Un prigioniero

 
 
 

Non esistono letture giuste.

Capire un’opera, allora, non significa indovinarne il risultato (come negli esercizi di algebra), quanto intuirne le profondità. Si potrebbe dire: capire un’opera significa sapersi accordare alla sua maniera di ascoltare il mondo.

Un prigioniero, per sopravvivere, deve credere che tutto abbia senso. Credere che tutto abbia senso è credere che nessuna relazione tra persone o cose preveda vincitori e vinti: “Le interminabili frasi di Proust, con tutte quelle infinite digressioni, le disparate, remote e inattese associazioni, quel suo modo, così singolare, di trattare i temi intrecciandoli anziché gerarchizzandoli […]”, p. 20.

Un prigioniero, per sopravvivere, deve serbare fedeltà assoluta. Alla libertà se la prigionia è imposta, alla prigionia se essa è autoprocurata: “La lenta e dolorosa trasformazione dell’uomo dominatocover proust a GR. dalle passioni e profondamente egoista in uomo che si dedica in modo assoluto a una certa opera che lo divora, lo annienta, si alimenta del suo stesso sangue, è un processo con cui ogni creatore deve, prima o poi, fare i conti”, p. 33.

Un prigioniero, per sopravvivere, deve dimenticarsi della direzione univoca del tempo: “Osserva tra i presenti i tanti amici della sua passata esistenza […] e contempla anche una gioventù in ascesa, la nuova generazione […] Lui, lui soltanto, in mezzo a quella folla, potrà farli rivivere: ora lo sa, e con una certezza così salda che la morte gli diventa indifferente”, p. 43, corsivo nel testo.

Un prigioniero, per sopravvivere, deve pensare che tutto e niente coincidano: “Peraltro, è stato spesso osservato che nell’intera opera di Proust manca qualunque tipo di ricerca dell’assoluto, e che la parola «Dio» non compare una sola volta in migliaia e migliaia di pagine. Ciononostante, anzi forse proprio per questo motivo, la sua celebrazione di tutti gli effimeri piaceri della vita terrena ci lascia in bocca un pascaliano sapore di cenere”, p. 81.

 
 

(Nell’inverno del 1940-1941 alcuni ufficiali polacchi detenuti nel gulag di Grjazovec, in Unione Sovietica, decidono di organizzare una serie di conferenze a beneficio dei compagni di prigionia. Ciascuno di loro tratterà argomenti con cui ha dimestichezza. A Józef Czapski toccheranno la pittura polacca, la pittura francese e la letteratura francese. Ciò gli darà modo di citare a memoria, e commentare mirabilmente, diversi passaggi della Recherche di Marcel Proust. Parte dei suoi appunti, trascritti in francese, compongono oggi Proust a Grjazovec (Adelphi), per la cura e traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, con un saggio di Wojciech Karpiński tradotto da Barbara Delfino.

Le citazioni sono tolte da questo volume).

 
 
 

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2 comments

  1. Rimanendo Proust per me ( scusatemi questa debolezza ) ancora il più grande di tutti, ero tentato di acquistare questo libro solo per il titolo, ma poi ho desistito per tutto il materiale critico che ho già letto sulla sua Recherche.. Ora però lo ordinerò. Grazie a tutti.

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