Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino

 
 
 

di Danilo Soscia

 
 
 
 

Ho sepolto il mio talento, e per questo sarò dannato nella terra gelida di Xu, dove i pavidi e le bestie che non hanno conosciuto il sapore del sangue avranno la loro casa fino alla fine del tempo. La mia condanna sarà più crudele di quella inflitta ad altri, perché ho vissuto a lungo, i miei peli sono cresciuti e poi morti e poi di nuovo risorti per troppe primavere. Da giovane sono stato anche innamorato, ma per fortuna niente è rimasto di quell’amore. Ho amato chi mi ha dato da mangiare, le femmine che mi hanno allattato quando ero un niente, inerme agli assalti del cielo e della sua luce, inesperto di ogni cosa, ignorante del mondo e della mia stessa volontà.

ombre-pandaQuelli come me nascono con la malattia della saggezza, e non guariscono, al più tardi si aggravano, galvanizzati dalla scoperta che la morte arriva per ciascuno, ma non è un evento di cui curarsi. Ho molto studiato, e non avrei dovuto. Ho imparato in modo sciatto lingue che non erano la mia. Nel recinto imperfetto dei giorni sono stato avaro di sonno, e la notte contavo gli anni. E più il conto si faceva isterico, più io mi domandavo quando, quando la vita sarebbe iniziata. Domandavo alla Germania perché i miei visitatori mi apparissero così famelici, laidi, privi di ogni eleganza. Bambini a parte. I bambini avevano addosso l’ombra delle cose eterne.

Sono stato un giovane prodigio, o forse no, solo mi piace pensarla così. I testimoni di allora sono ormai vecchi, tanti altri sono morti. Altri ancora provano per me una commiserazione tanto lurida che privarsene significherebbe rinunciare al boccone più saporito avanzato dalla vita. Quindi sono stato un giovane prodigio. A pochi mesi, riuscivo a palleggiare sul naso ben due palline da tennis, guadagnando la commozione di mio padre. Costui mi spronava con dolcezza a migliorare la mia tecnica, e non perdeva occasione per richiamare gli occhi degli altri parenti affinché potessero vedere che razza di portento fossi diventato in così giovane età. In piedi sulle zampe posteriori, alto ancora quanto un cucciolo di tasso, tenevo in equilibrio sulla punta della lingua una palla leggera colorata a spicchi. Mamma la lanciava in aria, e questa ricadeva come un frutto cavo, veloce e lenta insieme, così che io potessi raccoglierla e farla girare usando la lingua come cuspide. Mi sono sfamato con l’esibizione feroce e pudica del mio essere artista. Il favore interessato dei miei genitori mi drogava, ma durante le mie esibizioni la vita diventava finalmente commestibile.

Erano gli anni in cui imparavo a muovermi a tempo di musica. Papà si perfezionò nell’arte dell’organetto a schede forate, e imparò a girare la manovella con velocità variabile, a seconda del brano sul quale capitava che io danzassi. Sapevo piroettare, stare in equilibrio sulle punte, sorridere e chiudere gli occhi contemporaneamente. Raccoglievo i fiori al volo, e travestito da cavaliere con pennacchio e benda corsara, mi dondolavo su un piccolo cavallo di legno agitando una corda da preda.

Fui invece un adolescente ammalato di complessi. Non so bene quando un passaggio così repentino avvenne, né per quale ragione. E ancora oggi, dopo aver riflettuto per la vita intera su quella caduta mortale, io posso offrire a me stesso solo ipotesi, illazioni, menzogne. Forse capii di non essere amato come credevo, e colsi che la mia esistenza inducesse negli altri paura, e non dolcezza. Mio padre e mia madre provvedevano affinché io crescessi sano, ben educato, e la loro preoccupazione mortale era quella di mangiare almeno quattro volte al giorno. Vidi invecchiare precocemente mio padre, e mi convinsi che fosse per colpa mia. L’equilibrio delle cose passate era stato superato da un’inquietudine diversa, seducente, desiderabile. E quando fummo traslocati da un giardino all’altro dello zoo, io precipitai.

Giunsi a sviluppare allora una memoria severa delle cose che mi accadevano, a partire dalle più piccole. I sapori del cibo, per esempio. I porcini e il coriandolo mi sembravano stomachevoli come gigli maturi o bocche di leone in estate. Pure l’odore dell’urina che prima non mi aveva mai destato, mi divenne insopportabile, marcita come i gusci delle uova che ci davano da mangiare. Compresi che il bambù era un alimento perfetto, sapido, aromatico, tenero, e che nella sua fibra c’era qualcosa di definitivo. Ma al di là dei piaceri estatici che la mia bocca e il mio naso avevano cominciato a provocare in me, ero infelice, odiavo i miei simili.

Disimparai i giochi per i quali ero diventato famoso, e passai lunghi anni nascosto nel minuscolo capanno che ci faceva da casa. Il giorno della mia nascita era stata annotata dalla gente dello zoo, e per questo al suo scoccare venivo premiato con un grande cesto di cocomero ghiacciato e gelati. Ricordo il grido di esultanza che accompagnava l’arrivo di una simile merce, mia madre che ringraziava, e le voci di quanti mi chiamavano perché uscissi fuori e mi mostrassi, almeno per succhiare una scorza, bagnare la mia faccia nella polpa prima rigida, poi sfatta del frutto. Io invece rimanevo serrato nel mio fastidio, grasso e insofferente, correndo il rischio dolente di essere morso da mio padre. Il più delle volte riuscivo a conservare il mio silenzio, con gli amici presi a compassione che portavano ai miei piedi qualche avanzo del mio compleanno.

La fame non mi faceva più tremare. Chiudevo gli occhi, raccolto come una palla sul giaciglio di sabbia, e provavo a fermare il cuore. Ma il cuore batteva, pulsando una nota violenta alla bocca dello stomaco. Ecco, posso ricordare in modo distinto il piacere infinito provato al pensiero di non svegliarmi più. L’ho desiderato a lungo, e comprendo ora come fosse l’unico modo per continuare a vivere. Prima che gli anni si accanissero sulla mia famiglia, giunse allo zoo un adulto maschio di nome Cao, trasportato a Berlino per cure urgenti. Trascorse la convalescenza nostro ospite, e ci raccontò della terra da cui tutti veniamo e in cui noi tutti torneremo. Ai tempi anch’io credevo in simili storie, e mi lasciai convertire dalla speranza di una meta futura che ammettesse un senso per il nostro perpetuo giocare. Ma non è per questo che rammento il nostro ospite di allora. Egli mostrò per me affetto e fastidio, e gli insegnamenti di cui volle farmi dono, mi attraversarono con il piacere guasto delle cose proibite. Consapevole del male che lo affliggeva, costui scelse di darsi la morte per fame, piuttosto che decomporsi piano. Eppure, prima di lasciarci, trovò il tempo di parlarmi. Con la sua voce d’ombra, una volta mi disse, Caro Bao Bao, hai mai raccolto il tuo cuore in un bicchiere di neve? Hai mai chiesto all’essere che ti abita dentro la ragione della tua infelicità? Non ti riempie di gioia totale sapere che la tua vita è inessenziale per questo mondo, e che la pioggia cadrà anche quando non bagnerà più nessuno della tua famiglia?

Il terrore che provai allora al suono di una simile domanda mi ha salvato dall’idiozia dell’età adulta. Ora chiudevo gli occhi e andavo avanti, ripresi a giocare di tanto in tanto, e mio padre si rassegnò ad avere un figlio uguale e diverso.

Fui vittima a lungo di quel desiderio incolpevole di essere altro, ma non seppi trarne vantaggio. La nostalgia di cose che non avevo mai conosciuto mi ha assillato, per anni ha impedito che io raggiungessi il giusto livello di sciagura per essere un genio o uno sconfitto. Non ho mai avuto la cognizione precisa di cosa io volessi. Ancora oggi non riesco a ridurre quella stagione alla comoda retorica del nulla, del bisogno, me schiavo della vita. Un intero stato si prendeva cura di me, e io ero il sole di un sistema grande quanto lo zoo, il padrone. Eppure restavo ore a osservare attento la forma delle ombre che si allungavano oltre il recinto della mia prigione, ed era quella l’esistenza, non altro. Nostalgia del mondo, un male di cui forse possono soffrire le bestie, e gli astronauti. La mia vita coincideva con le ovvietà, le sortite più banali ma dette a fuoco in punta di zanne, come poteva fare un qualsiasi borghese proprietario di infiniti appartamenti a Kreuzberg, affittati a qualche miserabile per un mucchietto sudicio di marchi. Evolversi dallo stadio di feci diventò con il tempo un imperativo nevrotico, spaventato. Non ci sono riuscito. Germi velenosi di quel Bao Bao parassitano ancora il mio sangue nobile. Il vecchio Cao parlava spesso di coraggio, di cosa fosse in verità il coraggio. Temo nemmeno un essere superiore come lui sapesse definire in modo compiuto quell’attitudine bestiale a opporsi alla vita, alle sue nefandezze. Quella svolta improvvisa del carattere che spalanca sotto i tuoi piedi il baratro e ti rende finalmente mortale. Io non ho avuto coraggio, mai.

E per questo, sulle soglie della terra di Xu, posso evocare senza sussulti il passato. Una notte presi il largo, e vidi il mondo. Un susseguirsi armonioso di colonie penali, di coatti, di esseri felici. Era lo zoo, un brandello di tempo che io non avevo alcuna intenzione di sviluppare, annodato alla mia infanzia protetta, al mio incedere insicuro tra i cortili, le viuzze, i mille alberi bellissimi che vidi sorgere e morire all’orizzonte. Intorno a me il buio, niente di commestibile.

La perfezione era, ed è, mia nemica. Quella notte sentii pulsare i testicoli, quasi avessero assunto vita propria e volessero nascere a loro volta per fuggire, per nascondersi tra i ghiacci azzurri intorno alla vasca delle foche, o nell’igloo di cemento dell’orso polare. Tra le foglie vidi apparire gli occhi bianchi delle piccole scimmie assassine. Un lemure mi osservò fisso, indicibile, e mi tese la zampa spalancata. Non avevo niente da dargli. Sollevato dall’inerzia comica degli eventi, dispiaciuto che la notte da quella prospettiva fosse ancora più acre, ancora più dura da tollerare, tornai alla mia prigione per non lasciarla mai più.

Nessuno di quelli che mi hanno visto nascere e cadere è sopravvissuto. Se avessi saputo allora che sarei stato l’ultimo testimone di me stesso, avrei digiunato anch’io fino a morire. Nemmeno le circostanze infelici del mio essere vivo mi hanno favorito nella conquista del coraggio. La solitudine non è uno stile, è un rito. Facilita nell’invenzione delle cose, aiuta nel superare le curve strette del dolore, dei piccoli, quotidiani dispiaceri. Sono stato visitato da milioni di volti. Seduto davanti ai miei ospiti con il ventre rigonfio, all’infuori, senza alcuna vergogna, venivo interrogato ed ero privo di risposte. Guarda il panda Bao Bao, dicevano nella mia direzione, e io gli occhi chiusi. Guarda il vecchio panda Bao Bao, diventò con il tempo. Nel rumore sordido e agitato di organismi altrui, nel fluire dei liquidi, e nel gracidio croccante delle ghiandole salivari, intuii che ogni vocazione è una condanna. Ma l’aspetto compiuto della mia distanza, oggi che sto per morire, è il premio più grande.

Voglio essere sepolto sotto la mia gabbia.

 
 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato, così come La museruola, J. F. è l’assassino e Dialogo con un morto in una vasca da bagno, fa parte del lavoro inedito Atlante delle meraviglie. Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino e altre storie. Questo blog ha inoltre ospitato cinque estratti de I topi. Biblia pauperum, anch’esso inedito; in ordine di apparizione, Il maiale, L’uomo nero, La sepoltura dei morti, Il macello di Circe ed Edipo e la moneta.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

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