Dieci obiezioni ai comandamenti. Breve storia della letteratura russa attraverso i suoi paradossi

 
 
 

L’esperienza religiosa è un’avventura, pare suggerirci Igor Sibaldi, in questo assai originale libro pubblicato nel 2015 dalla casa editrice Spazio Interiore.

copertina-sibaldi-obiezioni-comandamentiAttraversando dieci figure celebri della letteratura russa, l’autore oppone la narrazione evangelica alla legge, alla norma, alla morale dei dieci comandamenti. Davanti all’univocità delle regole, delle religioni, Sibaldi propone il paradosso, la contraddizione del divino, per invitare a una nuova lettura dello stesso decalogo.

Il lettore si troverà quindi tra le mani un saggio teologico, di critica letteraria e una narrazione.

“La letteratura, la critica letteraria e la teologia hanno sempre argomenti in comune; hanno talmente tanti argomenti in comune che, a considerarle obiettivamente, risulta in realtà molto difficile tracciare tra esse una demarcazione”, p. 7.

La teologia, continua Sibaldi, ha infatti a che fare con delle narrazioni.

I comandamenti sono un confine, un limite per il cristiano; ma la legge non può impedire la vita, il mutamento, la coscienza chiara di un disagio di fronte a un “tabù”, a una regola che presiede un luogo oscuro.

Per non guastare la sorpresa al lettore, in queste righe si farà cenno soltanto ad alcuni dei capitoli del volume.

Nel primo, a Non avrai altri dèi di fronte a me è associata la figura di Ivàn Il’ìč de La morte di Ivàn Il’ìč di Lev Tolstòj. Sibaldi mostra come il paradosso del protagonista consista nello scoprire che la morte non esiste e contemporaneamente nel trovarsi a morire. Il centro, il punto di partenza, sta nella negazione a cui l’uomo deve cedere, abbandonarsi. Chi è quel me? Non si sa.

“Ma quel me non è la morte. È davvero e soltanto l’assenza del significato. L’enorme peso di questa assenza.”, corsivo mio, p. 22.

Come è scritto nel Vangelo (Luca, 13, 1-5), se non ci si converte (e Sibaldi ricorda anche che convertirsi deriva da metanoein, cioè “«pensare in altro modo»”, p. 23), la vita resta l’attesa di un inevitabile passare.

“E metanoein è il capire che è così, e il vivere di conseguenza. Come vivere di conseguenza? Vedete voi.”, p. 23, corsivo nel testo.

La verità non è dunque una legge, è un’apertura.

Non pronunciare il nome di Dio invano porta ancora a Tolstoj, precisamente al racconto Padre Sergij. Nella ricerca di Dio segnata da un crescente orgoglio, il protagonista insegue una divinità che è soltanto il riflesso dell’uomo, perché Dio è in nessun luogo. E il limite sono i nomi stessi, con i quali l’uomo cerca l’identità, la sicurezza di un riconoscimento.

“Ogni nome è sacro. Se non nomini Dio, non avere nomi.”, p. 51.
“Non ci sono, i rifugi dei nomi. Solo quel pulsare c’è: il pulsare di ciò che è possibile narrare, e che, comunicandosi dall’uomo narrato al lettore trova all’esperienza religiosa una comunicabilità; e tanto più la trova (e ciò sempre, sempre) quanto più si libera dal nome e diventa di tutti, di tutto.”, p. 35.

Il sacro che si manifesta ma non c’è. Il fluire del racconto, non il concatenarsi rigido dei significati, della legge, dunque. L’indicibilità e un dire precario caratterizzano il conoscere dell’uomo.

Sibaldi adopera un altro esercizio di straniamento. Fin troppo facile sarebbe utilizzare Anna Karenina per dimostrare ciò a cui va incontro colui che disobbedisca al comandamento Non commettere adulterio.

Se però “chiunque guarda una donna desiderandola ha già commesso adulterio nel suo cuore”, come si legge in Matteo 5, 27-28, allora, ci ricorda Sibaldi, la colpa di Anna non è nell’adulterio, giacché quest’ultimo è “l’unica categoria dell’esperienza che rimanga, nel mondo a colui che abbia la forza di desiderare, quale che sia l’oggetto che desti in lui il desiderio.”, p. 124.

La colpa di Anna consiste invece nel rimanere legata alla banalità del proprio mondo, nel non poter manifestare la propria ribellione se non in quel modo che è ancora espressione della realtà da cui ella proviene e cerca invano di fuggire.

Il desiderio dell’altro pertiene anche al comandamento Non desiderare la casa del tuo prossimo: attraverso l’agire del protagonista de Le memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij nei confronti della prostituta Liza, Sibaldi indaga sull’impossibilità dell’uomo di non desiderare, soprattutto la felicità. Ecco che l’uomo del sottosuolo vive “il tormento che viene dall’identificare arbitrariamente l’altrui normalità con la felicità, con ciò che è desiderabile, e nel sentirsi costretto a prenderne per sé tante parti […] quante ne permette la paura che si ha.”, p. 202.

Desiderare, in fin dei conti, è desiderare sempre e comunque la casa d’altri: “Ogni aspirazione, ogni ideale lo è.”, p. 212. Quindi l’uomo non può che violare costantemente quel comandamento.

Non si può eliminare la contraddizione dall’esperienza religiosa, nemmeno il linguaggio può farlo.

“L’unico modo, infatti, in cui un linguaggio non narrativo può aiutare a comprendere un’esperienza religiosa è aderire alla contradditorietà che dell’esperienza religiosa è sempre integrante: e riconoscerla, indicarla, seguirne i contorni con un dito.”, p. 36.

Con questo felice esperimento, Sibaldi rende evidente che esiste una teologia in grado di liberarsi dall’essere strumento di una religione, da quell’intento normativo che automaticamente le si attribuisce: “[…] le religioni […] sono appunto quegli apparati che trasformano in norme determinati brani delle narrazioni di cui parla la teologia.”, pp. 7-8.

I racconti, anche quelli con cui ha a che fare solitamente la teologia, però parlano di un limite posto dalle leggi che non è mai definitivo, giacché l’uomo non può che obbedire alla contraddizione della vita, tradire ciò che passa.

 
 
 

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