Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame

 
 
 

Nel novembre 2015 appare per la prima volta in Italia il romanzo di James De Mille, Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame, pubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di Pietro Polidori.

Avventura, satira sociale, tensione amorosa, riflessioni filosofiche e ambientazioni fantastiche si intrecciano con grande maestria in questo bellissimo libro del 1888 dal brillante finale a sorpresa.

demilleQuattro marinai, Featherstone, Melick, Oxenden e il dottor Congreve, a bordo del Falcon fermo a causa della bonaccia, ingannano il tempo organizzando gare e scommesse con barchette di carta. Rinvengono così in acqua un cilindro di rame, che contiene un manoscritto sulle pagine del quale il naufrago Adam More racconta le proprie incredibili avventure.

Il lettore avrà dunque davanti a sé un romanzo nel romanzo, il cui cuore è costituito dalle peripezie di More, talora commentate animatamente dai quattro marinai, intenti a leggere a turno ad alta voce proprio il misterioso manoscritto.

L’avventura, cioè l’abbandono delle certezze unito a un incessante e incontrollabile susseguirsi di accadimenti, è il principale movimento della narrazione, la sua più intima misura. Incontri, tentativi, errori, rinunce sono presi nel vortice di un continuo approssimarsi a ciò che è sentito come incredibile e lontano, addirittura mostruoso.

Rimasto completamente solo dopo la terribile morte del compagno Agnew, Adam More, uomo inglese civilizzato, nel suo naufragio vive dapprima il disorientamento dato dall’assenza di segni umani e dal puro paesaggio privo di riferimenti e appigli.

“Presto tutto intorno a me divenne buio. Stavo fluttuando in fondo a un baratro immenso; non distinguevo cascate né inghiottitoi, ma, molto in alto, vedevo la linea del cielo al di sopra di quella voragine e scorgevo le stelle incandescenti […] finché apparve una grande massa nera: il cielo sopra di me era scomparso e le stelle luminose erano state inghiottite da tenebre indescrivibili”, p. 55-56.

Lo smarrimento e la condizione di estraneità tuttavia non cessano quando egli approda in terra straniera e incontra esseri umani che lo accolgono in modo inaspettato:

“C’era una gentilezza attenta e persino cerimoniosa, nel loro atteggiamento verso di me, che era al tempo stesso sorprendente e piacevole”, p. 70; “[…] ben presto, mi resi conto che questi atteggiamenti non erano per ingraziarsi il nuovo arrivato, somigliavano piuttosto a quelle attenzioni profuse in famiglia verso un caro rimasto assente a lungo che finalmente torna”, pp. 72-73.

Ma la calorosa accoglienza e l’attenzione riservata nascondono un mondo incomprensibile e insopportabile per lui e l’amata Almah, anch’essa straniera in quella terra: il mondo dei Kosekin, un popolo che vive nelle tenebre e rifugge la luce.

“«[…] Siamo fatti per amare la morte, è il nostro istinto. E allo stesso modo, non possiamo che desiderarne la povertà. Il povero è sempre, fra tutti gli uomini, il più invidiato. La natura, inoltre, ha fatto sì che la passione d’amore, quando si manifesta, sia così veemente, così divorante che dovrebbe sempre lottare per non essere corrisposta. È per questo che quando due persone si amano dovrebbero sempre vivere separate ed evitarsi per il resto delle loro vite»”, p. 160; “«[…] la natura stessa della passione d’amore è la più assoluta dedizione, che esclude di per sé ogni contropartita»”, p. 161.

Tuttavia, non mancano gli inconvenienti anche in questo strano mondo: l’abnegazione e l’impegno per servire gli altri entrano in conflitto con l’altruismo reciproco.

“Le persone passano gli anni a cercar di prevaricare gli altri, nell’incessante tentativo di renderli più ricchi. In una gara, ognuno cerca di rimanere indietro, ma questo crea una gran confusione, e allora tutti si mettono disperatamente a correre per arrivare primi, in modo da mettere il vicino nell’onorevole posizione di arrivare dopo”, p. 165.

Come faranno a vivere Almah e Adam, che amano la luce, in un mondo capovolto, se la vita umana è anche (e non solo per loro) tenere per sé, conservare, accumulare, curare il proprio interesse e la propria persona e ricercare corrispondenze?

Ed è possibile uscire dal movimento di perdita e guadagno che abita modi e culture, se nel prendere e nel dare non si può mai prendere tutto e non si può mai dare, lasciare tutto? È davvero possibile scegliere tra l’io e gli altri?

Forse, pare suggerirci l’autore de Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame, è impossibile trovare la vita in sé, una volta per tutte, separarla dai modi e dalle scelte, ambedue forme finite, imperfette, vane, equivalenti e relative.

Forse, addirittura, la vita umana non è che un modo, un corpo incurante dei significati.

O forse, semplicemente, la vita non ha luogo, è solo attraversare il paesaggio.

“Eppure non c’era ancora alcun segno di discesa, la barca poggiava ancora sulla china, perfettamente livellata come prima, al punto che non avrei potuto dire se stessi avanzando o fossi immobile; in quel buio mi mancava ogni riferimento per capirlo; e come coloro che vanno in mongolfiera sono del tutto insensibili al movimento, così ero io su quelle acque calme ma veloci”, p. 57.

 
 
 

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