Nino

 
 

di Saverio Cappiello

 
 
 

Nino tornava dai campi alle nove di mattina, prima che il sole d’agosto iniziasse a dare alla testa. Spartiva la strada del ritorno col padre che portava il carro agricolo con la sola mano destra. Una volta finito di lavorare non faceva niente fino al pomeriggio tardo quando tirava giù le tapparelle per simulare la notte e si faceva una croce in petto.

Quando qualche amico aveva voglia di sfottere qualcuno, passava a suonargli e gli chiedeva di scendere. La risposta era sì o sì.

Una volta per farsi due risate tra una birra e un’altra gli fecero seminare una pianta di fumo sul balcone, facendogliela passare per un trifoglio portafortuna. Quando il fumo crebbe glielo portò a Mimmo che era vicino di casa e fece «Che razza di trifoglio è questo?» E quello si fece tante di quelle risate che quasi trovava le braghe a terra. Chiamò gli altri e siccome la pianta non sembrava cresciuta tanto bene, la trattò e gliela fece fumare a Nino che tornò alla casa vomitando e con gli occhi rosso cenere.

La madre di Nino è una di quelle donne che sono state tirate su coi sistemi di una volta e quindi era cresciuta contando le disgrazie sulle dita della sua mano e non su quelle degli altri e quindi faceva img_4973-copiala colpa di avere un figlio ritardato a metà tra lei e Nino, perché il padre non ne voleva sapere. Lei, quel giorno, quando lo vide tornare così conciato iniziò a rincorrerlo intorno al tavolo per alzarlo dalla cima dei capelli e dargliene uno forte in mezzo ai denti da imprimergli il ricordo.

A Nino gliene combinavano di tutti i colori perché già da come si presentava poteva far venire o pena o le risate. Ma nella città di Nino la pietà non sta nemmeno in cielo e così come lo vedevano venire secco secco come la legna da bruciare che i vestiti gli stavano come mantelle ad un gobbo, e coi capelli che gli stavano in testa come ad un pulcino di fiera, si mettevano a cerchio a escogitare qualche sgarro. Di solito tiravano in mezzo i soliti scherzi come fargli una foto con qualcuno che gli mena la mazza da dietro, oppure a nascondergli cose, ma quel giorno gliene fecero uno bello pensato.

Mimmo s’era fatto una ragazza nuova che aveva già avuto qualche ragazzetto prima che l’aveva sconsacrata. Allora quelli di nascosto gli registrarono al mangianastri che Nino diceva di lei che era una scaglia. Era la cosa più dolce che dicevano della ragazza di Mimmo alle sue spalle, di solito si sentiva dire veramente di peggio, ma fu deciso che doveva essere Nino a prenderle per tutti quanti.

Quando Mimmo sentì le parole di Nino, fece la mossa di aspettare e poi andò a prendere un coltello e disse «Mo gliela faccio vedere io.»

Qualcuno smise di ridere, altri invece ridevano senza più spontaneità.

Mimmo prese il Ciao scassato e con Luigi che sapeva girare bene su quel cinquantino tirò fin giù a casa di Nino.

Ciccio che in mezzo a quelli che avevano smesso di ridere faceva il lavoro più simile a quello di Nino, lo chiamò e gli disse che Mimmo lo voleva dare sul serio.

Mimmo gli gridò di scendere. Nino si affacciò e salutò Luigi che rispose con il cenno di saluto che si fa alle persone che sono più cani che uomini.

«Nino vieni qua che ti devo dire una cosa.»

«Non posso, domani devo andare fuori.»

«Nino se non scendi mi fai incazzare. Vieni qua che dobbiamo ragionare.»

Nino si prese due secondi e fece capire che scendeva.

Appena sceso, Mimmo gli si avvicinò con la fronte al naso, come a volerlo azzannare e gli chiese di ripetere scaglia alla ragazza, se ne avesse avuto il coraggio. Nino aveva finito di fare i passi indietro e si teneva saldo alla maniglia del portone. Stava senza una parola con una faccia sudata ad aspettare che iniziasse. Dopo che gliene disse un po’, Nino cominciò a pregare che quello facesse perché prima iniziava e prima si spicciavano tutt’e due. Ma proprio quando entrambi erano d’accordo sul cominciare a Mimmo gli volò il berretto con uno schiaffo violento. Rotolò di schiena di tre gradini e finì sul motorino su cui stava Luigi. Il padre di Nino usava le braccia per lavorare da quando era nato e quando gli partiva un colpo non andava mai vacante nell’aria. Così Mimmo pensò bene di prendere la via del ritorno a bordo del Ciao mentre continuamente ripeteva «Chiedigli cosa ha fatto! chiedi cosa mi ha fatto.»

Luigi mise in moto e fece «Cia’» ad alta voce ma con tutto il rispetto di questo mondo.

Il padre di Nino si mise spalla a spalla col figlio mentre salivano le scale di casa. Nino contava i gradini ciondolando le braccia fragili e stanche mentre il padre si lisciava i baffi col pollice, pregustando la cena. Nessuno comunque spiaccicò una parola perché la famiglia di Nino è sempre troppo stanca e i ragionamenti li lasciavano fare a quelli in televisione, e poi perché, fino al giorno in cui non vengono scoperte formule magiche, quello che trovi nel piatto, mangi.

 
 
 

Saverio Cappiello, nato a Bitonto nel 1992, si laurea in Lettere a Bari. Attualmente affianca alla sua passione per la letteratura quella per il cinema studiando alla Civica di Milano. Alcuni suoi testi sono apparsi in diverse riviste e blog come Atelier o GDS. Questo blog ha già ospitato due suoi racconti inediti (vedi qui e qui).

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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