Carlo

 
 

di Saverio Cappiello

a V.

 

Carlo non è mai stato un mio amico a causa della differenza d’età che lo rendeva già ragazzo. Per questo a lui toccava di fare i mestieri pesanti da uomo, cosicché io dovevo stargli quasi simpatico perché mi sceglieva fra tutti per dargli una mano. A me dava disgusto tutto il suo essere, a cominciare dal viso foruncoloso e dal cranio oblungo, per finire col suo modo di parlare bovaro, troppo sporco anche per i cafoni più cafoni delle case popolari.

Quando gli dicevamo male alle spalle eravamo tutti d’accordo che mi preferiva agli altri perché ero quello che gli rispondeva a tono senza meno; ad esempio, quella volta che scavalcammo al Cinquecento e lo lasciai senza aiuto, lui si piegò arrivandomi col suo enorme naso ad un dito dalla mia fronte e mi vomitò insulti per la mia insolenza da adulto, allora io risposi che poteva gridare e avvicinarsi quanto voleva, ma non erano le sue parole a darmi peccato quanto la zaffata del suo alito. Lui si voltò in un silenzio che mi piacque e tornò a rivolgermi la parola cinque minuti dopo, che se non gli avessi risposto così me l’avrebbe rivolta solo il giorno dopo.new doc 12

Un giorno di quelli ero a vedere i ragazzini più grandi a lanciarsi in picchiata con la bici a chi andava più veloce. Andù era fra tutti i miei coetanei quello più irsuto ed era l’unico ad avere un cronometro digitale. Scommise venti euro che dalla scuola elementare sino in fondo, a Santa Rita, prendeva quarantacinque all’ora tondi. Quando sentii la voce di Carlo fare il mio nome, lo ignorai per due volte. Se avesse avuto bisogno di una mano quantomeno sarebbe dovuto scendere a prendermi, mi dicevo.

Quando sentendomi strattonare mi voltai, incontrai la sua espressione cupa e mi sembrò risentito dei miei continui dispetti verso di lui, meno poi scoprire che tutto il suo dispiacere veniva da un’altra discussione con il padre. Io il padre di Carlo lo avevo visto un paio di volte e aveva l’aspetto di uno buono, ma a suo dire lo trattava a calci e schiaffi come nemmeno fosse un figlio filibustiere. E mentre mi raccontava di suo padre ci dirigemmo verso la campagna per spostare dei ferri d’auto rugginosi su una carrucola da rimorchio. Io mi stavo zitto, ma lui aveva da dirne per molto. Ogni tanto si prendeva due minuti quando sfiatava per poi subito ricominciare. Poi se ne usciva con dei consigli per il mio futuro, ma sussurrando segretamente come se fossero consigli preziosi per me.

Io non osavo spiaccicare una parola e mi accorsi che avevamo finito solo quando Carlo si allontanò a riempire un secchio d’acqua. Me ne versò una certa quantità sulle mani nere come di fuliggine, mentre lui si strofinò tutte le braccia con la stessa accuratezza con cui lo fa un chirurgo prima di un’operazione, poi pretese che lo aiutassi a versarsi il resto sulla testa. A me sembrò una cosa da pazzi perché era un pomeriggio piuttosto ventoso di fine estate, arrischiò di prendersi un malanno per niente.

Di ritorno verso casa lui mi piantò indietro di due o tre metri. Il sole dava tra il rosa e l’arancione ancora qualche istante prima di sparire. I lampioni erano già accesi e per la strada c’era una pace che metteva terrore, e sentivo il petto battere per un attimo in cui sai e temi di essere felice, e poi sparisce. Andù mi salutò da lontano mentre tornava a casa sventolando entusiasta una ricarica telefonica da venti euro, poi sparì all’incrocio.

Un rombo infernale di un motorino precedette un ceffone che raggiunse Carlo in piena nuca. Mentre si chiudeva nelle sue spalle, lanciò contro chiunque l’avesse colpito una forte bestemmia vietata da qualsiasi religione. Così i due tipi sul motorino che avevano già voltato alla curva fecero rapidamente inversione e lasciarono a terra quello scooter reso a catorcio.

Uno dei due avvicinandosi a Carlo fece segno di ripetere minacciandolo col rovescio della mano, – Niente, lascia. – mentre l’altro gli diede una sberla col palmo che lo fece cadere da un lato. Carlo si rimise solido sulle due ginocchia e disse che erano dei deficienti se avessero continuato, e ne prese delle altre senza avere né il coraggio di reagire né l’intelligenza di restarsene a terra. Uno dei due era più animale dell’altro e lo prendeva a calci sugli stinchi con una forza tale che gli fece perdere una scarpa. Nonostante la violenza subita Carlo si mostrava tutto d’un pezzo, come di chi è abituato ad avere paura nella vita.

new doc 13Io me ne restai seduto su dei gradini che erano parzialmente celati da una grata grigiastra per non restare d’impiccio come si insegna ai ragazzini in queste situazioni. M’accorsi che s’erano spicciati quando, dopo aver sentito caricare un paio di sputi, si rimisero in sella per fare la stessa curva di prima.

Dunque tornai al punto in cui Carlo mi aveva lasciato. Alzandosi quello fece il resoconto dei danni dagli indumenti – Tanto andavano lavati – fece tra sé e sé. Si batté una mano sull’interno coscia e poi mi fece leggero il segno di aspettare. Raccolse la scarpa destra lontana a centro strada, e poi fece qualche passo zampettando su una gamba fino a raggiungere il marciapiede. Riuscì a tenere lo sguardo sicuro verso il basso, e fece un fiocco alle stringhe seguendo l’ordine che insegna la filastrocca del coniglio, ma senza cantarla.

 
 
 

Saverio Cappiello, nato a Bitonto nel 1992, si laurea in Lettere a Bari. Attualmente affianca alla sua passione per la letteratura quella per il cinema studiando alla Civica di Milano. Alcuni suoi testi sono apparsi in diverse riviste e blog come Atelier o GDS.

 
 

Illustrazioni originali di G. C. Cuevas.

 
 
 

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