Ciminiera tricolore

 
 
 

di Marco Cavaliere

 
 
 
 

Una notte, mentre giocavo a un videogame, sentii delle urla venire dalla strada. Mio padre era a bere al bar sotto casa, così misi in pausa la Play Station e mi affacciai per vedere cosa fosse quel baccano. C’era un po’ di gente riunita, mio padre era tra loro, e guardavano tutti in l’alto, verso la ciminiera. Dicevano a qualcuno di scendere. «Forza, vieni giù adesso.»

Casa nostra dava proprio sull’ex stabilimento dell’Italsider, che di notte era un’enorme macchia nera. Avevano demolito il grosso dell’impianto, risparmiando solo una ciminiera, l’altoforno e un pontile dove ogni tanto andavo a correre. Erano stati definiti archeologia industriale. Archeologia? A me questa parola aveva sempre fatto pensare alle piramidi. Comunque, la fabbrica aveva chiuso da vent’anni, c’erano stati tanti progetti per valorizzare l’area, ma era rimasto tutto fermo, e quello spazio era ancora inquinato e inutilizzato.

«Siete delle formiche. Siete solo delle formiche!» urlavano dall’alto.

Qualcuno si era arrampicato sulla ciminiera. Non era la prima volta. Spesso ci salivano i disoccupati e appendevano qualche striscione, ma stavolta questo tizio era semplicemente ubriaco e non aveva molto da dire.

«Bene, adesso scendi da lassù» gli gridarono dal basso.

Al bar si era creata una certa folla. Alcuni ridevano, altri, forse suoi amici, erano preoccupati sul serio. Per un attimo persi di vista mio padre e temetti che volesse imitare lo scalatore, poi lo vidi che usciva dal bar con un bicchiere pieno di Campari Gin.

Ora la situazione sembrava in stallo. Tutti tacevano e si sentiva il gracidio delle rane provenire dall’oscurità. Da qualche anno, alcune rane avevano colonizzato una pozza d’acqua melmosa. Durante la dismissione, avevano sepolto l’amianto dell’Eternit e altre porcherie e sopra ci avevano sparso un bello strato di terreno impermeabile. Con tutte le sostanze tossiche, ero certo che quelle rane fossero organismi mutanti, tipo con due teste e un paio di ali.

Pensai che quell’uomo, lassù, si stesse godendo un bel panorama. Lo immaginai a fumarsi una sigaretta con il Golfo di Pozzuoli illuminato ai suoi piedi.

In realtà, stava morendo dalla paura e si era reso conto che non sapeva più scendere dalla scala in ferro battuto. I pompieri lo avevano tirato giù dopo parecchie ore. «Quello a un certo punto aveva deciso di saltare» mi raccontò mio padre il giorno dopo. «Gli hanno fatto una bella multa. Dovrei salirci anche io lassù, un giorno o l’altro. Senza scale, con l’imbracatura e tutto.» Il lavoro di mio padre era arrampicarsi per installare le reti metalliche a protezione dei versanti in pericolo di frana. Mi aveva insegnato che quando ti arrampichi da qualche parte, poi devi sapere anche come scendere. A meno che non ti voglia tuffare in mare o suicidarti, come aveva fatto suo fratello anni fa. Mio zio era saltato da un palazzo blu che si vede da tutta la città. Lo vedi subito quel palazzo, è l’unico blu sulla collina del Vomero.

Per quella notte, mio padre era sotto controllo. A vederlo dalla finestra mi sembrava solo annoiato. Quel pazzo sulla ciminiera non m’interessava più; ripresi il joystick e continuai il mio Italia – Francia alla Play Station. Il giorno dopo avrebbero giocato davvero, Francia – Italia, a Berlino, finale dei campionati del Mondo. La mia era divenuta l’ennesima scaramanzia: la vigilia delle partite, avevo sempre simulato l’incontro dell’Italia, e avevo sempre vinto, come il giorno seguente avevano fatto gli Azzurri in Germania.

Vinsi anche quella sera, e pensai che fosse un buon auspicio.

Mio padre rientrò in casa a notte fonda facendo un gran chiasso, e dopo poco lo sentii che russava sul divano. Era senza lavoro da parecchi mesi, e beveva quasi ogni sera.

Non riuscii ad addormentarmi finché intravidi i primi bagliori violacei fare capolino tra le senghe della persiana. Ho combattuto con l’insonnia fin da piccolo, quando ancora poppavo. Farmi prendere sonno era sempre stata un’impresa, mi aveva raccontato mia madre, prima di ammalarsi.

Il giorno della finale faceva molto caldo. Mi svegliai a mezzogiorno, sudatissimo, e mi preparai un caffè.

Mio padre era in cucina alla solita postazione: leggeva il giornale e fumava Marlboro rosse ciccando nel lavello.

«Non hai un posacenere?» gli dissi.
«Non rompere. Allora, dove te la vedi la partita?» mi chiese.

L’avrei vista a casa di Massimo con una bella scorta di birre. Avevamo fatto così anche la settimana prima, quando l’Italia aveva battuto la Germania all’ultimo minuto dei supplementari con un goal di Grosso, e subito dopo aveva segnato anche Del Piero, in contropiede, ma noi ci eravamo persi il goal perché stavamo ancora esultando, e Massimo aveva strappato via l’antenna dal televisore.

«Tu la vedi sempre qui sotto?» gli chiesi, sapendo già la risposta.

Ultimamente passava più tempo al bar che da qualunque altra parte. Il barista aveva gli occhi da malato e dei baffi che lo facevano sembrare ancora più vecchio. Beveva sambuca fin dalla mattina: lo vedevo tracannare quando, prima di andare a scuola, compravo un cornetto all’amarena da portarmi in classe. Lui e mio padre andavano d’accordo; a tressette facevano coppia fissa.

«Comunque vinciamo noi» aggiunsi.
«Non dire niente, mannaggia alla miseria» disse lui. Scaramanzie, ognuno ha la sue.

Il pomeriggio passò lento. Riordinai la mia stanza, che era un vero porcile. Rifeci il letto, pieno di sabbia perché la notte avevo preso il vizio di fare il bagno dalla spiaggia di fronte Nisida.

Verso le sette mi avviai a piedi verso casa di Massimo. Salutai mio padre, che era già al bar a bere.

«Speriamo bene» gli dissi.
«Speriamo» disse lui scrollando le spalle.

Per strada, l’aria era già elettrica. Agli incroci si formavano i primi ingorghi e i venditori di sciarpe e bandiere tricolori erano ovunque con la merce in bella mostra. Sembravano tutti fuori di testa.

Io e Massimo ci piazzammo davanti al televisore, sintonizzato su Rai Uno a tutto volume.

Annunciarono le formazioni: «Io avrei messo Del Piero» disse Massimo.

Poi, finalmente, la partita cominciò. Nervosa e bloccata come ogni finale. Zidane perse la testa e rovinò l’ultimo incontro della sua carriera dando una capocciata a Materazzi. I supplementari finirono uno a uno, si andò ai calci di rigore, che tutti temevamo come una maledizione, ricordando gli errori dal dischetto di Baggio e Di Biagio, nel ’94 e nel ’98. Ma stavolta ci andò bene.

Appena Grosso calciò l’ultimo rigore nel sette, io e Massimo ci lanciammo fuori di casa, prendemmo il suo motorino e ci unimmo ai caroselli.

Eravamo campioni del Mondo, e forse i diciassette anni sono un’età troppo ingenua per non apprezzare le gioie effimere che può regalare il calcio, ma ero al settimo cielo. Ero felice. All’epoca, la Nazionale contava; ero fiero, di cosa non so dirlo, e non avrei mai immaginato che anni dopo, durante una partita del Napoli, mi sarei trovato a fischiare l’Inno nazionale insieme a tutto lo stadio San Paolo.

Ricordo ben poco, tanta era l’euforia: un mare di auto con gente a saltare sui tetti, camion trasformati in piste da ballo, tutto verde bianco e rosso. Alcune vecchie automobili, appositamente rubate nei giorni precedenti, furono date alle fiamme.

Tra le trombe e i fumogeni incrociammo un tizio che aveva fatto dei lavori con mio padre, poi aveva avuto problemi di testa e si erano persi di vista.

Quando mi vide urlò qualcosa di incomprensibile in quella baraonda. «Tuo padre? Dov’è?» riuscii solo a capire. Aveva la faccia completamente dipinta e sembrava un folle. Gli dissi che non lo sapevo, ed era vero.

Sfilammo ancora per la città impazzita e in festa, zigzagando tra file di auto strombazzanti. I caroselli sembravano poter durare in eterno. Poi fu davvero tardi e decidemmo di ritirarci.

«Una giornata storica» disse Massimo, senza voce, accompagnandomi a casa. Pensai che aveva ragione, avrei raccontato quella vittoria ai miei figli, se mai ne avessi avuti. Mi salutò dandomi il cinque e prese la sua strada a tutto gas.

Il bar era ancora aperto. C’era solo il barista che beveva l’ultimo bicchiere guardando nel vuoto. Finanche lui, dietro i baffi scambiati dalla nicotina, non riusciva a nascondere un pizzico di soddisfazione.

«Guarda lassù» mi disse alzando gli occhi al cielo.

Alla ciminiera era appesa una bandiera tricolore come un vessillo issato su un castello appena conquistato.

Entrai in casa e trovai mio padre sul divano che ascoltava un cd dei Police. Cantava ululando, sbronzo da far paura.

«Papà, abbiamo vinto! Sei contento?»
«Contentoo. Sìì» sbiascicava l’ultima vocale in una cantilena patetica. «Contentoo oh-oh» si mise a cantare.
«Che partita, eh?»
«Campio-n-i del mon-do» riuscì a dire a fatica.

Provò ad alzarsi dal divano, ma crollò a sedere a peso morto.

«Dai, andiamo a dormire» dissi io.

Lui si lamentò. «Vuoi parlare un po’» gli proposi.
«Parliamo. Parliamone.»

Stavo per dirgli che avevo incontrato quel suo vecchio collega, ma quando iniziò Every breathe you take, che ascoltava sempre con la mamma, riprese a urlare come una bestia ferita.

Lo lasciai lì e andai in camera mia. Accesi la luce e guardai la foto della nostra famiglia che avevo appeso sopra la testa del letto. Eravamo al mare e sorridevamo tutti e tre. Accarezzai il volto di mia madre e diedi un bacio al vetro freddo della cornice, appannandolo.

Aprii la finestra. Il giorno avanzava; alle spalle della collina di Posillipo il sole si stava levando ponendo fine alla notte di festeggiamenti. La ciminiera si stagliava verso il cielo fucsia cobalto. La bandiera italiana sventolava sulla landa arida dell’Italsider. Quanto sarebbe rimasta affissa là sopra? L’avrebbe strappata via il vento o il prossimo ubriaco che si sarebbe arrampicato sulla ciminiera? Pensai che forse sarei dovuto salire io a toglierla, per anticipare le mosse di mio padre, che in salotto ancora delirava con Sting.

Avevamo vinto il Mondiale, ma tutto ciò apparteneva già al passato; già sapevo che era un momento che non si sarebbe mai più ripetuto, e tutta l’allegria svanì in un attimo.

Restai a guardare l’alba ancora per un po’, poi mi misi a letto, stanco e svuotato. Il giorno dopo non ci sarebbe stato più nulla da festeggiare, nessuna finale da aspettare. Avrei ripreso a farmi le canne sulla spiaggia e a riempire il letto di sabbia, avrei trovato mio padre a fumare nel lavello davanti al giornale, il barista a bere sambuca, i quotidiani pieni di titoli gloriosi, e quel tricolore appeso lassù, sulla ciminiera, beffardo e ridicolo, a ricordarci una vittoria che, in fin dei conti, non contava un bel niente per nessuno.

Ottobre 2015

 
 

Marco Cavaliere, nato a Napoli il 5 novembre 1989, è studente di Geologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II.

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

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