Farfalle

 
 
 

di Angelo Calvisi

 
 
 
 

Francesco Rossi nasce a Castagneto[1], nel cuore della Maremma livornese, il mattino del 12 marzo 1880. Nel pomeriggio dello stesso giorno un foltissimo sciame di farfalle bianche invade il paese e lo sospende per alcune ore in un’atmosfera di sogno. La circostanza viene interpretata dalla famiglia come una sorta di benvenuto elargito dalla divinità al nuovo nato.

IMG_20151118_0001Il destino di Francesco, frutto tardivo[2] di Antonio, agiato commerciante di pellami, e Sabatina Lucarelli, sarta[3], pare fin da subito orientato lungo il solco della vita religiosa; i devotissimi genitori sognano per lui la carriera ecclesiastica, sul modello di quanto accade ai cadetti delle famiglie aristocratiche. In tale ottica Francesco, che serve messa già dall’età di quattro anni, frequenta le scuole elementari presso il convitto dei padri Scolopi di Cannucci e qui si mette in luce per i brillanti risultati conseguiti nelle discipline umanistiche. Sono opera di un ingegno acerbo alcuni poemetti che Francesco scrive in quegli anni ispirandosi ai versi di Giuseppe Galoppini, il celebre poeta tardo-romantico così amato dai giovani nati nella seconda metà dell’Ottocento. In uno di questi componimenti, recante la data del 30 gennaio 1888, Francesco scrive: “Perché la patria non si ami indarno / offri la mano aperta e pronta all’arme”. In un altro testo del medesimo periodo leggiamo: “Su quest’aria la promessa e un solo grido: / viva l’Italia”. Ma è il riferimento al “pallido morticino crocifisso” presente in un’ode dedicata Alla Patria a provocare l’indignazione di padre Bartolomeo Mazzanti, il severo direttore del convitto che convoca d’urgenza Antonio e Sabatina per comunicare loro la sospensione dalle lezioni dell’imberbe poeta per un periodo di due settimane.

Da questo momento, e per tutto il resto del suo percorso scolastico, nessun’altra nota di demerito sarà ascritta al curriculum di Francesco che, nel frattempo, il 16 giugno 1889 nella chiesa di sant’Amatore (dove aveva appena ricevuto la sua prima Comunione), ha conosciuto Virginia Fusari, sette anni, la vivace bimbetta di Michele, fattore, e Adelina Gallotti, casalinga. Francesco ne rimane abbagliato. La sera stessa, alla sorella Maria Pia, dice: – Oggi ho incontrato un angelo del paradiso.

Prima che i due possano rivedersi passano molti anni.

Nell’inverno del 1898 le tensioni sociali che si stanno protraendo da quasi due lustri nel giovane Stato italiano sfociano in una serie di manifestazioni che coinvolgono tutta la penisola[4]. Nell’ambiente ovattato del convitto di Cannucci le notizie delle proteste per il rincaro dei prezzi del pane e per la mancanza di lavoro giungono ovattate. Francesco ha quasi diciotto anni e fra pochi mesi, dopo aver terminato il liceo e trascorso, come ogni estate, qualche settimana nella casa paterna, dovrà entrare al Seminario Maggiore di Firenze. Da un po’ di tempo questo pensiero lo chiude in una morsa d’angoscia. In una lettera datata 19 febbraio e spedita alla sorella Maria Pia, con la quale da sempre si confida, Francesco scrive: “Io questo Dio non lo sento, non lo riconosco, e se anche lo riconoscessi che ti devo dire? Non mi interesserebbe”.

A Pasqua, nel periodo in cui i lavoratori insorgono in Romagna, Campania e Puglia, Francesco fa ritorno a Castagneto per trascorrervi una breve vacanza. Ha il cuore in tumulto per ragioni che neppure lui capisce fino in fondo, ma non cerca conforto né dai genitori né dai fratelli Alessandro e Luciana, e d’altra parte nessuno si accorge del suo stato d’animo. Nessuno a parte Maria Pia, a cui Francesco dice: – Voglio che la mia sia una vita utile, ma se metterò addosso quel costume da menagramo potrò essere utile solo come spaventapasseri.

Sabato 23 aprile, per la chiusura dell’annuale fiera del bestiame che si è svolta nei giorni precedenti, in paese arriva la banda di San Giorgio e tutti aspettano la sera, quando si ballerà sotto la luna e Castagneto sarà illuminato dai giochi pirotecnici. Maria Pia, per distrarre il fratello dai suoi turbamenti, gli chiede di accompagnarla in piazza per assistere allo spettacolo dei fuochi, e in piazza c’è anche Virginia. È diventata una giovane dalla bellezza sfrontata e dal carattere ribelle, che ama ballare la polka e fare lunghe passeggiate a cavallo.

Francesco la scorge tra la folla e prova la stessa conturbante emozione di nove anni prima. Come un automa, mentre il cielo avvampa di luci ed esplosioni, le si avvicina.

– Signorina, vi ricordate di me?
Virginia prorompe in una risata irresistibile, poi guarda Francesco dritto negli occhi e gli risponde semplicemente: – Sì.

L’estate e l’autunno del 1898 sono tutto un intrecciarsi di lettere appassionate e incontri furtivi ora a Cannucci, ora a Bolgheri ora a Marina Rosata: la storia impossibile di Francesco e Virginia vibra come le note di un melodramma. Intanto i mesi scivolano via e sullo sfondo la Storia più grande continua a scrivere le sue pagine: l’industrializzazione del Paese, le lotte sindacali, i fenomeni migratori. Francesco, così come progettato dai suoi genitori, è ora annoverato tra i novizi del Seminario fiorentino e benché ogni giorno dedichi ore su ore allo studio della Teologia il suo interesse più profondo percorre strade diametralmente opposte, alla ricerca degli strumenti che lo aiutino a comprendere i fermenti che animano la società.

Nel novembre del 1899, alla libreria Gozzini di piazza del Duomo, incontra Saverio Ruggeri[5], uno dei padri del sindacalismo italiano, e con lui fa amicizia. È proprio grazie al magistero e alle indicazioni anche bibliografiche di Ruggeri che comincia la maturazione intellettuale di Francesco. Di notte, di nascosto dai suoi superiori e dai suoi compagni, il giovane si consuma gli occhi nella lettura. Studia i filosofi romantici tedeschi, legge Feuerbach, Turati, Prampolini e, naturalmente, gli scritti di Marx ed Engels.

Ormai ha deciso: il 28 luglio 1900, una settimana prima dell’assunzione del proprio nome da religioso[6], comunica alla famiglia l’intenzione di abbandonare il seminario. Il giorno dopo il re d’Italia Umberto I viene assassinato, a Monza, dall’anarchico Bresci.

Virginia, intanto, si è da poco trasferita a Genova, dove uno zio del padre gli ha garantito un posto da operaia presso la manifattura di tabacco di Sestri Ponente. Francesco la raggiunge in ottobre. Lavora come cameriere, come fabbro, come imbianchino. Nel 1902 riesce ad entrare nei ruoli della Società Italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo[7] e nel 1905, con la nascita delle Ferrovie dello Stato, ha già fatto carriera ed è diventato uno dei Capistazione più giovani del Regno.

Francesco e Virginia, che ha abbandonato il lavoro, si sposano il 13 gennaio 1906. Il giorno delle nozze, nella chiesa della Santissima Annunziata, a poca distanza dalla stazione ferroviaria di Sturla[8] dove Francesco presta servizio, sono presenti pochi amici e nessun famigliare della coppia. Il primo bambino, Ubaldo, nasce nell’ottobre dello stesso anno. Ad esso, nel breve volgere di un quadriennio, si aggiungono Mario, Renato e Lino. Nel maggio del 1915, quando l’Italia si appresta a entrare in guerra, la coppia ha già messo al mondo otto figli e questa circostanza consente al capofamiglia, neutralista convinto, di non partire per il fronte. In effetti potremmo dire che Francesco preferisce combattere le sue battaglie nelle associazioni sindacali, dove è impegnato ormai da diverso tempo. Negli anni tra il 1916 e il 1920 – che vedono anche la nascita degli ultimi figli (Ilia e Aristodemo) – Francesco ricopre la carica di Segretario Regionale del Sindacato Ferrovieri, ma a partire dal 1922, con l’avvento del Fascismo, la sua attività di sindacalista e la sua carriera nell’ambito delle Ferrovie dello Stato si interrompono bruscamente ed egli è fatto oggetto delle attenzioni particolari delle spie del regime. In una nota del 17 novembre 1924 firmata da Luigi Miranda, Direttore Capo della Divisione Polizia di Genova, leggiamo: “In passato [Francesco Rossi n.d.r] fece parte del consiglio del disciolto Sindacato Ferrovieri Italiani e fu membro del Comitato di agitazione in occasione dei diversi scioperi ferroviari, facendosi sempre notare per le sue idee anarchiche [sottolineato a matita n.d.r] e per l’attività di propaganda in favore dei partiti estremi”. E più avanti: “Fu denunciato al procuratore del Re di Genova per il reato di cui all’articolo 181 C.P.[9] e […] condannato dal locale Tribunale a lire 500[10] di multa e all’interdizione dai pubblici Uffici per la durata di mesi tre”. E in chiusura della stessa nota: “Fu esonerato dal servizio in data 1° agosto 1923”.

Evidentemente, però, la lezione impartita non sortisce l’effetto di addomesticare Francesco, che adesso lavora per la Cooperativa Facchini ed Assistenti di Terralba[11] e continua ad essere tenuto d’occhio dagli uomini della Polizia. In un cosiddetto Biglietto Postale Urgente datato 5 ottobre 1925, firmato dal Prefetto di Genova, avv. Michele Dardesio, e inviato al Ministero dell’Interno Direzione Generale P.S. si legge: “Il 28 settembre u.s. nell’eseguire una perquisizione nel domicilio del controscritto ex ferroviere, da parte del commissariato Compartimentale, allo scopo di ricercare tessuti provenienti da un furto commesso in danno dell’Amministrazione Ferroviaria, fu rinvenuta e sequestrata dal funzionario operante una bandiera rossa, di seta [tutto sottolineato a matita n.d.r.] con bordo nero portante la seguente dicitura: ‘SINDACATO FERROVIERI ITALIANI 1920 – SEZIONE DI GENOVA’ ed uno stemma in metallo dorato coi simboli sovietici circondanti la ruota alata ferroviaria. Il Rossi attualmente è uno degli esponenti più in vista del PCI – Sezione di Genova”.

Con questa patente di comunista marchiata sulla pelle è evidente che Francesco non può sottrarsi ai controlli costantemente richiesti dalle autorità fasciste di cui, peraltro, rimane traccia nel Casellario Politico Centrale[12] del Ministero dell’Interno. In una nota del 2 settembre 1941 proveniente direttamente dalla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza in Roma l’ignoto funzionario chiede alla Prefettura di Genova “ulteriori notizie nei riguardi del soprascritto Rossi Francesco”. Evidentemente la macchina dell’OVRA, la polizia segreta fascista attiva dal 1930 al 1943, inizia a non funzionare più molto bene. Francesco, infatti, si è spento il 5 agosto 1937 dopo una breve e fulminante malattia e non rappresenta più un pericolo per nessuno. Pochi giorni prima della sua morte, ai portantini che, sull’ambulanza, lo stanno trasportando all’ospedale genovese di San Martino, chiede di scostare le tendine dai vetri del mezzo per poter vedere un’ultima volta “la sua bella Genova”. I portantini assecondano il desiderio del malato e Francesco, sdraiato sulla lettiga, può guardare il cielo azzurro appena velato dallo sciame di farfalle bianche che, come nel giorno della sua nascita, lo viene a salutare.

 
 

[1]     Dal 1900 al 1907 Castagneto (antico borgo medievale il cui toponimo deriva dai boschi di castagno presenti nella zona) muterà il suo nome in Castagneto Marittimo e, successivamente, in Castagneto Carducci, in onore del poeta che qui trascorse alcuni anni della sua infanzia.

[2]     Nel 1880 Antonio e Sabatina avevano entrambi 43 anni. Francesco è l’ultimo di una nidiata che comprende anche Alessandro (nato nel 1864), Luciana (1866) e Maria Pia (1873).

[3]     Dell’attività di Sabatina troviamo traccia in un testo che oggi definiremmo inserzione di spazio redazionale e che è presente nel periodico «La Maremma» datato aprile 1872. In tale inserzione si legge che le confezioni della “Sartoria di Sabatina Lucarelli” sono apprezzate “in tutte le località della Costa degli Etruschi e perfino nell’aristocratica Firenze”.

[4]     Le manifestazioni, represse con estrema durezza dal governo presieduto dal marchese Antonio di Rudinì, conosceranno il momento di maggior violenza a maggio, quando a Milano reparti dell’esercito guidati dal generale Bava Beccaris spareranno sulla folla provocando la morte di 100 persone e il ferimento di altre 500.

[5]     Saverio Ruggeri, nato a Prato nel 1871, diresse la Camera del lavoro fiorentina dal 1905 fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a cui partecipò come molti altri membri del cosiddetto sindacalismo rivoluzionario, che propugnava idee interventiste. Morì il 30 ottobre 1917 nella Battaglia di Caporetto.

[6]     Le fonti sono, in questo senso, contrastanti. Secondo la testimonianza della sorella Maria Pia, Francesco avrebbe dovuto assumere il nome di frate Francesco. Secondo Virginia, invece, il nome scelto sarebbe stato frate Lorenzo.

[7]     La Società Italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo (conosciuta anche come la Mediterranea) fu una società privata che si occupò della gestione di parte delle linee ferroviarie del Regno d’Italia. Essa fu operativa dal 1885 al 1905, quando si realizzò la nazionalizzazione delle ferrovie.

[8]     Prima dell’annessione al comune di Genova (avvenuta nel 1874) Sturla faceva parte del comune di San Martino d’Albaro. All’inizio del Novecento, il borgo (in buona parte affacciato sul mare) era assai noto per la bellezza delle sue spiagge e per i suoi numerosi stabilimenti balneari. La sua stazione ferroviaria era quindi una delle più trafficate dell’intero snodo genovese.

[9]     Ovvero, come si legge nella sentenza del 12 ottobre 1923: “per avere, dal 1° al 4 ago-sto 1922 di comune accordo [assieme cioè ai compagni di lavoro, coimputati nel processo n.d.r.] ed a fine di recare nocumento al servizio ferroviario statale paralizzandolo, partecipato allo sciopero ferroviario abbandonando il servizio”.

[10]     In quegli anni, 500 lire erano lo stipendio di un mese di un operaio specializzato.

[11]     L’area ferroviaria di piazza Terralba si trova nei pressi della stazione di Genova Brignole.

[12]     “Il Casellario Politico Centrale era un ufficio della direzione generale della Pubblica Sicurezza del Regno d’Italia che aveva il compito di curare il sistematico aggiornamento dell’anagrafe dei cosiddetti ‘sovversivi’, ma anche degli oziosi e dei vagabondi (tra i quali, spesso, erano annoverati gli attori)”. Da Wikipedia.

 
 
 

Angelo Calvisi, nato a Genova nel 1967, divide i suoi interessi tra la scrittura e la recitazione. Il suo ultimo romanzo, Un mucchio di giorni così, è uscito per l’editore Quarup nel 2012. Per i pennelli di Roberto Lauciello ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del graphic novel Sulla cattiva strada, ispirato alla vita di don Gallo, uscito per Round Robin nel maggio del 2014. Su questo blog ha pubblicato quattro racconti inediti (vedi qui, qui, qui e qui), un dittico (qui) e un trittico poetico (qui). Nel corso del tempo, in qualità di attore, ha collaborato con registi come Fiammetta Bellone, Gianluca Valentini, Paolo Dotti e Paolo Pisoni. Di questi lavori sono reperibili in rete inquietanti tracce. Vive e lavora a Bonn.

 
 

L’immagine è di proprietà dell’autore.

 
 
 

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