Giovanni e le mani

 
 
 

Scritto a Milano nell’inverno tra il 1946 e il 1947, Giovanni e le mani è l’unico romanzo di Franco Fortini, pubblicato originariamente come Agonia di Natale nel 1948 per volere di Elio Vittorini ne I coralli di Einaudi.

Il libro riapparirà soltanto nel 1972 presso la collana dello stesso editore con il titolo scelto dall’autore.

FortiniLa struttura del racconto alterna la narrazione in terza persona alla voce del protagonista, Giovanni Penna, giovane sopravvissuto alla guerra che soffre di un misterioso morbo non mortale, i cui casi “letali sono eccezionali” (p. 10).

Su due piani si muove il libro, quello dei fatti – un uomo con un lavoro impiegatizio, una stanza in affitto e una fidanzata che vive lontana, scopre di essere ammalato, viene assalito dai ricordi terribili della guerra, perde a poco a poco il proprio posto nel mondo, viene licenziato, rinuncia a ogni legame, e alla fine muore –, e quello delle aperture, di una dimensione altra, libera dai significati, che come un ritmo silenzioso e serrato, come un vuoto continuo attraversa l’intero racconto: un’assenza di risposte, un grido immaginato.

Come si legge nelle righe introduttive del romanzo, a Fortini preme lo “scandalo” (p. 3) del malato, della sua presenza.

“Il medico levò la testa; e la lampada del microscopio si spense. Riprese gli occhiali che aveva deposti accanto all’apparecchio e si volse verso Giovanni Penna. – Sì, – disse, – c’è –.”, p. 7.

Così inizia il romanzo, con la verità e la realtà di una malattia che sarà sempre senza nome e di cui poco il lettore saprà. Incerta appare la cura, non viene esclusa la trasmissibilità ai discendenti, vengono definiti sempre possibili le crisi e le complicazioni, generici i lievi sintomi.

Fortini segue da vicino la vita di Giovanni, secondo la prospettiva del soggetto e secondo il punto di vista esterno di un narratore misericordioso e distaccato, senza mai scadere nella morbosità né nell’intellettualizzazione del male che il protagonista vive in sé.

Tuttavia, non è caratterizzato da salute nemmeno il mondo di fuori, appena uscito dalla guerra. Nella città anonima Giovanni vaga tra le rovine, in un tempo immobile:

Ho cercato con l’occhio, camminando, un orologio pubblico: ma di quelli che erano stati un tempo ai quadrivi non rimaneva che lo scheletro di ferro, perché erano stati svuotati di netto dalle esplosioni durante i bombardamenti; oppure erano inchiodati su di un’ora qualsiasi. […] Camminando, mi sono inoltrato in un quartiere distrutto. La strada sboccava in una piazza ingombra di macerie, proseguiva vicino ad una grande chiesa e poi diventava un vicolo. Nei vani delle porte e delle finestre, contro le saracinesche rigonfie si premevano i mattoni e le pietre delle rovine, bagnate dalla pioggia e luccicanti nel nero come carboni”, corsivi nel testo, pp. 15-16.

La delicatezza precisa del dire, interrotta da frasi piene di luce senza mai alcuna intenzione scenica, si accompagna a un dolore costante e dignitoso che non abbandona la pagina.

Del rapporto con Maria, la giovane fidanzata che Giovanni andrà a visitare nella sua città natale, Hanau, si legge per la prima volta in questi termini, nel ricordo che lui ha di lei al tempo della propria prigionia:

Aveva degli occhi di serva, allora, ed era contenta così. Ma io non ero contento, nonostante il mio delirio di gioia. Non ero un vero padrone, qualcuno mi comandava. Quando mi chiese come ero stato fatto prigioniero, io inventai una favola; dissi che i partigiani ci avevano sorpresi nel sonno. Era per non rivelarle che qualcuno mi comandava.”, corsivi nel testo, p. 34.

Il protagonista vive l’equivoco dei sentimenti nei confronti della donna, il mutamento della relazione con Maria dopo la lontananza che la fine della guerra ha comportato; aspettando la guarigione, confidando nella scomparsa della malattia o disperandosi (“Ormai è tardi”, corsivi nel testo, p. 55; “Ormai è troppo tardi”, corsivi nel testo, p. 133), si lega al proprio malessere come a una certezza, visibile anche agli altri.

Sono ammalato e qualcosa si deve pur scorgere sul mio viso, se il padrone e la ragazza mi guardavano sottecchi distraendo altrove gli occhi, quando li fissavo.”, corsivi nel testo, p. 21.

Ma Fortini non ha fretta di pronunciare l’ultima parola sulla possibilità di un miracolo davanti al male, non trova a esso un’identità, non dice se il prodigio coincida con il limitarsi a compiere azioni buone del dottor Milone, tranquillamente rassegnato alla propria malattia e che non esclude migliorìe apportate dalla scienza in futuro, o se sia la capacità di rischiare, di amare, di convertirsi di Maria, che crede nella guarigione di Giovanni.

Fortini non dice se il miracolo significhi accettare l’esistenza del male, se consista nel non rimuoverlo, se sia fare il bene o difendere se stessi dagli assedi del tempo, o ancora offendere il mondo con le proprie azioni incuranti della fine.

Il male deve avere una causa, un inizio per essere sopportabile (“Deve trattarsi di un attacco diretto contro di me dal di fuori, di un cattivo colpo del destino, che viene così a far maturare la mia esistenza; o di una disgrazia.”, corsivi nel testo, p. 19); in Giovanni trova una causa nella colpa, ed essa comanda, soggioga, chiede obbedienza, fa prigionieri.

L’autore accompagna Giovanni in questa colpa: dov’è la malattia, dove è il uso principio, dove finisce, dov’è collocata esattamente, dal momento che appare e scompare, se la si vede in tutto, se essa è la lente attraverso cui si osserva la realtà?

“Probabilmente era una conseguenza della sua malattia, che gli rendeva odioso pensare anche al proprio corpo.”, p. 50.

“[…] è impossibile che qualcuno, e prima di tutto io stesso, riesca a persuadersi che non esiste davvero nessun rapporto tra la malattia e me stesso, il mio carattere, la mia condizione; che una qualche responsabilità insomma non debba esserci, se si è affetti da una malattia.”, corsivi nel testo, p. 76.

C’è stato un errore o una colpa, nella mia esistenza, questo è certo, oramai.”, corsivi nel testo, pp. 123-124.

Diverso, “straniero” (corsivo nel testo, p. 54), il protagonista ascolta il corpo assediato dal morbo, nel terrore del disfacimento, fino a che anche la malattia assumerà le sembianze di un corpo.

Credo che sia questo, invecchiare. Sino a diventare sempre più attenti a se stessi. Da quando sono ammalato mi osservo, per sorprendere quali sono i luoghi dove si producono i crolli minuscoli, gli sfaldamenti, provocati dalla malattia.”, corsivi nel testo, p. 71.

E se la colpa è stata dei miei genitori o degli altri, della gente che cammina per le vie, io voglio saperlo, perché così non sia più. Perché, se mi sta afferrando per le braccia, come si fa ora; e si cerca di farmi sprofondare, e una di quelle mani è già sulla bocca e un’altra sugli occhi; mentre discendo, mentre mi fanno sprofondare impotente, voglio almeno morderle a sangue, le mani che mi soffocano.”, corsivi nel testo, p. 85.

Il romanzo allora non è che il raccontare una verità, il tentativo di Giovanni di vivere ancora e il suo inevitabile prepararsi a lasciare tutto, le traversìe e le umiliazioni della guerra che affiorano nei ricordi, il proprio ruolo sociale, gli affetti, il corpo, e a “discendere” (corsivo nel testo, p. 133).

 
 
 

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