Le vie della città. Documenti di vita americana

 
 
 

Introdotto da un esaustivo e puntuale saggio di Giovanni Turra e impreziosito dalle tavole di Luigi Gardenal, Le vie della città. Documenti di vita americana è un reportage narrativo di Emilio Cecchi ripubblicato per i tipi di Amos nel 2004.

le vie della città - copertinaApparso originariamente nel 1937 sulla rivista Omnibus diretta da Leo Longanesi, il racconto prende avvio da un fatto di cronaca accaduto negli Stati Uniti: protagonisti delle vicende sono Irene Shrader (Schroeder, nella realtà) e Glenn Dague, due giovani che cercano insieme di lasciarsi alle spalle una vita di miseria e di solitudine.

Così vengono presentate le due figure.
“Irene era una dei quattordici ragazzi d’una miserabile famiglia nel West Virigina. A nove anni perdé la madre. I fratelli, appena in età, scappavano via. Uno di essi rubò un’automobile a St. Louis; fu arrestato, riuscì a fuggire; ma in una battaglia a revolverate con la polizia rimase morto”, p. 49.
Glenn, figlio di un pastore, “era cresciuto nel duplice spavento del padre, crudele e manesco, e del buon Dio che tiene in serbo l’inferno per i peccatori”, p. 50.

Un ritmo tesissimo e la distanza compassionevole della voce narrante – su cui si innestano talora le parole tratte dal memoriale di Irene, in particolare verso la fine – costituiscono i perni del racconto, nel quale viene messo in scena un ostinato tentativo di cambiamento della condizione di vita dei protagonisti che si rivelerà invece soltanto una disastrosa disfatta.

Rubando automobili e cibo con due armi usate prese alla bottega dei pegni e uccidendo i poliziotti che ostacolano i loro propositi, Irene e Glenn affronteranno il viaggio in compagnia di altre persone, dapprima del figlioletto di lei, poi di Joe Wells (“uno zoppetto, magrolino, dall’aria astuta e malazzata.”, p. 65), infine dell’agente di uno sceriffo di Florence in Arizona, il reverendo Joe Chapman.

Dopo aver rinunciato persino alle proprie sembianze femminili (“Si guardò nello specchio; e vide uno sporco figuro che non sembrava più neanche una donna.”, p. 65) che solo un “vestituccio” (ibidem) salvato dal banco dei pegni pare restituirle, Irene, nascosta in abiti da uomo, sembra essere colei che guida la tragica avventura verso una nuova vita, magari in qualità di contadini in California.

Ecco che poco prima dello stringatissimo finale la narrazione in terza persona lascia maggior spazio alla voce della protagonista. Scrive Cecchi: “Di qui innanzi, ci serviamo quasi integralmente del memoriale d’Irene Schrader, come fu pubblicato nel New York Daily Mirror. Ormai è evidente ch’era lei che dirigeva tutto.”, corsivi nel testo, p. 70.

Irene è colei che lotta anche quando la realtà pare inesorabile e prevedibile, quando lo sforzo è inutile e senza frutto.
“«Sono sicura che le donne, in trincea, sarebbero state degli ottimi soldati. Meglio degli uomini. Almeno le donne povere. Gli uomini sono abituati a una qualità di fatica, e le donne ad un’altra. Gli uomini non sentono le ferite, in combattimento o in una gara sportiva; dove insomma ci sia dell’eccitazione. Ma le donne sopportano la fatica e il dolore più tetro e monotono; e scottarsi con l’acqua bollente quando rigovernano, e rompersi le unghie a lucidare gli impiantiti»”, p. 77.

Al di là dell’immagine che l’autore fornisce dell’America degli anni Trenta, smitizzata e osservata in tutte le sue contraddizioni senza toni retorici né intenti moralistici – aspetto peraltro molto ben indagato dal curatore che si sofferma anche sui termini in cui il Nuovo Mondo era colto dagli altri scrittori italiani dell’epoca –; preme qui mettere in luce come la narrazione si confronti costantemente con grande forza con i gesti e con le azioni dei personaggi, senza mai scadere nella spettacolarizzazione degli eventi, in una sostanziale sospensione del giudizio.

In altre parole, il narratore si preoccupa di mostrare chi sono le figure e non di precipitarsi ad asserire che cosa esse rappresentano. Il tragico finale sembra il palesarsi di un male piccolo e meschino, perché tale è la misura umana, eppure questo male che conclude la vicenda si dà come inevitabile poiché reputato giusto, quindi portatore di un atto grande ed esemplare, universale.

“Due ore i giurati stettero rinchiusi a discutere. Una donna faceva parte della giuria; e quando i dodici giurati rientrarono nell’aula, la donna sorrideva; parve buon segno.”, p. 83.

Quel vuoto che implacabilmente avanza nel ritmo sempre più serrato della narrazione è forse allora l’impossibilità di dire con certezza dov’è il male, di pensarlo in un luogo esclusivo e definito, nella disperazione degli ultimi o nell’irrealtà di una giustizia che non conosce il bene.

 
 
 

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