Ognuno per conto suo

 
 
 

di Saverio Cappiello

 
 
 
 

Mia madre c’aveva le antenne sopra la testa e capì che quella sarebbe stata l’ultima estate assieme. Io, infatti, aspettavo l’esito di un’ammissione che m’avrebbe portato lontano da quella città.

Ponto conta una chiesa per ogni anima pia e la gente vuole più bene alla terra che ai propri appartamenti. In totale sono solo due i tipi di bestialità che si commettono contro la gente: la povertà e l’ignoranza. La prima parrebbe pure una cosa piacevole a prenderla sotto un certo sguardo perché è innocua, ma la seconda nello sposalizio con la prima, fìglìa le sciagure peggiori che tramuta i semplici poveri in disgraziati.

Di disgraziati da queste parti ne trovi uno ogni dieci, e se lo conosci lo saluti ma non ti ci fermi a parlare né con lui, né con chi gli è imparentato.

Uno di quelli era il figlio di Bùbu. Il padre lo chiamavano così perché quando c’aveva da ridire contro la gente si girava di spalle e prendeva a bofonchiare col suo vocione. Il figlio di Bùbu doveva avere una trentina d’anni che s’era già giocato tovaglie e argenteria del matrimonio alle macchinette e all’azzardo e, a causa di queste perdite, aveva l’uso di presentarsi dal padre a chiedere la sua fetta ancor prima che questo tirasse le cuoia. Seppure dal brutto carattere, Bùbu non negava un piccolo indennizzo ogni volta che quello si presentava; così come, d’altronde, nessun padre riusciva a negare una bontà talmente importante ad un figlio. Ma dal momento che per guarire dalla malattia del gioco d’azzardo non basta solo il buon cuore di un genitore, allora un pomeriggio d’agosto che era, il figlio di Bùbu si presentò dal padre col ferro in mano a pigliarsi pure la pelle. Per via delle urla, le signore quel dì si preoccuparono a ficcare i figli in casa e ad allungare con discrezione le teste da fuori alle case ad aspettare l’arrivo degli agenti che evitarono la tragedia sulle scale del palazzo.

Un’altra disgraziata, ma di diverso tipo, aveva preso domicilio da alcuni anni nell’appartamentino a piano terra. Si era soliti costruirlo per la portineria o per i depositi degli attrezzi dei lavori pubblici, ma che da quartiere a quartiere si affittava a meno prezzo a chi non poteva permettersi altro. La signora Pinguino si diceva l’avesse preso in affare, giacché zitella e con un paio di figli grandi ancora a carico, e fece una così pena al locatore che si dice gliel’abbia venduta intera al prezzo di una pigione.

La signora Pinguino aveva qualche parte del cervello che non attaccava e che era una disgraziata glielo si leggeva chiaro in faccia. Quando ero ragazzino e lei era nuova di lì, capitò che giocavo nel cortile cogli amici del quartiere. Quella aprì quatta quatta la sua finestra e gettò una secchiata d’acqua e varichina che poco ci mancasse investisse Colasanto (che mi era pure un amico di buona confidenza). Da quel giorno m’inventai il nome di Pinguino per quella, visto che a distanza di mesi nessuno ancora aveva imparato a dire il suo nome e che somigliava, per la cera in faccia, al personaggio di Pinguino nel film di Tim Burton. Il soprannome fu gradito a tutto il condominio e venne così battezzata per le occasioni in cui le si parlava male.

Il figlio più grande di Pinguino aveva ereditato il cervello che non attaccava ed era un tipo che non si stava. Non si vedeva spesso in giro, ma quando c’era si sentiva dacché c’aveva da ridire per tutti noi di quanto male dicevamo alla mamma. Eppure si sapeva che noi lo facevamo in buona fede, non per gravare di più sui pensieri di quella, ma col semplice proposito di fare un bollettino delle cose che di bene e di male accadevano nel condominio; ma giacché a Pinguino, povera malcapitata, cose buone non le succedevano, ci si prodigava a parlare delle cose brutte piuttosto.

La cosa più vera delle disgrazie è che, quando uno si stufa a patirle da sé, incomincia a spartirle cogli altri d’intorno. È questo il motivo per cui, specie nei quartieri più poveri, si vivono più giorni in discordia che in pace. Come una pestilenza la disgrazia attacca prima ad uno senza motivo e poi un secondo, e così, alla fine del giro, si finisce col contare più disgraziati di quanti si era cominciati.

Così si presentarono le prime cafonate alle famiglie del palazzo che erano dei giorni fredducci di fine settembre. Lo specchietto dell’auto di mio padre fu sfasciato in pieno giorno, una domenica. Più che uno sgarbo intenzionale sarebbe passata per una vigliaccata da ragazzacci, per quanto spiacevole (visto che la macchina di mio padre c’aveva gli anni che c’aveva: venticinque all’anagrafe, e che a quel catorcio i ricambi non si trovavano nemmeno a farsi un viaggio per tutti gli sfasciacarrozze della provincia), dunque sarebbe passata per una vigliaccata da ragazzacci, sennonché questo dispetto venne accompagnato la notte dopo da una sonora pioggia di uova indirizzate alla stessa povera auto. E allora non poteva essere stata solo una vigliaccata, perché una vigliaccata è un dispetto non deliberato, ma se si lancia roba da mangiare allora si chiama offesa.

Le offese fanno solitamente più paura che male perché non sai mai il malato di mente che ti può capitare al giro, tanto che, in questi casi, diviene d’uso da parte delle signore sgranare i rosari per chiedere in terra pax.

La domenica appresso venne spezzata una chiave nella serratura della nostra cassetta della posta, e fu quello il momento in cui la rabbia prese il sopravvento sulla paura. Intanto mio padre rimproverava mia madre che non si faceva i fatti suoi. Mia madre a sua volta rimproverava a mio padre il parlare ad alta voce al televisore, o quando c’erano i quiz o quando c’era la partita.

Io di mio canto mi preoccupavo che la lettera che aspettavo non facesse la stessa fine del destinatario, scontando un’allegra prigionia di fine pena mai.

Anche la domenica mattina che venne dopo mia madre trovò albume e tuorlo al posto delle lettere.

Per quanto sgradevole fosse quel reiterato gesto nei confronti della mia famiglia, non si pensò a rendere nota la faccenda agli agenti, che di qui, a due passi dai quartieri popolari, per due uova non si sarebbero scomodati.

Di domenica in domenica i fatti continuarono ad accadere con una certa cadenza, e la domenica dopo quella venne trovato, di ritorno dal pranzo dai parenti, un paio di litri di olio per terra che a primo impatto si temette fosse piscio di cane. Mio padre aprì la nostra cassetta della posta e lì trovammo il resto. A Ponto versare olio d’oliva, che è il prodotto più generoso che offrivano le nostre campagne, equivaleva a versare sangue dalla vene. Con tutta la fatica che si faceva ogni anno nei campi e nei frantoi. Tra ottobre e novembre tutti andavamo a tirare giù le olive dagli alberi, e più che un mestiere quello era un vero rito popolare senza che né dottori né operai che si potessero sottrarre. Quella domenica allora, come funghi, vennero fuori tutte le altre famiglie offese.

Anche il tizio del secondo piano pensò inizialmente che fosse piscio di cane. Per levare l’odore dell’olio dal portone passarono diversi giorni, che pure se non era un cattivo odore aveva la colpa di portare in mente il dispiacere dell’episodio, mentre s’impiegò più tempo per evitare che le teste delle signore si cozzassero a trovare l’individuo, il disgraziato. Per quelle del terzo piano: per Enza e Franca doveva per forza essere Pinguino: «C’ha la porta di casa a manco un metro dalle cassette per la posta. È la disgraziata che ha meglio l’occasione di fare quello che deve fare! Non è abbastanza alta ad arrivarci?! E prende uno sgabello, ne è capace». Mentre tutti gli altri, tranne la giovane coppia al primo piano a cui Pinguino aveva rovinato tre belle maglie di Calvin Klein ed i testimoni di Geova al quarto che non si schieravano, andavano tutti contro il figlio di Bùbu. C’aveva l’altezza, e forse fra i due disgraziati era quello con meno pensieri per la testa. Anche perché, a detta di alcuni, non era riuscito proprio a mandare giù che gli avessero chiamato gli agenti quel giorno della coltellata al padre.

Sia le guardie, sia il capo-condomino, non si immischiarono in tali questioni a fare da pacieri, i primi perché c’avevano i comodi loro, il secondo perché si pigliava già le gocce per la salute e non si voleva avvelenare la vita per ragioni d’onore. Allora visto che la giustizia non si fa da sola e che ad aspettare quella del Signore bisognava aspettare diversi anni, si decise per il farcela da noi.

La decisione spettava ai padri di famiglia. Si riunirono alla casa di Andrea che, da quando fu preso col figlio a farsi i camion, lo misero ai domiciliari e per questo non si poteva muovere verso nessuna parte. Intorno ad un tavolo tutti insieme non tiravano fuori nemmeno una laurea. Forse scavando parecchio si poteva contare un mezzo diploma e qualche patente C in totale. E, dunque, nessuno lì in mezzo poteva ostentare una minima misura di giustizia. Inoltre chi poteva avere prove su chi dei due avesse più colpe, senza fatti in mano né un abbozzo d’indagine?

Nella fattispecie si diede conto alla democrazia. Parola ai giurati il colpevole era sette a tre il figlio di Bùbu.

Andrea e suo figlio che avevano la prima parola in casa propria proposero di fracassare il parabrezza, ma scontando già la detenzione evitarono di rendersi artefici della pena da infliggere. Da noi al quarto piano, sicché l’ossigeno era più fine e i cervelli ragionavano meglio, si pensò ad un sistema di difesa più che ad una pena. Le cassette della posta dovevano venir bloccate il venerdì sera quando non si riceve più nessun avviso di posta.

Alcuni del palazzo però c’avevano la testa quadrata e insistettero per un tipo di pena che levasse loro l’onta dell’offesa.

Quel giovedì venni svegliato in anticipo da un urlo proveniente da terra. Tutte le signore si presentarono all’appuntamento ciabattando per le scale. Salì fino a me, come un turbine d’aria, il dispiacere e la commiserazione da parte di tutti. Sam era stato ammazzato. Fu trovato stecchito per terra, fuori in terrazzino, col pelo bianco tutto tirato in su dal brivido della morte. La signora Vratta, del primo piano, era la più discreta di tutte. C’aveva una famiglia d’oro, e quel cane era buono e bello che faceva da guardia agli intrusi, che dava piacere a guardarlo ogni volta che uno faceva rientro. L’omicida non poteva che essere allora uno a sangue freddo. La povera signora Vratta c’aveva certi lacrimoni agli occhi che riflettevano ancora le fauci allentate di Sam, con tutta la lingua di fuori. Fu ucciso per via di qualche veleno per campagne in dosi massicce.

Nel mio quartiere abbiamo quasi tutti imparato a dimenticarci delle disgrazie per non fare la fine dei disgraziati e tenerci stretti quel poco di pace che ci rimane.

La domenica dopo rincasammo in un buio pomeriggio di fine ottobre. La notte scendeva giù presto. Seduti sui gradini del portone trovammo quelli del terzo piano ai domiciliari. Ci dissero, senza paura di alzare la voce, che alla figlia di Enza, che mi dava ripetizioni in latino, le avevano fatto il perimetro alla macchina. Rigato da inizio a fine, lato per lato. La macchina se l’era presa in un buon usato da qualche settimana. Io dissi «capiterà la volta che verrà beccato con le mani nel sacco…», ci salutammo e salimmo sopra. Come se avessi detto amen.

Pochi giorni più in là ricevetti la mia lettera che raccontava la storia di ciò che mi sarebbe successo. Quando mia madre la lesse sul tavolo mi s’avvicinò come per abbracciarmi ma non lo fece. Mi chiese se avessi desiderio di una spremuta di melograno.

A Ponto c’è la credenza che chi va via diventa bravo e importante, così tutti quanti quella sera brindarono al mio futuro e festeggiarono la mia dipartita come si fa con le famiglie grandi, ma ognuno a casa sua. Ognuno per conto suo.

Enza assieme alla figlia più piccola mi trovò sull’uscio del portone che rientravo. Quando eravamo bambini io e la figlia di Enza eravamo, come dire, promessi fidanzati. Ma col crescere io divenni parecchio più alto e un po’ più caruccio e non si fece niente. A ventun anni c’aveva il pancione da sesto mese. Mi fecero commossi gli auguri per il futuro e furono gli ultimi della fila.

Quella notte alla fine dei festeggiamenti mi sedetti solo contro il freddo in terrazza pensando a quante cose avrei lasciato a metà e a cosa sarebbe migliorato. La luna era nel grembo dei palazzi. Uno dei lampioni della nostra stradina mi ammiccava mentre un ragazzo in bici si faceva il terzo giro alla ricerca della macchina da rapire.

 
 
 

Saverio Cappiello, nato a Bitonto nel 1992, si laurea in Lettere a Bari. Attualmente affianca alla sua passione per la letteratura quella per il cinema studiando alla Civica di Milano. Alcuni suoi testi sono apparsi in diverse riviste e blog come Atelier o GDS. Su questo blog ha pubblicato il racconto inedito Carlo (vedi qui).

 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...