Cronache da un’impossibilità

 
 
 

Il tentativo di moltiplicare la propria esistenza in più identità, in più corpi, per l’incapacità di accettare forse l’univocità della vita, forse l’inevitabilità della morte: questo motivo attraversa i dieci racconti che compongono Cronache da un’impossibilità di Mia Lecomte (Pescara, Quarup, 2015).

Costrutti è una breve narrazione contrappuntata da una fitta serie di parentesi a commento del testo. Si tratta di una sorta di confessione da parte dell’io narrante che, nell’illustrare il proprio ruolo professionale, lo ricalca, come se esso si fosse dilatato al punto da coincidere con l’intera sua persona: “E io mi dedico con una certa maestria (ci vuole, non è un impegno da poco) a scrivere (scrivo infatti) i traparentesi dell’autore più importante della casa editrice, il mio scrittore preferito (perché non se li scrive da sé? Non me l’hanno spiegato, e in verità non ho mai sentito l’esigenza di saperlo)”, p. 12.

La protagonista de L’ospite telefona di continuo alla casa che fu sua e che continua a essere abitata dal suo ex compagno: fa squillare il telefono ma non osa parlare. Così, istituendo in un certo senso una comunicazione priva di contraddittorio col proprio passato, la donna può illudersi di prolungarlo nel presente. Il rifiuto del tempo rettilineo della realtà a favore del tempo circolare del desiderio investe anche la nuova relazione intrecciata: “Scivolo piano lungo il suo corpo e mi faccio vicina, la testa sulla sua pancia. Vorrei che non si svegliasse. E che tutto si svolgesse senza di lui”, p. 22.unnamed

Sul medesimo crinale tra verità e immaginazione è ambientata La salvezza, una lettera d’amore di cui non è dato di sapere il grado di autenticità. Il piano metaforico, rappresentato dal continuo riferimento a un’arca e a un naufragio, arriva a mettere in dubbio persino l’esistenza del destinatario: “Spesso, come in ogni preghiera degna di questo nome, mi sono chiesto se fossi davvero tu il destinatario prediletto, oppure se stessi scrivendo a un’astrazione, a un me stesso reso tollerabile dalla distanza”, pp. 53-4.

Il protagonista di Abitando è un individuo in continuo movimento, giacché la sedentarietà gli mostrerebbe il quotidiano compiersi (e raccorciarsi) del proprio percorso biografico: “Sempre in viaggio sono più tranquillo. Abitando in maniera transeunte luoghi che non hanno nessuna implicazione con me, da nessuna parte del mio vivere, riesco a schivare le offese, a contenere le lacerazioni”, p. 71. Soffermarsi in un luogo, poi, lo costringerebbe a vivere appieno esperienze ed emozioni, nonché tutte le loro conseguenze: “Non sono curioso, la curiosità riserva sempre cattive sorprese, folate di scompiglio nella prevedibilità esteticamente rassicurante delle giornate che desidero”, p. 73.

Il bizzarro Animalìe comprende tre micronarrazioni nelle quali si tenta di rigenerare la propria esausta vitalità attraverso la strumentalizzazione del mondo animale: “Volevo dimostrargli che c’ero, che esistevo, che il mio corpo occupava uno spazio, era un solido. Volevo fargli sentire il peso della mia corporalità, afferrarlo con violenza e stringerlo tra le mie dita forti, le dita di una donna. Mi sono avvicinata alla boccia e mi sono arrotolata una manica della camicia. Ho tuffato il braccio nell’acqua e appena ho aperto il palmo nel tentativo di afferrarlo lui è venuto a coricarvisi da solo, come un uccellino. Era leggero, fragile, le sue branchie palpitavano come un cuore tiepido”, p. 87.

Tip, il protagonista di Ritorna, entrando in una libreria scoprirà un volume il cui autore, a propria insaputa, è… egli stesso. Ne acquisterà e inizierà a leggere una copia, e da allora il racconto si sdoppierà: seguiremo in tondo la vicenda di Tip e in corsivo quella narrata nel “suo” libro. Ancora una volta, sarà la mancata accettazione della fine di una storia amorosa a tenere il protagonista in bilico tra realtà e finzione. Come se spaziando da un territorio all’altro Tip potesse parificare fatti e fantasie, invalidare l’accaduto e concretizzarne l’alternativa: “Se ne era andata, aveva avuto il coraggio e l’energia di farlo, e lui ora non era neppure in grado di rendersene conto per davvero, non aveva neanche iniziato a chiudere la porta lasciata spalancata dall’abbandono, di tamponare lo spiffero. E ci si metteva anche quell’altra, più lenta e inconcludente di lui. L’eroina di quell’autore pavido, posticcio. Ci mancava proprio la faccenda di quel benedetto libro!…”, pp. 119-120.

Ma non solo. Questa coesistenza di piani narrativi la si potrebbe eleggere a significato ultimo dell’intera raccolta. Infatti, il lettore di Ritorna finisce per non distinguere più cosa appartiene alla storia di Tip e cosa a quella che egli pare abbia (suo malgrado) scritto. Il lettore finisce, insomma, per accettarle entrambe come ugualmente finzionali o ugualmente vere.

Allo stesso modo, sembra dirci Mia Lecomte, ogni esistenza si fonda sulle occasioni mancate non meno che su quelle colte, sui sentimenti non meno che sulle azioni, sull’inconsapevolezza non meno che sulla coscienza, sui vuoti non meno che sui pieni. E se una parola detta o un gesto realizzato possono celare un profondo bisogno di fuga dal mondo, una reticenza o una rinuncia possono al contrario portare in sé la più grande pienezza di vita.

In fondo tutto non è che resistenza al limite estremo, tentativo di superamento dei confini, siano essi corporei o esistenziali, patetica-eroica sfida lanciata all’angusto àmbito in cui ci è dato di vivere.

 
 
 

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