Il pluralismo

 
 
 

di Giorgio Mannacio

 
 
 
 

Hai mai pensato – mi scrive un amico dalla periferia dell’impero – all’esito finale del nostro pluralismo? Quaggiù non ho tutto il daffare che contraddistingue voi della capitale e posso, quindi, sbizzarrirmi nelle più curiose fantasie.

Ieri ho pensato a tutte le possibilità che ci offre la varietà dei gruppi sociali così disposti ad accoglierci giorno dopo giorno. Andando ad una cena tra poeti – alla cui corporazione, come sai, mi onoro di appartenere – mi sono trovato con un abito non adatto.

Non che fossero in tunica bianca e il capo cinto dalla classica corona di alloro, ma io certo stonavo abbastanza con il mio fresco di lino blu e cravatta in delicate tinte pastello. I miei scarsi capelli erano ravviati con cura e l’abito stirato di fresco ed invece sui loro giubbotti di incerto colore ed alcuni già emananti odore di muffa cadevano chiome di straordinaria lunghezza. La sera dopo ero ad una cena di giudici, alla cui corporazione appartengo necessariamente. Mi accolsero in tocco e toga ed io – sempre nell’abito che ti ho descritto – ebbi la stessa sensazione di disagio della sera precedente.

E non fu una soddisfazione sufficiente vedere come fossero impacciati di fronte ai piatti di spaghetti alle vongole grondanti condimento.

E la terza sera – come vedi anche noi della periferia a volte abbiamo impegni ravvicinati e pressanti – ad una cena di medici li ho visti aggirarsi nel bel giardino del padrone di casa tutti in vestito bianco decorato da un verde ricamo raffigurante il serpe del dio Esculapio.
Inutile dirti quale fosse il mio inadeguato abbigliamento del quale mi avevano decantato le capacità di essere adatto a tutte le circostanze.

Come si vestiranno mai nelle loro allegre riunioni conviviali i boia, i macellai e i pescatori?

Ho passato un’intera ora della notte (come ti ho già scritto, verso le tre del mattino mi coglie una insonnia leggera e produttiva, nient’affatto angosciosa) a rispondere a quest’interrogativo.

Ho immaginato, per i primi, un mantello nero ed un cappuccio dal quale, attraverso sinistre feritoie, dardeggia lo sguardo funesto.

Per i secondi – lo confesso, non ho molta fantasia – ho pensato ad un lungo camice bianco. Ma non si confonderanno, per questo, con i medici? Niente affatto se, come buoni stilisti, ci prendiamo cura degli accessori. Potremmo far ricamare sulle maniche, o forse meglio sul petto, all’altezza del cuore, un bel paio di corna di toro incrociate e di colore vivace. Con opportuni accorgimenti possono essere evitate confusioni con confraternite identificabili da segni similari.

Nella tradizione (giubbotto aperto e calzoni di tela arrotolati) la divisa dei pescatori e si potrebbe aggiungere, sul berretto, il profilo più o meno stilizzato di un pesce.

Se in codesta corporazione si dovessero manifestare delle divisioni, a seconda della qualità del pescato, la stilizzazione dovrebbe essere minore sì da poter distinguere con una certa sicurezza quella dei pescatori di sardine da quella dei pescatori di sgombri o di ippoglossi (ammesso che questi ultimi esistano nei nostri mari).

Questa necessità potrebbe indurre gli artisti a ritornare ad un sano realismo.

 

Vediamo ora la situazione da un altro punto di vista e cioè da quello delle difficoltà pratiche di uno come me l’altra sera o come te, tutte le sere, invitati presso gruppi diversi. Se vuoi essere vestito in modo adeguato a quello dei componenti la corporazione dovresti tenerti addosso una tuta facilmente sfilabile ed una valigia con quei tre o quattro (o anche più) abiti di ricambio a seconda delle circostanze.

L’ideale sarebbe andare in giro nudi ma ciò non sempre è possibile per ragioni climatiche o sociali o tutte e due.

In tuta, dunque, e con capiente valigia, io ti vedo circolare nella nostra società dotata di un così spiccato e gradevole pluralismo.

 

Non vorrei andare, a questo punto, oltre le cose che ho direttamente sperimentato, ma è difficile sottrarsi al fascino delle deduzioni.

Sembra che non ci sia limite al frazionamento dell’unità; e perché ci dovrebbe essere un limite all’espansione del pluralismo?

Possiamo pensare, ad esempio, che les veritables hommes à la cagoule decidano di suddividersi in più sottocorporazioni sulla base della diversità della stoffa del cappuccio ovvero dei lacci delle scarpe dei condannati.

Forse l’esempio è scelto male perché costoro sono stati sempre animati da tendenze centripete, ma mi sono spiegato.

Si può pensare che anche le altre corporazioni vogliano distinguersi, ciascuna in base a specifici aspetti.
Indubbiamente diventerebbe sempre più difficile essere vestiti convenientemente, ma non impossibile.

L’organizzazione e la programmazione sono tutto.

 

Voglio, adesso, sottoporti un altro aspetto del pluralismo, aspetto del quale mi sembra di avere colto qualche avvisaglia. Fu nella seconda di quelle tre serate di cui ti ho parlato, quella dei giudici tanto per intenderci.

Nei loro discorsi ho notato la ricorrenza di due parole che non riuscivo a correlare, nel mio linguaggio, ad alcun oggetto conosciuto.

Ma era chiaro che gli utilizzatori di esse vi collegavano uno specifico significato. Infatti nessuno di loro si mostrava sorpreso nell’ascoltarle e ciascuno finiva, prima o poi, per pronunciarle nei confronti di un altro, niente affatto sorpreso.

Per discrezione ed anche per non apparire disinformato (avevo, tra l’altro, disertato qualche riunione) non ho chiesto il significato di quelle parole.

Ieri sera ho rilevato che le parole a me sconosciute erano diventate più di dieci e ci fu un’intera frase che, composta quasi esclusivamente da quelle, sfuggì totalmente alla mia comprensione.

Ne dedussi che i componenti dell’associazione stavano elaborando un nuovo linguaggio.

Nella solita leggera insonnia notturna di cui ti ho parlato, non mi è stato difficile stabilire un generico collegamento tra l’esistenza di quella corporazione e la creazione di nuove parole ed abbozzare, molto superficialmente, un’ipotesi circa l’origine e la funzione di esse.

Questo passaggio ulteriore ha prolungato un poco la mia insonnia e l’ha resa meno leggera, ma il giorno dopo era domenica ed ho quindi pensato più a lungo che in una notte precedente un giorno lavorativo.

L’interesse unisce i componenti della corporazione; l’unione fa loro utilizzare oggetti comuni e, rispetto ad essi, provoca esperienze comuni e comuni reazioni.

È plausibile che in questa situazione costoro avvertano la possibilità di capirsi più in fretta e più economicamente attraverso segni che abbiano radici nella tipicità del loro modo di vivere insieme e quindi avvertano l’inefficacia o inutilità delle vecchie parole e la necessità di elaborarne delle nuove con la duplice funzione di sveltire il discorso e di accentuare il senso di appartenenza al gruppo. Non si può escludere che la comunanza di interessi e la necessità di difenderli crei un’esigenza di segretezza. Anche a questa funzione si collega l’utilità di un linguaggio in tutto o in parte diverso da quello usuale.

Mi sono così lanciato nella notturna e statica avventura delle deduzioni. Se questi fenomeni dovessero accelerare il loro sviluppo e via via ampliarsi sempre di più, il nostro spiccato pluralismo avrebbe un ulteriore merito: quello di costringerci non solo a cambiare abito ogni volta che entriamo in una corporazione ma anche quello di imporci lo studio di più linguaggi.

Conoscendoti so già che mi obbietterai che di questo passo si potrebbe arrivare all’incomunicabilità. Curiosa obbiezione per uno come te che vive al centro dell’impero.

Certo, in un primo momento dovresti portare con te molti vocabolari, ma come vedi, si tratta solo di una questione pratica o, come ti dicevo prima, di organizzazione.

E alla fine, padrone di tutti i linguaggi, potresti aggirarti nella tua tuta da ginnastica facilmente sfilabile oppure nudo (ma sempre con la valigia contenente i vari vestiti e i diversi vocabolari) per le strade di questo mondo caratterizzato da un così spiccato pluralismo.

 
 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 

Giorgio Mannacio (1932). Vive a Milano. Ha scritto sei libri di poesie (di cui uno satirico); alcuni articoli di varia cultura; ha collaborato a numerose riviste letterarie e, attualmente, alla rivista on-line Poliscritture. Su questo blog ha pubblicato tre brevi testi in prosa (qui) e sei poesie tratte dalla silloge inedita Festa. Farina e forca (qui e qui).

 
 
 

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