incinta di me e ha lasciato il lavoro. Lasciare il lavoro per diventare una casalinga e prendersi cura della sua pargola è stato per mia madre il momento d’oro dell’essere femminista: finalmente poteva esercitare il suo diritto di scelta; il diritto di scelta che le faceva urlare l’utero è mio ed è l’utero di una casalinga. Dopo quest’apice, mia madre ha appeso il femminismo al chiodo e si è fatta da parte per dare spazio alle nuove generazioni, cioè me.

claudia_bernardi_oldaniPer me mia madre ha fatto di tutto: ha imparato a cucinare delle focaccine morbidissime per la merenda, si è tagliata i capelli per fare più in fretta la mattina, per i primi dieci anni della mia vita ha dormito con la porta della camera aperta, in modo da poter accorrere nel caso l’avessi chiamata (e costringendo mio padre ad una quotidiana sega sotto la doccia). A dire il vero i miei non avevano una camera da letto, dormivano in salotto con il divano letto tirato giù. Io invece avevo una stanzetta tutta mia, che era stata il loro talamo prima che arrivassi io a rompere le uova nel paniere — di mio padre più che di mia madre. Il 25 aprile e il primo maggio noi si andava sempre in manifestazione (e se io protestavo dicendo “ma ci siamo già andati settimana scorsa”, mia madre si offendeva come si offende una normale mamma cattolica quando il figlio non vuole andare a catechismo il mercoledì pomeriggio; o almeno così mi immaginavo io le dinamiche di una famiglia cattolica). Guai però a portarle le mimose l’8 marzo, quello sì che sarebbe stato un incidente diplomatico.

La prima volta che mia madre ha scoperto un succhiotto sul mio collo, si è messa ad urlare come un’ossessa che mi ero fatta fare un marchio e che lei non mi stava crescendo per essere la proprietà di qualcuno. Io mi ero spaventata e avevo detto a Giuliano di limitarci al sesso, perché il petting mi lasciava troppi segni sul corpo e io, di certo, non ero lì a farmi marchiare da lui. Giuliano aveva detto ok. Quando mia madre ha scoperto il blister di pillole anticoncezionali nel mio zaino, mi ha aspettata alzata in cucina, con accesa solo la luce dei fornelli che sembrava fosse morto qualcuno. Quando sono entrata in casa ero ancora un po’ fatta e non riuscivo a concentrarmi su quello che mi stava dicendo con voce serissima. Ho pensato che la nonna ci avesse lasciati. Invece mia madre mi stava spiegando che avrei potuto usare il diaframma, il preservativo e la crema spermicida; che Ogino-Knaus avrebbe funzionato se avessi imparato a fare bene i calcoli, ma soprattutto che controllare in quel modo il mio ciclo mestruale era snaturarsi. Mi era venuta in mente quella volta in cui ero in profumeria in cerca di un fondotinta scuro e la commessa, una ragazza transessuale, mi aveva consigliato di rimanere sul colore chiaro della mia pelle, perché non era necessario stravolgere il mio corpo: non bisognava snaturarsi insomma. Snaturarsi. Ripensando a quell’episodio avevo riso in faccia a mia madre e lei si era veramente incazzata. Più tardi mi sono sentita in colpa, non tanto per mia madre, quanto per la commessa: cosa ne sapevo io della sua natura?

Visti i precedenti, Giuliano non era esattamente nelle grazie di mia madre. Quindi, quando ci lasciammo e mi fidanzai con Marco, decisi di gestire le cose in maniera più cristallina. Proposi di invitare Marco a cena a casa nostra. Si sarebbero conosciuti e mia madre avrebbe capito che non frequentavo un marchiatore di bestiame, ma un tranquillo studente di lettere della Statale. Mio padre era scettico, alzò gli occhi al cielo quando lo proposi. Fatto sta che alla fine la cena si fece. E andò una merda.

Appena arrivato Marco aveva chiacchierato del più e del meno coi miei, ma finite le domande di rito c’era stato da mettere i piatti in tavola. Marco aveva fatto per aiutare mia madre, ma lei aveva ritratto il piatto di scatto e aveva detto: – Mica siamo dei bifolchi: anche se viviamo in periferia lo sappiamo che l’ospite è sacro. Siediti che ti servo io. E mentre lui le dava le spalle, lei aveva scosso la testa in segno di disapprovazione. Mio padre si era ficcato subito in bocca una forchettata di maccheroni al sugo pur di non essere chiamato in causa. Poi durante la cena Marco aveva subito un interrogatorio sulla sua famiglia degno di Trujillo. La sua famiglia si era rivelata a tratti o troppo snob o troppo conservatrice per il palato di mia madre. E per finire al momento di sparecchiare, memore del rimprovero precedente, Marco non aveva alzato un dito. Mia madre aveva raccolto i piatti da sola e poi, guardando torva il lavandino, aveva sentenziato: – Il fatto di avere il pene non ti esime dai lavori domestici. È bene che non te lo dimentichi mai, caro il mio Mauro.
– Mi chiamo Marco veramente – aveva provato a rispondere lui, con la voce spezzata dal timore.
– Ti chiamo come mi pare – l’aveva zittito mia madre con un grido d’aquila. In casa era sceso un silenzio così pesante che se in quel momento fosse entrato Giuliano e avesse pisciato sul tappeto non se ne sarebbe accorto nessuno. Marco alla fine era tornato a casa con le spalle più schiacciate del solito. La sua ombra poteva confondersi benissimo con quella di una bottiglia di acqua minerale.

Per riprendermi dalla terribile serata scesi in cortile a fumare una sigaretta. Mia madre naturalmente non era a conoscenza del fatto che fumassi fin dal liceo, non avrebbe mai approvato visto che suo padre era morto di cancro ai polmoni. Mi misi nel solito angolo, sotto al balcone dell’Ivana, e mentre tiravo la prima boccata sentii la voce di mia madre.
– Un disgraziato, guarda, un disgraziato – diceva – mi ha portato in casa un senza palle e pure maschilista!
– Ma vedrai che la prima impressione non conta – le rispondeva l’Ivana – vedrai che se la Clara l’ha scelto, un motivo ci sarà!
– È che ai nostri ragazzi mancano i fondamentali, i bei romanzi di formazione. Questi si sposano e figliano e poi aspettano solo di morire. Non c’è passione in quello che fanno! Cia’, dammi una sigaretta che devo tornare tra poco.
Io ero di pietra. Mia madre fumava di nascosto sul balcone dell’Ivana. Ma da quando? Aspettai in silenzio qualche secondo, il tempo di sentir scattare l’accendino, poi uscii dal mio nascondiglio e vidi benissimo mia madre tirare delle profonde boccate, da fumatrice incallita. La sua sagoma si stagliava contro cielo scuro: indossava ancora il grembiule e le ciabatte che aveva tenuto a cena.

– Mamma – dissi senza riuscire a trattenermi. Lei guardò giù nella mia direzione con gli occhi sgranati e la bocca spalancata. Passato un secondo si riprese:
– Be’? Non posso neanche fumarmi una sigaretta in sacrosanta pace?
Io non sapevo che dire.
– Ma da quando fumi?
– Eh, bella mia, saranno 25 anni che fumo senza che tu né quello stronzo di tuo padre ve ne siate mai accorti!
25 anni. Io avevo 25 anni. Alzai la mano in cui stringevo la sigaretta per farle vedere che anche io stavo fumando: era il momento delle rivelazioni, era il caso che facessi anche la mia, per correttezza. La sua voce secca fermò il mio gesto a mezz’aria:
– Ciao, credi davvero che non sappia che tu fumi? Dalla quinta ginnasio, tu e quella cretina dell’Elisa.
Ero sempre più sconvolta. Buttai la mia sigaretta che non ero ancora arrivata a metà, improvvisamente non avevo più tanta voglia di fumare. La sigaretta rotolò sulla grata del tombino e poi cadde, spegnendosi nell’acqua.
– Ci vediamo a casa – dissi a mia madre, che però sembrava persa nei suoi pensieri. Mentre mi allontanavo la sentii ridacchiare con l’Ivana.

Da quel giorno mia madre si è comportata come niente fosse, salvo che qualche volta l’ho beccata che fumava sul nostro balcone. Però per me le cose sono cambiate. Non tanto, mia madre è sempre un mistero per me, eppure sento che abbiamo qualcosa in comune adesso. O almeno condividiamo lo stesso posto segreto, il balcone dell’Ivana.

 
 

Claudia Oldani nasce a Milano nel 1987 e la abbandona nel 2014. Oggi vive a Londra e lavora per l’entusiasmante circuito delle campagne da edicola (in pratica fa gli allegati dei giornali). Scrive su STREAM! Magazine e sui blog che inspiegabilmente le concedono fiducia. Un altro suo racconto è uscito su Lahar Magazine.

 
 

Illustrazione originale di Claudia Bernardi

 
 
 

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