Il corvo

 
 
 

Una storia di migrazione costituisce il cuore del racconto lungo Il corvo di Kader Abdolah, pubblicato nel 2013 da Iperborea nella traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo.

Protagonista è Refid Foaq, alter ego dell’autore, che come quest’ultimo ha lasciato l’Iran per trovare asilo politico in Olanda e narra al lettore non solo il viaggio compiuto da Oriente a Occidente ma anche il proprio percorso di scrittore che impara una lingua nuova per esprimere, per poter essere.

20130724175348_cover_sitoFilo rosso di queste righe è la presenza di un corvo, animale simbolico della letteratura della Persia nonché portatore di un legame tra le due culture, l’olandese e la persiana, che procureranno a Refid un io largo e accogliente, e tra il passato e il presente del protagonista.

Costruita proprio su un’alternanza tra questi due piani temporali, la scrittura è fin dall’inizio anche un muoversi tra finzione e realtà, tra autobiografia e creazione, poiché, come dice lo stesso Abdolah (pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani) in un’intervista radiofonica, scrivere è dire di un sé universale; al contempo, la scrittura è un rimanere sospesi, è uno stare senza approdo.

“A volte parlo di cose che dubito fortemente siano vere, ma con mia grande sorpresa risultano più credibili della verità. Forse dipende tutto dal fatto che sono fuggito dalla madrepatria. Chi non può più tornare a casa, finisce per vivere in uno stato di immaginazione”, p. 10.

Figlio di un falegname, da giovanissimo, ancora in patria, Refid sa di voler fare lo scrittore, però si scontra con il limite della stessa scrittura e dalla consapevolezza che tutto è, in fondo, già stato scritto:

“E fu così che più tardi, intorno ai quindici anni, il mio massimo desiderio era proprio diventare uno scrittore persiano […]. Ma più crescevo e più leggevo, e più mi sentivo demotivato, perché mi rendevo conto che era praticamente impossibile arrivare un giorno a scrivere qualcosa che valesse davvero la pena di essere letto.”, p. 12; “«[…]. I grandi maestri hanno già detto tutto, non mi hanno lasciato nessuno spazio. Qualunque cosa io scriva, rimarrò sempre nella loro ombra»”, p. 13.

Dopo la prima pubblicazione a Teheran sotto falso nome e i racconti dedicati all’amata di Isfahan, Refid si ispirerà alla sua permanenza in Kurdistan per il primo libro, che appare in forma clandestina e che gli vale le critiche dello zio Jalal, il quale gli obietterà di essersi servito delle parole e dei pensieri di altri, di aver scritto un manifesto e non un’opera d’arte:

“Lascia perdere Marx, Lenin, Che Guevara, Castro e tutti gli altri. Scrivi il tuo libro. Qui hai reso bene e con senso drammatico la vita, ma questa non è arte. Hai bandito l’artista che c’è in te. Non sei tu a parlare, è Che Guevara”, p. 37.

Politicamente attivo nelle file dell’opposizione al regime degli ayatollah, durante il conflitto tra Iran e Iraq il protagonista è quindi costretto all’esilio, prima in Turchia e poi in Olanda.

“Tutti i clandestini erano alla ricerca di un trafficante di esseri umani. Di tutti i trafficanti di Istanbul non ce n’era uno affidabile, ma non avevi altra scelta. Vigeva la legge della giungla, sopravviveva il più forte. Chi poteva pagare di più veniva mandato nei posti migliori. Per diecimila dollari i trafficanti ti facevano arrivare a New York nel giro di una settimana. Per novemila dollari dopo tre giorni eri a Londra. Con ottomila dollari in tre giorni eri a Parigi. Per Berlino dovevi pagare settemila dollari, per Stoccolma cinquemila, per Oslo quattromila, per Copenaghen tremila. Per chi non aveva che duemila dollari non restava che l’Olanda.”, p. 64.

Ma come vivere senza la propria lingua in una terra straniera? Come scrivere facendo finta che ciò che si vive non sia parte di noi?

“Scrivevo ogni giorno in persiano fino a notte fonda. Ora avevo tutto il tempo, tutta la tranquillità e tutta la sicurezza che volevo, eppure non ci riuscivo. Mi sentivo male, mi mancava il respiro quando scrivevo in persiano. […]. Si scrive per condividere o si finisce per morire soffocati dalle proprie parole. […]. Che senso aveva scrivere nella mia lingua per nessuno? Dovevo ricominciare da capo, scrivere altre storie. Le storie di chi aveva lasciato la sua casa e la sua lingua, le storie di quelli che arrivavano e di quelli che li vedevano arrivare”, pp. 77-78.

In un paese piovoso sempre “giovane e nuovo” (p. 77), come lo definisce Refid Foaq, divenuto nei Paesi Bassi un sensale di caffè che spiega in una lettera a un suo amico persiano rimasto in patria cos’è la pioggia, questa storia testimonia l’immensa apertura di chi accetta di cambiare, di abbandonarsi alla vita, di non fare della propria identità una prigione.

Non si trova una patria nella scrittura, forse lo stesso scrivere è vivere un esilio, è sentire la vastità e il dolore dell’assenza di un riparo; la scrittura non è un luogo a cui si ritorna ma un movimento, una perdita, una contraddizione tra ciò che si vive e ciò che si immagina.

 
 
 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...