Dialogo con un morto in una vasca da bagno

 
 

di Danilo Soscia

 
 
 

A fine aprile, in un’alba di magnolie bruciate dalla brina, trovai un morto nella vasca da bagno di casa mia. Era un morto di aspetto quieto, i lunghi capelli neri raccolti sulla nuca, gli occhi vuoti, né uomo né donna, la pelle celeste, le labbra contratte, feline.

Mi inginocchiai accanto alla vasca, gli tesi la mano ricevendo una stretta cordiale. Pronunciò il suo nome, io dissi il mio. E quando la nostra conoscenza si concluse, io domandai, Com’è morire? E il morto rispose, Sono nato ad Atene o a Berlino Ovest, non ricordo con precisione. Fui arruolato adolescente, spedito sul fronte del Carso a due giorni di treno dalla mia casa. Ricordo il prete impartì a noi soldati l’estrema unzione prima che ci calassero nei fossati, vestiti appena, dissenterici. Il prete ci disse, La morte vi libererà finalmente da quello che siete. Ma non fu così. Io sopravvissi. C’è stato un tempo in cui conoscevo la cifra esatta di quanti ho visto cadere nel corso delle mie vite, scuoiati dalle spade, aperti dalle frecce o dai proiettili del nemico, schiacciati dagli elefanti, sdraiati dal colpo gonfio dei cannoni, dal sussurro isterico degli atomi che si aprono e si chiudono come fossero valve senz’acqua. Ma i numeri non potevano descrivere il senso altissimo di un’esplosione, il desiderio dolce di annullare gli altri eppure farli felici, estatici, pronti di nuovo alla vita. Ho dimenticato i numeri e ho impresso nella memoria lecaduto cose. A Saigon o a Shanghai, insieme a una delle mie famiglie, massacrammo per usurpare un metro di terra dove posare la nostra casa, e ci riuscimmo. Una notte, in battaglione con altri contadini riparati in periferia tra i rottami delle fabbriche divelte, fissammo la mitragliatrice contro un avamposto di giapponesi e sparammo, sparammo, fino a quando il colore della terra non mutò. Alla fine dell’imboscata, noi bambini conquistammo la vetta di una catasta di morti. Mio padre ci scattò una foto. La sera della vittoria mangiammo frittelle di riso nelle quali arrotolavamo cipollotti, fette di limone e formaggio di soia. Una volta ebbi sette figli, tre uomini e quattro donne, ma fu poco il tempo a loro disposizione. I maschi vennero bruciati dalla chiamata dell’Imperatore Carlo, e credo morirono dispersi nei pressi di Malacca, uccisi per mano portoghese. Vendetti invece le mie figlie a un mercante di Amburgo in cambio di un gregge di pecore, ma queste si ammalarono di lebbra ovina e non diedero alcun frutto. Fui costretto ad attraversare l’Oceano fingendo di parlare una lingua che non conoscevo. Giunto a destinazione, assunto operaio tessile, scrivevo a mia madre di rado, supplicandola di apparecchiare anche per me, la sera della vigilia di Natale, in segno di lutto.

Una volta sono morto dissanguato nei campi di cotone, la mia pelle conciata dai colpi di corda che segnavano il tempo del giorno e della notte. Morii perché nel giorno della mia venuta al mondo la mia famiglia non aveva onorato l’obbligo di sacrificare una vacca vecchia di tre anni al mago guerriero Heitsi-Heibib. Ho visto fondere il ferro in migliaia di officine sparse per l’Europa e il nord dell’Africa, fino a quando non ho imparato la perfezione del vapore e del suo moto eterno. Fui a Roma negli anni in cui giungeva il pittore macedone che tutti chiamavano Luca. Quando lo incontrai di nuovo, a Neroniade, lo vidi che ammaestrava a parole un leone. Ho avuto un figlio da una minorenne, e per questo suo padre mi sfregiò lo zigomo destro con il collo di una bottiglia. Ordinò che la figlia abortisse, ma riuscimmo a fuggire su un merci caricato a tabacco. Io e la ragazza occupammo una casa, poco distante da una palude, e fummo felici.

I mongoli del Cane mi incendiarono la casa, appesero la mia piccola moglie al ramo di un platano, e dopo fecero lo stesso con il mio bambino di cui conservarono lo scalpo. Ho nuotato in centinaia di mari, segnato sulle pagine di infiniti quaderni il nome delle specie viventi, ho rinunciato a tutti i miei beni e ho agonizzato nel circuito perenne della mia noia. Ho vissuto in strada e lavorato nei cantieri di milioni di case nuove. Ci fu un tempo in cui ebbi la mano destra spaccata a tal punto da doverla amputare. A Parigi lavorai nel mercato delle scimmie e mi ammalai di peste. A Stoccolma presi riposo nel tentativo di riconciliarmi con la religione, ma il freddo non concedeva tregua, e così la puzza dei canali il cui flusso era impedito dagli scarti della concia.

Fui ricoverato a Roma, dalle parti degli Horti Sallustiani. Il medico disse che custodivo in me un corpo silenzioso, simile a un animale vorace e che pure sentiva una specie di amore per il suo ospite. Fu allora che mi imbarcai per Cartagine nei giorni felici della pesca, e rimasi lì cieco e in pace, nell’odore celestiale di una schiava che avrebbe conservato nell’olio di nocciole il mio cuore una volta trapassato. Ho visitato Londra e me ne appassionai da volervi restare per sempre. Lì ho lavorato in una friggitoria su Albany Road. Il proprietario era un siriano che sganciava una paga decente per comprare l’erba e tenere una stanza dalle parti di Peckham. Poi, un pomeriggio d’estate, dopo esserci sventrati a letto senza riposo, la mia vicina di pianerottolo mi disse, Oggi i bambini squarteranno il quartiere. Resta qui con me, non andare a lavoro. Resta vivo. Non prestai ascolto a quella piccola donna senza il mignolo della mano sinistra. Così mi incamminai in ritardo verso la stazione di Queens Road, ma non la raggiunsi mai. Mi ritrovai a correre in senso contrario, alle spalle la polizia a sirene spiegate che urlava dal megafono di mettersi al riparo. Un centinaio di bambini stava incendiando il mondo, estraendo dal suo intestino oro, elettrodomestici, telefoni, motori di auto e cibo. Riuscii a ritornare nella mia stanza. La mia vicina di pianerottolo ancora nuda e sporca del mio seme mi puntò contro una pistola. Disse qualcosa senza voce. Sì, mosse solo le labbra, poi disse, Ti amo, e la pistola cliccò ma era scarica.

A Bangkok, dalle parti della Songsawat, un americano mi abbordò pretendendo da me una sigaretta, ma io non ne avevo. Mi sorrise, dentatura stellare, e diede per scontato che volessi accompagnarlo a mangiare un piatto di som tam. Io risposi di no, che la papaya mi faceva vomitare, e così lui mi insultò accusandomi di non essere un vero thailandese. Gli feci notare che anche lui era un americano merdoso, e di non rompere. Mi afferrò per la nuca invitandomi con un mezzo ghigno a succhiarglielo. Gli piantai una ginocchiata sorda nel ventre, e il dorso delle dita chiuse a pugno sulla tempia destra. Lo uccisi, dissero che era un medico. Un’estate posi fine ai miei giorni sulla Promenade in riva a Portobello Beach, a Edimburgo. Entrai nell’acqua gelida e poi crollai a braccia aperte con addosso tutto l’oro che possedevo, simile a un faraone. Nel corso delle mie vite, ogni notte ho sognato di morire. Sempre lo stesso dolcissimo sogno. Qualcosa che forse hanno sognato i martiri delle rivoluzioni, i predatori nel nome della fame e del bisogno, oppure gli eremiti affamati della voce del diavolo. Sognavo di essere bambino e di avvolgere un filo intorno all’indice della mia mano destra, come fosse un fuso. Mentre avvolgevo, lontano dal mio corpo nudo e tiepido sentivo sfocata la presenza di qualcuno che lasciava andare questo filo verso di me. Io avvolgevo senza sosta, prima intorno al dito e poi su tutta la mano, fino a quando il filo cominciava a tendersi, e allora tiravo così forte da segarmi a sangue il palmo. Quando il dolore diventava intollerabile, lasciavo andare, e il filo si sbrogliava, di nuovo, verso il nulla. In riva a una spiaggia calda e piena di gente, un uomo dal tocco familiare mi prendeva in braccio e mi conduceva al largo, Devi imparare a nuotare, diceva la sua voce. E io annaspavo, mi contorcevo terrorizzato, fino a quando non scoprivo i miei piedini, le mie mani, agitarsi in una materia più densa. L’acqua diventava terra, e io vi camminavo sopra. Dopo qualche passo, già uomo, ritrovavo ai miei piedi il cadavere contorto di me bambino.

Tu mi domandi com’è morire, e io non so fare altro che raccontarti le mie vite. Se sapessi come tacere, forse potrei fermare questo tempo. Avrai pietà di me?

Raccolsi la coperta dal mio letto. Poi, mi sdraiai nella vasca accanto al morto e la stesi su di noi, fin sotto il naso. Chiudemmo gli occhi, tenendoci la mano.

Gli ho respirato addosso tutta la notte.

 
 
 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Il brano qui presentato, così come La museruola e J. F. è l’assassino, fa parte del lavoro inedito Atlante delle meraviglie. Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino e altre storie. Questo blog ha inoltre ospitato cinque estratti de I topi. Biblia pauperum, anch’esso inedito; in ordine di apparizione, Il maiale, L’uomo nero, La sepoltura dei morti, Il macello di Circe ed Edipo e la moneta.

 
 

L’immagine è un disegno dell’autore, dal titolo Caduto.

 
 
 

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