Fenicotteri

 
 
 
di Danilo Soscia
 
 
 
 

Mamma è in coma, e l’estate non è nemmeno cominciata. Nello spaccio dell’ospedale ho finalmente comprato lamette e schiuma da barba, anche se mamma vorrebbe che io non mi radessi mai. Mamma salmodiava sempre di quanto fosse stanca di vedere gente prendersi per mano, coppie che si scambiavano gesti di affetto, di consenso, piccoli tocchi d’intesa, sorrisi. Mamma era stanca di essere circondata da eventi compiuti, tragedie minime che si formavano sotto ai suoi occhi. Mamma era stanca di testimoniare.

Quando ho chiesto all’infermiera di poter usare il bagno della corsia, mi ha guardato come si fa con le persone cattive.

Ho raccolto una lametta da una confezione di dieci, e lanciato la mano sinistra a impastare sul viso mezzo centimetro di schiuma a pressione. È un’operazione schifosa, il cui fine è raschiare dalla pelle i peli che in modo ovvio vi crescono. I punti rossi di sangue sul mento e sul labbro superiore saranno il segno della mia resa. E per questo proverò affetto per loro. Io e mia sorella abbiamo superato da tempo la fase del rimorso. Quell’incrocio obbligato attraversando il quale ci siamo rammaricati, senza vera commozione, di quanto mamma abbia sofferto nella vita. Una giovinezza rimasta senza nome, quindi il matrimonio, due figli, la scomparsa precoce di suo marito, nostro padre, il bisogno colpevole di occuparsi di chiunque lo pretendesse, e infine la nostra maturità, il nostro essere niente come giusta ricompensa al suo sacrificio. Io e mia sorella avremmo voluto coltivare un mirabile senso di colpa, ma questo purtroppo non è accaduto. La fortuna ci ha assistito di rado. Non ci siamo nemmeno accorti del suo male. Curare il suo terrore, dopo la notizia, sarebbe equivalso a curare il nostro. E noi non vogliamo guarire. Vogliamo diventare saggi, immortali. Forse mamma è caduta in un sonno senza ritorno perché ha creduto, a un certo punto, di potersi salvare. La schiuma da barba è velenosa, l’essenza di mentolo è amara. Non c’è futuro.

fenicotteriMamma aveva paura dei baci, e anch’io ne ho, e ne avrò sempre. Mia sorella vorrebbe approfittare del coma, e darle tutti i baci che ha dovuto abortire negli anni, ma il desiderio di questo scarto, mi ha detto, le procura vergogna. Perciò nessuno bacia mamma.

Hai smesso di somigliarle, ha detto una volta mia sorella. E forse ha ragione. Da anni ormai ho preso le distanze da tutto quanto appaia simile al passo pesante di mia madre, al suo modo di parlare, confezionare il cibo nei piatti, ripiegare le lenzuola nel letto. Io non sono più lei.

Io e mia sorella abbiamo paura del risveglio di mamma. I medici non lo escludono, anzi ce lo hanno annunciato come probabile. Il male che affligge mamma certo non scomparirà, la consumerà in modo continuo e puntuale, ma questo forse non impedirà una nuova veglia. Mamma non è vecchia, o almeno non ha l’età che si direbbe pacifica per chi è destinato a morire. A noi appare eterna, ancora in grado di accompagnarci nel nostro rigore senza senso, nei lavori saltuari, nella ricerca ostentata di qualcosa per cui vantarci, soprattutto con lei. Mamma non ha più i capelli e ha perso metà del suo peso. Confesso che all’inizio del suo dimagrire l’avevo ritrovata addirittura imbellita, detentrice di una grazia ulteriore. Mamma non ha mai curato il suo aspetto perseguendo un disegno. Si recava da una specie di parrucchiere ogni tre mesi, si depilava, e ha continuato a farlo poco prima di entrare in ospedale. Indossava i suoi pochi gioielli nelle occasioni in cui era costretta a lasciare l’appartamento in cui vivevamo, e quando suo marito è scomparso, li ha rivenduti per una cifra inesistente. Il suo sentimento del colore è sempre stato ridicolo, pretenzioso. Il suo animale preferito è il fenicottero.

Fenicotteri comparivano sulla carta da parati nella stanza mia e di mia sorella. Fenicotteri di notte, al buio. Fenicotteri al mattino quando mamma ci chiamava per soccorrerla nel rito emetico del latte e del pane fradicio. Fenicotteri incorniciati in finte stampe giapponesi, dai colori guasti e le calligrafie fasulle. Fenicotteri sulle lenzuola, uccelli buoni, che con il becco sanno separare il fango dal cibo, la melma dalla rugiada. Il bagno della corsia è rivestito di maioliche verdi, accecanti.

Ho steso una patina di schiuma mescolata ad acqua calda sul petto e le braccia. La pelle depilata acquista subito biancore. Ho domandato a mia sorella quante estati dovremo passare così, accanto a mamma in coma. Quante estati che non cominciano. Mia sorella ride. Ride di me, delle mie parole pronunciate con trasporto, educazione. Mi accarezza le guance, mi bacia sugli zigomi, e mi lascia convinto che io sia davvero un uomo bello, di una bellezza che ad altri non è toccata. È una menzogna, lo sappiamo entrambi. Un gioco utile a sviare il nostro fastidio verso il corpo tiepido di mamma, verso il desiderio delle cose che avremmo voluto fare in sua assenza e non abbiamo fatto, e mai faremo. È mia sorella. Cerco di convincerla che il mondo finirà prima o poi. Sul dorso delle dita i peli sembrano più duri, ritorti, e proprio su quella breve porzione di carne il segno della lametta mi induce a sentire un freddo anormale. Ricopro il ventre di schiuma e ne ricavo un grasso frammento dall’incavo dell’ombelico. Poi, impasto il pube e i testicoli, le cosce, gli stinchi e il dorso dei piedi. Alla fine restano da depilare le natiche, le spalle. Mamma non vorrebbe mai vedermi rasato, mamma non vorrebbe nemmeno essere qui, e in fondo quella che ha smarrito ogni cosa, compresa la facoltà di scegliere, è proprio mamma.

Fenicotteri rossi fotografati al Jardin des Plantes, a Parigi. Un branco isterico, torvo, la cui immagine è stata ingrandita, incorniciata e affissa sulla testata del letto di mamma. Fenicotteri su un servizio di porcellana importato dalla Cina negli anni in cui noi ancora non andavamo a scuola. Fenicotteri prigionieri sotto la mia lingua, che scappavano tra le urla e certe risate stanche, da bue ferito, che ero solito condividere con mamma. Fenicotteri sulle pagine dei miei libri di bambino, fenicotteri nel mio stomaco, ingoiati eppure sopravvissuti.

Se davvero si svegliasse, mamma sarebbe felice di trovare sulla sua testa calva la mandria dei fenicotteri francesi. Ma questo non accadrà. Non è stagione di fenicotteri.

È il momento che io faccia ritorno.

Mamma, aiutami a dire quanto sono stanco. Niente che sia vivo ti riguarda ormai, eppure mi stenderei nel letto, accanto a te, raccogliendo la tua tara in una specie di abbraccio a forma di cucchiaio. Quanto tempo devo aspettare prima di dormire?

La corsia è vuota, poi sommersa di uomini e donne che corrono agitando il cranio, le braccia. Un fumo color terra cola dall’ingresso di una camera in fondo. Ne esce un corpo incendiato, a passi lenti, scosso da un’energia che lo tende in tutta la sua altezza. Poi, si scrolla, quasi volesse cancellare il fuoco. Un’illuminazione tarda, stupida, che gli svela la sua pelle ormai incrostata. Piccola vita che bruci, ti vengo incontro. Lo vedi? Ho cancellato ogni traccia di peli dal mio corpo di vecchio. Quanto poco sangue dalle ferite, quanto odio nel sentirmi così nuovo. Odio, parola priva di pelle. Arrivano imprecando due infermiere, ciascuna con un estintore, e prima che l’universo imploda, spengono l’uomo di fuoco.

Poi, la più anziana delle due si accorge del mio passaggio, della mia nudità pulita, dei miei tagli piccoli, e per un attimo sembra voglia spegnere anche me. Io sorrido, e mi schermo gli occhi con il palmo spalancato della mano.

Il fumo ha allagato la stanza dove dorme anche mia madre. Mia sorella tossisce in un angolo, mi intravede nella piccola foschia lurida, e forse non mi riconosce. La prossima estate mi piacerebbe andare via. Dormire, quieto, almeno cinque ore.

Mi sdraio accanto a mamma. Mi accuccio nell’incavo della sua ascella finita, e poco importa se le lenzuola domani saranno sporche. Hanno spalancato le finestre e mia sorella ha ripreso a respirare. Coperto con un lembo di lenzuolo, scosto la testa dall’odore di mamma, e domando, Chi era l’uomo che si è dato fuoco? Mia sorella viene a sedersi sul bordo del letto e dice, Non lo so.

 
 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato, così come La museruola, J. F. è l’assassino, Dialogo con un morto in una vasca da bagno e Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino, fa parte del lavoro inedito Atlante delle meraviglie. Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino e altre storie. Questo blog ha inoltre ospitato cinque estratti de I topi. Biblia pauperum, anch’esso inedito; in ordine di apparizione, Il maiale, L’uomo nero, La sepoltura dei morti, Il macello di Circe ed Edipo e la moneta.

 
 
 

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