È di vetro quest’aria

 
 
 

Scritto mirabilmente da Monica Pareschi e pubblicato nell’aprile del 2014 da Italic Pequod, È di vetro quest’aria raccoglie sette racconti che indagano la solitudine dei corpi.

Ai corpi è preclusa infatti la piena conoscenza del mondo, giacché nessuna relazione con altri corpi (esseri viventi o cose che siano) è mai del tutto chiara e amministrabile.

Allora può accadere come nel primo racconto, Il dono, dove una donna uscita di casa in anticipo per una visita medica entra in una chiesa e vede, assorta in preghiera, una figura dalle forme quasi mostruose. Se questo primo incontro reca esplicitamente i caratteri dell’irriconoscibilità, quello seguente non le darà che un vago senso di sicurezza e altrettanto vaghe fantasie regressive, raffrenate dalla professionalità del medico: “Si sarebbe arrampicata dentro di lui, se avesse potuto: si sarebbe accucciata dentro la sua grande pancia capace. Scese dal lettino. Lui volle pesarla. Poi si rivestì”, p. 15.

Occorre subito far notare che nelle prime sei narrazioni i protagonisti sono senza nome: forse per dare una connotazione universale alle vicende, certo, ma forse anche a ribadire l’interesse per l’esistenza come fisicità più che come identità.cover

Nel secondo racconto, Corpo a corpo, centrale è l’azione del guardare, intesa come surrogato di un’adesione completa alla realtà. Qui, come ne Il dono, la protagonista femminile, in attesa di un appuntamento dal medico, è al centro di una situazione bizzarra; particolarmente intensi sono i momenti in cui la donna posa lo sguardo sul mondo, rivelando lo stupore di chi non ne riconosce i contorni e, insieme, la crudeltà degli esclusi. Monica Pareschi restituisce questa ambivalenza con uno stile (sorvegliatissimo per tutta l’opera) che, per mezzo di accumulazioni o inquadrature ravvicinate, rende grotteschi anche i dettagli più comuni. Si legga un esempio per ciascuno dei due strumenti utilizzati: “Erano saliti con lei diverse fermate prima: la ragazza, bianca, placida e piena, col mento tondo che poggiava soddisfatto sulla gola di cera, e sotto un precario innesto di rotondità infantili e muliebri. Lui coi tratti aguzzi e buoni, labbra dure su grandi denti perniciosi, e regolamentare ombra di barba sul molle pallore estivo”, p. 20; “Sulla destra una parete a specchio la stupì rimandandole una manciata di occhi capelli bocca che riconobbe come suoi. La sua faccia era cruda: il neon rivelò i mille infinitesimali crateri dei pori, due fili scontenti ai lati della bocca, un piccolo dramma di venuzze ai lati del naso”, p. 26.

Il terzo racconto, Il progetto, mostra il fallimento implicito nelle relazioni di coppia (perché l’impossibilità di conoscere l’altro non può che dare luogo a rapporti affacciati sulla crisi). Il protagonista maschile soffre di dissociazione percettiva: quasi un’ufficializzazione medica della patologia che, in misure diverse, coinvolge tutti i principali attori del libro. L’uscita da questa sua condizione sarà possibile solo attraverso una reinterpretazione in chiave sadomasochistica del rapporto con la propria moglie. Come a dire: dove non c’è autentica conoscenza non può esserci rapporto paritario ma solo funzionale, e cioè all’insegna delle polarità dominio-sottomissione.

In Solo un momento, un incontro troppo ravvicinato sull’autobus libera nella protagonista un bisogno di protezione. Bisogno procurato non tanto dai resoconti di argomento ospedaliero dell’interlocutrice, quanto dal suo corpo, il cui disfacimento è figura, più che prefigurazione, della fine: “L’occhio azzurro galleggiava in un’acqua immota, i vasi sanguigni venavano la cornea gialla. All’interno della palpebra inferiore c’era una pallina bianca, come piena di un liquido che sarebbe potuto schizzare fuori da un momento all’altro. Dentro le pieghe di pelle rilasciata l’occhio si è girato pericolosamente e si è fissato nel mio. Adesso che l’iride era semiscomparsa nell’angolo esterno e la cornea sgranata, ho visto l’umore vitreo traboccare dal bordo e scorrere giù lungo il naso grosso e vivo. La pelle della guancia formava tre sacche sovrapposte, e quella simmetria duttile intersecava la profonda linea perpendicolare che incideva la carne dall’aletta della narice al mento. La pupilla mi inchiodava”, p. 72.

Una guerra di bambini, il quinto racconto, è una storia di rifiuti e separatezze che corre lungo le generazioni: “E così mi ha iscritta a tutti questi corsi il pomeriggio. Danza e nuoto sono i peggiori, perché il mio corpo deve mescolarsi e sfiorare quello di altre bambine, sentire il loro odore di borotalco e sapone, vedere da troppo vicino il loro sesso gonfio, sagomato dal cotone aderente delle mutande quando si siedono e sollevano le ginocchia per sfilarsi le calze”, p. 80.

Nel sesto movimento, Come in autunno su un boulevard, un’autonomia sentimentale sembra perseguibile solo adoperando la finzione come stimolo o esempio: nella fattispecie, un film francese.

Chiude la raccolta Soglia d’amore, dove Monica Pareschi imbastisce un sofferto rapporto tra una suocera anziana e malata e sua cognata, Lea e Marisa (ecco, come un gesto liberatorio o una speranza quasi postuma, apparire i nomi). Marisa, presa in una sorta di schizofrenia tra i doveri dell’assistenza e i piaceri richiesti dal proprio corpo e dalla propria fantasia ancora fertili, si vedrà minacciata nella facoltà di interpretare non solo le persone, ma persino gli oggetti: “Le cose, il loro duro mistero”, p. 109.

Esistere significa dunque abitare una vita non propria, mai completamente voluta né mai completamente governabile. Tanto per gli anziani quanto per i giovani; tanto per chi ottiene il certificato di malato (come il protagonista de Il progetto) quanto per i presunti sani.

Allora l’ultimissima frase del misericordioso finale di Soglia d’amore non dice solo il disorientamento di Marisa e Lea, ma quello di tutti: “E rimangono ferme, tutte e due. Sulla soglia. Stupefatte”, p. 113.

 
 
 

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