La città del piacere

 
 
 

L’astrattezza e l’irrealtà sono i caratteri de La città del piacere, un originalissimo poema-romanzo dello scrittore egiziano Ezzat El Kamhawi, pubblicato dalla casa editrice il Sirente nel 2015 nella traduzione di Isadora D’Aimmo, che firma anche l’introduzione al volume.

9788887847482 Front coverCentro attorno a cui ruota questa narrazione, a tratti anche favolistica, è appunto la città del piacere, un luogo mitico, “un enorme uovo, lasciato cadere […] nel bel mezzo di un mare di sabbia”, p. 5.

Fin dal principio, il lettore, costantemente apostrofato dal narratore, assisterà al proliferare di vividissime immagini in cui il presente della modernità – dall’aspetto, spesso, occidentale – si confonde con atmosfere e figure dai tratti leggendari, quali, ad esempio, la dea del piacere, il principe e l’indovino cieco.

“Come se fosse appena uscita dal guscio, resterai attonito innanzi ai suoi bianchi palazzi coi soffitti piramidali ricoperti di mattoni rossi, alle mura alte, intonacate di mattoni verdi, alle ampie strade, alle enormi piazze desolate, alle lussuose auto da corsa, ai condizionatori d’aria, rumorosi, aggrappati ai loro posti sui muri esterni dei palazzi. Alcuni restano ingannati da questa purezza. Immaginano la città come lo scenario di un film, allestito in fretta e furia da uno scenografo esperto, che alla fine delle riprese sarà subito demolito”, p. 5.

Anche il tempo, però, pare essere nient’altro che un mito. Protagonista è infatti lo spazio largo e atemporale del piacere che si dà come dimensione di irrealtà, nonostante la continua fisicità esposta dei corpi e la sensuale descrizione degli amplessi.

Coincidente con i fatti e con il meccanismo animale dei gesti e svuotata dai significati è la vita dei viventi nella città del piacere.

“[…] uno come te, avvezzo a leggere i segni invece della verità. Infatti il parlare è indice di vita, il sorridere è indice di felicità, il clamore è indice di esistenza, mentre quelli vivono i fatti, per i quali non c’è bisogno di simboli”, p. 5.

Figure reali e ombre si mischiano, rendendo impossibile ricercare la verità fuori da un’infinita narrazione pronta ad aprirsi e diramarsi in numerosi racconti paralleli. A moltiplicarsi non sono infatti solo le immagini, ma le versioni di una stessa vicenda, come, ad esempio, la storia della città e dei suoi palazzi. E così la scrittura non è costituita di accadimenti, come fossero oggetti e cose delimitate, ma procede per episodi e movimenti, per sovrapposizioni, continuazioni, divagazioni, in una vaghezza generale sapientemente ricreata.

“Guarda bene questi grandi edifici. Noterai la loro atavica leggerezza. Ebbene, quando erano appena delle tende, la loro trama crebbe e si calcificò, e in tal modo divennero immensi palazzi. Ciò secondo alcuni, ma non sei tenuto ad accettare il loro punto di vista. Infatti, non è che una delle possibili spiegazioni sulla fondazione della città, la cui storia racchiude una miriade di dicerie e misteri”, p. 17.

Alla leggerezza irreale di una città che promette un piacere ripetibile ma ogni volta evanescente, si aggiunge – come un suo specchio – l’illusorietà della “città dell’eco” (p. 67), un luogo alienante che attira a sé con l’inganno quanti vengono da lontano.

“[…] ella promise loro che la città dell’eco avrebbe continuato a restare al servizio della loro città e che d’ora innanzi sarebbe stato suo compito accalappiare stranieri per ripopolarla. La dea mantenne la sua promessa, spargendo le trappole magiche per gli stranieri attraverso le sue reti internazionali di informazione, i suoi inviati speciali, le agenzie di stampa e i fotografi delle TV satellitari”, p. 73.

Il piacere è tuttavia minacciato dall’esclusività dell’amore, che dà identità e crea legami e comunicazione compassionevole tra le persone. Luogo fantastico dell’amore è “la Mahlala, il Castello dei sogni” (corsivo nel testo, p. 39), un edificio realizzato dall’indovino cieco per la figlia del principe.

Nel finale, anche un “ecoservo” (p. 77) dalle molteplici forme, vittima sacrificale che ha perduto il proprio io e condannato alla solitudine dopo tanti piaceri consumati, desidererà proprio il Castello dei sogni, “il palazzo che non potrà mai essere replicato”, p. 79.

Tra accensioni liriche, descrizioni pregne di sensualità e frammenti di narrazione favolistica che si susseguono come ne Le mille e una notte, Ezzat El Kamhawi mostra con grande misericordia e sospendendo il giudizio l’indefinibile natura umana, presa nelle proprie costruzioni – che siano sogni, desideri o semplici inganni poco importa – e costretta a vivere per tentativi, a perdersi nella propria assenza di identità e a rimanere nell’irrealtà di un’esistenza astratta, che non ha solidità né durata.

 
 
 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...