Favole colorate

 
 
 

Nel 2013 appare per la prima volta in Italia Favole colorate, delizioso libro del poeta e scrittore lettone Imants Ziedonis, curato e tradotto da Paolo Pantaleo ed edito in versione bilingue da Damocle Edizioni.

ziedonis_pngOgnuna delle undici storie del volume, pubblicato in Lettonia nel 1973, è dedicata a un particolare colore. Nella gaiezza leggera e nell’allegria spensierata di queste favole – la cui lettura è consigliata anche agli adulti – l’infinito raccontare, l’apertura sul possibile, l’inesauribile invenzione (“Le favole sono così tante, che non finiscono mai”, p. 147) non si riducono alla consolazione domestica dei buoni sentimenti.

La morale, il messaggio edificante o semplicemente la bellezza di una trovata infatti nascono dalla meraviglia davanti al mondo, dal gioco e dal divertimento, non di rado velata da una dolce malinconia; in Favola bianca, ad esempio, l’insolito narratore – di cui si scoprirà l’identità solo alla fine – osserva il candore della neve che avvolge ogni cosa: “Ieri è caduta la prima neve. Ecco ora è tutto bianco. Così bianco, che non si riesce a distinguere niente. La gallina bianca ha fatto un uovo bianco e lo ha smarrito nella neve.”, p. 19.

Strappano più di un sorriso i simpatici omini di Favola marrone, dediti a colorare cose, cibi, frutti o corpi per farli diventare, ad esempio, cotti, maturi o abbronzati: “Lui fa tutto questo senza farsi vedere né sentire. Corre a imbrunire una pigna verde ed ecco fatto, pronto! Le ghiande verdi diventano marroni – pronto! «Pronto! Pronto! Pronto!», lui esclama. Una volta ho provato a cercarlo sopra un nocciolo, nella stagione in cui le nocciole diventano marroncine. È sempre lui a colorarle. Ma mentre lo cercavo in un ramo, lui ne colorava un altro. Se io ero da una parte, lui era dall’altra. Sentivo solo, di tanto in tanto: «Marrone! Marrone! Marrone!»”, corsivi nel testo, p. 31.

La natura ricopre un ruolo importante nel corso del libro, anche se a volte essa è dimenticata e ingiustamente misconosciuta dall’uomo, come accade in Favola blu o in Favola verde.

Il cavallo blu, che “di solito permette solo ai poeti di avvicinarsi e farsi cavalcare” (p. 45), nasce, per volere degli altri cavalli, del colore dei desideri e delle speranze: “Un giorno infatti si riunirono i cavalli di tutto il mondo, nella Grande Assemblea dei Cavalli – neri, bianchi, marroni, grigi, pezzati, e tutti quanti furono d’accordo: “«Potrebbe accadere che le macchine costruite dagli uomini ci rendano inutili e allora ci manderebbero a morire. Già adesso abbiamo così pochi puledri. […] Faremo così, che almeno un cavallo viva per l’eternità»”, p. 37.

In Favola verde, invece, la selva raggiunge la città per liberarla da suoni molesti e cattivi odori: “Ma il bosco avanzava senza sosta ed aveva così tanti fiori e foglie, che i rumori furono presto ricoperti dal muschio. Quelli ancora correvano e si dimenavano, ma sempre più morbidi e ovattati, via via diventavano più pesanti, finché non caddero, e sopra di loro si formò una collinetta verde e silenziosa”, p. 103.

Non è, tuttavia, solo idilliaco lo sguardo sulla natura, sebbene esso conservi in ogni riga la grazia dell’incanto e dello stupore. In Favola rossa, Fuocherella implora Fiammetta di essere nuovamente liberata, però quest’ultima sa che il suo avanzare comporterebbe ancora una volta distruzione e rovina:

“Ma Fiammetta osservò il bosco, tutto nero e carbonizzato – quanta vita era andata in fumo! I noccioli morti, i ginepri che non sarebbero più cresciuti, gli aghi dei pini bruciati. Anche i nidi degli uccellini erano inceneriti, e pure i leprotti non erano riusciti a scappare, finendo per essere raggiunti dal fuoco”, p. 63.

Alla realtà oscura di diavoli che all’inferno combattono la luce in Favola nera (“In ogni camera opera una intera brigata di diavoli, che cattura di nuovo la luce, la impacchettano e il prossimo diavolo che esce la butta via”, p. 53), si contrappone il mondo sotterraneo di una simpatica talpa (animaletto che compare all’inizio e alla fine del volume), impegnata, nell’incantevole Favola d’ambra, a guidare il narratore in un viaggio inusuale tra incredibili visioni.

L’io narrante visiterà i due laboratori dove si lavora la resina: uno costituito di talpe artigiane che sprecano e rovinano l’ambra, la usano per attrezzi e ornamenti, per le utilità e per l’apparenza; l’altro, composto da talpe artiste che “«[…] comprendono la lingua dell’ambra»” (p. 137) e che con essa “creano le caratteristiche delle persone” (p. 139).

Si lascia al lettore il gusto di scoprire quale ambra il narratore sceglierà di portare con sé tra gli essere umani.

Avvince percepire questi testi nati dalla levità e dal piacere dell’invenzione, qualità qui mai esibite come esercizi di bravura; non solo, queste favole che traggono la propria origine da un’osservazione attenta e stupita della realtà, sono in grado di sovvertirne nello spazio di poche pagine la logora rappresentazione con grande libertà, anche solo grazie alla creazione d’immagini e di punti di vista originali. Esse, in conclusione, non smettono di mostrare la penetrante semplicità e la fragilità del dire poetico, pronto a fronteggiare l’eterno, contro ogni effimero discorso di potere.

“La mia ambra sa fare anche un altro incantesimo. Quando ci sono persone cattive nelle vicinanze, lei impallidisce. Se parlo con un uomo e vedo che la mia ambra diventa improvvisamente pallida, io mi faccio diffidente e capisco: quell’uomo non è buono, lo è solo in apparenza. Se al contrario si trova vicina a persone buone, l’ambra prende vita, a volte brilla talmente che il mio cuore sussulta e gli occhi mi diventano caldi e buoni. Allora la gente mi dice: «Che occhi caldi e buoni hai!» – «È per l’ambra» rispondo io. «È per l’ambra». L’ambra brillava fra le mie mani. «È a causa degli uomini», lei diceva. «È a causa degli uomini». Mi è diventato facile e bello vivere.”, p. 145; 147.

 
 
 

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