Noi figli di Eichmann

 
 
 

Quando l’inimmaginabile si compie, non c’è logica che possa contenerlo, spiegarlo. Allora, provare a dire l’inimmaginabile porta inevitabilmente allo scacco del pensiero, all’oscurità, alla contraddizione.

In Noi figli di Eichmann (traduzione di Antonio G. Saluzzi, Giuntina, Firenze 20072), una lunga lettera indirizzata al figlio del criminale di guerra, Günther Anders scrive: “La regola: se ciò verso cui si dovrebbe auspicabilmente reagire diventa smisurato, allora si inceppa anche il nostro sentire. Indipendentemente dal fatto che questo «smisurato» si riferisca a progetti, a prestazioni produttive o ad azioni già eseguite, il «troppo grande» ci lascia freddi; no (poiché anche la freddezza sarebbe comunque un tipo di sentimento), non ci lascia neppure freddi, bensì del tutto indifferenti. Diventiamo degli «analfabeti emotivi», […] ad incepparsi non sono solo i sentimenti dell’orrore, della stima o della compassione, bensì anche il sentimento della responsabilità”, pp. 33-4 (qui e in seguito, corsivi nel testo).Coperta_Gli ebrei di Saturn.qxd

Ma poi, riferendosi specificamente ad Adolf Eichmann, Anders scrive: “Attribuire al solo ingranaggio la responsabilità della perdita della sua fantasia e della sua responsabilità significa davvero invertire lo svolgimento dei fatti. Perché di lui si può dire che l’immagine del mostruoso effetto finale deve essere stata la prima cosa che ha avuto davanti agli occhi, e che lui ha potuto co-progettare, co-costruire e co-dirigere l’ingranaggio solo grazie a questo effetto finale; e ciò per la semplice ragione che senza un simile ingranaggio non avrebbe mai potuto raggiungere questa meta”, p. 37.

Qui, il ragionamento di Günther Anders sembra iniziare a incagliarsi: fino a che punto la condizione di analfabeti emotivi è dunque giustificabile? Fino a che punto è accettabile l’incepparsi del senso di responsabilità? Se nella prima porzione di testo si parla di una regola, perché essa non deve valere per Eichmann?

Scrive ancora Anders (p. 39): “Infatti è vero – era questo che affermava la mia regola – che col crescere della grandezza degli effetti diminuisce la nostra facoltà di immaginazione e di responsabilità, che questa facoltà s’inceppa del tutto dopo il superamento di una certa grandezza massima”, come tornando sui propri passi: sembra che l’incepparsi del senso di responsabilità avvenga dopo il compiersi di qualcosa al di là di una certa misura, a prescindere dal grado di responsabilità di chi l’ha concepito o attuato. Tuttavia, prosegue Anders, “l’esperienza stessa del nostro inceppamento rappresenta ancora una chance, una positiva opportunità morale; essa può mettere in moto un meccanismo d’inibizione. Nello choc del nostro inceppamento risiede una forza ammonitrice. Infatti è grazie a esso che ci rendiamo conto che ormai abbiamo raggiunto quell’ultima stazione di confine, oltre la quale la via della responsabilità e la via della spietatezza si biforcano irrimediabilmente”, pp. 39-40.

Quando comincia, allora, l’inceppamento? Fino a quando, in chi concorre a concepire o attuare l’inimmaginabile, può ancora essere messo in moto il “meccanismo d’inibizione”?

Sì, Günther Anders cade in evidente contraddizione. Oppure no: oppure egli ha scritto una lettera estremamente umana, proprio perché – come si diceva – l’uomo è incapace di rapportarsi all’inimmaginabile. Inoltre, impossibilitato a valutarlo secondo le proprie categorie morali, non può che oscillare tra giustificazione e condanna.

Ma forse le vere domande che consumano Anders sono altre: quanto, delle nostre azioni, dipende da noi?

Mentre si compiva l’inimmaginabile, dov’era il libero arbitrio?

E dov’era Dio?

 
 
 

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