Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo

 
 
 

Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo, un accuratissimo e assai puntuale saggio di Pierre Dardot e Christian Laval pubblicato da DeriveApprodi nel 2015 e tradotto dal francese da Antonello Ciervo, Lorenzo Coccoli e Federico Zappino, offre l’occasione per soffermarsi su un concetto centrale nella dimensione sociale odierna, segnata da una diffusa crisi nel far fronte all’implacabilità del capitalismo e del neoliberismo.

Del ComuneCome apertamente dichiarato in apertura di volume, lo scopo della trattazione è rifondare l’idea di comune.

In sostanza, secondo la prospettiva degli autori, il comune non è da intendersi come un bene, una cosa né come una qualità (cioè un aggettivo, quale quello presente, ad esempio, nella formula spesso citata di bene comune) che sottointenda un’essenza, una natura intrinseca di qualche particolare bene. Il comune non è nemmeno una proprietà, non appartiene ad alcuno.

Secondo la riflessione dei due autori, il comune è invece legato alla pratica, è cioè inscindibile dall’azione.

Dardot e Laval individuano e indagano le tre tradizioni che portano all’idea che, ordinariamente e non sempre consapevolmente, si ha del comune, mostrando molto precisamente in che modo queste rappresentazioni e definizioni terminologiche impediscano l’elaborazione del comune in quanto concetto propriamente politico, legato all’agire.

Secondo una tradizione di matrice teologica, il comune viene inteso come lo scopo ultimo delle istituzioni politiche e religiose. All’interno della dottrina politica romana il comune coincide con lo stato, mentre nel cristianesimo il comune è spiritualizzato, obbedisce a un piano divino.

La prospettiva di tipo giuridico si occupa invece di classificare i beni comuni e di definire e stabilire alcune cose come comuni. Secondo questa concezione, che prende avvio dalla res communis del diritto romano, ci sarebbero alcune cose per natura comuni.

Secondo la tradizione d’origine filosofica, infine, il comune viene identificato con l’universale. In questo senso, ad esempio, ciò che gli umani hanno tra loro in comune potrebbe divenire il fondamento per la creazione di una nuova politica mondiale.

Tuttavia, in estrema sintesi, non si tratta più di definire cos’è il comune, quasi fosse un oggetto, ma di chiarire che il comune si fa.

Richiamandosi esplicitamente alle intuizioni di Marx nella sesta delle Tesi su Feuerbach, gli autori partono dal presupposto che sia la pratica a fare dell’uomo ciò che è.

“Il comune va pensato come co-attività, e non come co-appartenenza, co-proprietà, co-possessione”, p. 41.

O ancora: “Il comune non è un bene […] perché non è un oggetto a cui la volontà deve tendere, che sia per possederlo o per costruirlo. Esso è piuttosto il principio politico a partire dal quale dobbiamo costruire commons e rapportarci a essi per preservarli, estenderli e farli vivere”, corsivi nel testo, p. 42.

Importante sottolineare come “l’attività umana” sia intesa dagli autori in quanto “co-attività e co-obbligazione, co-operazione e reciprocità”, p. 43.

Di qui, risulta inevitabile la necessità di trovare un’altra modalità di istituire la dimensione politica, oltre al pubblico e al privato, spazi che rimangono ancora nel territorio della proprietà, dello stato o dell’individuo.

Al di là delle utilissime e interessantissime ricognizioni storiche e riflessioni offerte sul rapporto – tutt’altro che aproblematico – tra capitalismo e comune o tra comunismo e comune e sul diritto del comune, preme qui evidenziare in che senso potrebbe darsi oggigiorno, secondo gli autori, un’istituzione del comune (quest’ultimo da intendersi nella sua valenza di sostantivo, quindi, e non più – come ancora ordinariamente inteso – quale aggettivo qualificativo).

Ecco che la pratica del comune è da considerarsi in quanto istituzione dell’inappropriabile (p. 459).

Gli autori asseriscono che bisogna allora ripensare la politica come inseparabile dalla deliberazione e dall’esercizio del giudicare; in altri termini, non esiste una scienza della politica né essa può essere intesa come mestiere, dimensione in cui agiscano élite di professionisti e specialisti.

In secondo luogo, i sopracitati commons sono allora ciò che è reso comune dall’attività, dal principio del comune, e vanno istituiti. “Ogni common deve essere istituito da una pratica che apre un determinato spazio e che definisce le regole del suo funzionamento”, corsivo nel testo, p. 458. Gli autori parlano di prassi istituente: si tratta di un vero e proprio governo, e non di una semplice gestione, che possa modificare nel tempo ciò che ha stabilito e che si “fa carico dei conflitti e tenta di superarli tramite una decisione che riguarda le regole”, ibidem.

È inoltre inevitabile subordinare il mercato e la proprietà privata ai comuni, rifondando le relazioni sociali a partire dall’inappropriabile, ciò di cui non ci si deve appropriare.

In un senso più esteso, bisognerebbe cioè riuscire a realizzare un pensiero rivoluzionario: agire insieme per prendersi cura di ciò che è per tutti senza ritenersi proprietari del comune, senza considerarlo come oggetto, come cosa.

 
 
 

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