Arrenditi Dorothy!

 
 
 

Per visioni e frammenti procede la scrittura di Marilena Renda in Arrenditi Dorothy!, pubblicato nel 2015 da L’Orma Editore.

In questo volume le riproduzioni di fotogrammi di celebri film (al termine del libro è fornito l’elenco dei titoli delle pellicole) non hanno soltanto una funzione decorativa: esse sono l’avvio del racconto, dell’immaginazione, dell’istantaneo attraverso le parole.

Cover-Renda-solo-fronte-HDIl lettore è condotto da un io multiplo e vasto, talora voce narrante talora entità nascosta, in un viaggio dentro tre macroluoghi, la cui sequenza costituisce una possibile trama del libro, Dove ci si ostina, e più di tutto ci si spaventa; Dove niente ci sorprende, nemmeno i cicloni; Dove il passato si rivela piccolissimo e gigante.

Nel primo spazio, fin dall’inizio si cantano le parti, in una dichiarazione dell’orizzonte di questa scrittura sui generis e della stessa realtà:

“Poi è successo che le parti hanno ceduto di schianto. Si sono allontanate per le diverse direzioni dell’aria ognuno per suo conto, e ora non c’è parte che sia uguale a prima, che se la vedi la riconosci, che se la incontri dici: queste sono le mani di, sempre belle le mani di”, in Di calma, di amore o di niente, p. 17.

Non c’è appartenenza né riconoscimento né somiglianza nemmeno per la prima persona singolare: “Io è un altro per non essere costretto a essere se stesso”, in Io è John Malkovich, p. 19; “Io è il nome che do a quest’altra”, in Io è il nome che avevo, p. 21.

Al contempo, si assiste a una totale dedizione all’incontro con l’altro, che è sempre altri, non cioè una forma univoca e monumentale quale il singolare potrebbe suggerire. E anche incontrare è un atto di dispersione del sé piuttosto che di riappropriazione.

Gli altri sono infatti immersi in una dimensione onirica e inquietante, uno spazio imprendibile (“Forse la ragazza della Vucciria ha sognato troppo forte. Si è allontanata per mare e ci ha trovato mille bocche, fuochi lunghi, serpenti con la pelle come marmo. Assomigliavano a draghi e salivano su dal fondo come scarpe di marinai annegati”, in I draghi della Vucciria, p. 31); essi sono anche i corpi molteplici dei tu (“Pare che lui mi deve odiare per essere interessato a me. Se gli faccio qualcosa di male, allora mi ama proprio, e comincia a stringermi forte”, in La processione, p. 35; “Rispondo ai colpi, e tutto va avanti senza sorprese fino alla fine, quando finalmente chiudiamo gli occhi, come due animali che hanno ballato e sono stanchi di guardare da dove viene la danza”, in Il duello, p. 63).

Il sogno diventa poi favola nella seconda parte, che si apre con la celebre figura di Dorothy de Il Mago di Oz: “Cosa si può opporre alla strega quando si è in pericolo e non c’è niente da mangiare? Come si può contrastare il nemico quando la strada è gialla e si vede benissimo ma da un momento all’altro ti può portare in un posto dove non vuoi andare?”, in Arrenditi Dorothy!, pp. 77-78.

L’associazione inconsueta degli elementi, il proliferare instancabile di immagini che si susseguono dominano queste righe (Falserighe, così chiamate dalla stessa autrice): “C’era una volta una principessa nera e rossa. […]. Questa principessa era prigioniera in un castello con gli specchi ai soffitti e le mattonelle spagnole, e per parco aveva un cerchio magico abitato da mostri con facce di spavento, e stanze che entravano l’una nell’altra come tante bambole incastrate, e una scala che uno aveva l’impressione di salire verso un tempo di magia e invece no, finiva in un carcere tutto metallo con le posate a forma di spada, le sedie a forma di gabbie per uccelli e di vergini di Norimberga, e per piatto una tagliola”, in Questo non è un matrimonio, p. 100.

Il viaggio pare concludersi nell’infanzia, il luogo in cui il possibile fa ancora parte del reale, dove una chiarezza semplice e senza parole si palesa: “Io lo guardavo e la sua smorfia non la sopportavo, volevo che smettesse subito, perciò cominciai a pensare a un altro gioco da fare che lo facesse smettere di fare la faccia brutta. Decisi di scavare una buca che fosse profonda abbastanza da infilarcisi tutti e due e sparire dalla faccia della terra con tutta la testa e gli occhi compresi”, in La scoperta, p. 130.

Arrenditi Dorothy! è forse un’esortazione a seguire un percorso di delimitazione di sé (il libro inizia con un “io” – p. 19 – e termina con un “My” ripetuto in rima identica, p. 171), il quale non costituisce una sorta di ricongiungimento di parti, bensì incarna la coscienza di vivere secondo larghezza e contraddizione in un corpo non intero, non totale ma sottoposto al tempo e, insieme, soltanto immaginato, reale ed evidente come nei sogni, cioè inutilizzabile per le spiegazioni.

Anche se la vastità può risultare famelica, in quanto desiderio di tenere tutto in sé, di mangiare, di comprendere (cfr. Fame, La bella e la bestia, ecc.), essa è un ottimo esercizio di “dislocazione dello sguardo” (p. 6), come scrive Antonella Anedda nella prefazione.

Perché questa raccolta di prose, episodi, favole, sogni, tiene vicino ciò che è dissimile e distante, secondo quanto accade in quel luogo-movimento fragilissimo e spiazzante che è la metafora.

 
 
 

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