Avvicinamenti al limite

 

A Michele Miccia

 
 

“Essere maratoneta è una fuga dal mondo nel mondo”, p. 67.

Ogni tentativo di superare il limite patisce un paradosso: deve necessariamente svolgersi al di qua del limite stesso. Il superamento del limite coincide con l’uscita dalla vita. Perciò si possono esperire, e poi narrare, solo gli avvicinamenti al limite.

Questo, in fondo, è lo scopo della vera scrittura; ed è lo scopo di chi corre i 42195 metri della maratona, la più entusiasmante e impegnativa tra le discipline olimpiche.

“Il limite è l’elemento che caratterizza la maratona: attorno al 35° chilometro ogni runner deve affrontare il cosiddetto «muro del maratoneta», un punto difficile da superare. La fatica nelle fasi finali della gara mette a dura prova, e spesso ci si trova a dirigere lo sguardo verso un vuoto di senso”, p. 16, corsivo nel testo; “Schemi corporei, gesto e movimento sono gli elementi nuovi a cui guardare per provare a leggere l’esperienza del limite. Gli strumenti tradizionali dell’antropologia culturale non sono sufficienti per render conto del vuoto di senso che si prova quando s’incontra il «muro», nella maratona come nella conoscenza”, p. 17.COVER Maccagno ALTA

Allora l’avvicinamento al limite, nella maratona come nella vera scrittura, non è un movimento comodo solo perché è garantito il ritorno: non è mai comodo spogliarsi (anche solo momentaneamente) di ogni sicurezza, di ogni conoscenza, persino di quella di sé: “In una maratona si arriva ai limiti della possibilità di sopportazione e di sofferenza, un limite in cui è minacciata l’identità della persona. Una minaccia che suscita orrore”, p. 37.

Accade altrettanto nella vera scrittura: la parola, come una preghiera senza referente, proietta in una dimensione assolutamente nuova, non riconducibile a nulla di conosciuto; è la medesima solitudine silenziosa del maratoneta.

A questo punto si potrebbe domandare: ma perché si scrive? E perché si corre una maratona?

“Attraverso il sacrificio del corpo il maratoneta espone la propria presenza su un limite. Un limite dove si può perdere l’orientamento e dimenticarsi di chi si è. Il sacrificio del corpo non è che una tecnica, una procedura per mettere a dura prova l’identità individuale. Il rito che si compie è un sacrificio dove la vittima è l’io”, p. 39.

Dunque si corre una maratona, così come si scrive, per sacrificare l’io. Ma non perché spinti da motivazioni nichilistiche, quanto piuttosto perché l’abbandono della prospettiva individuale mette in comunicazione con un senso, con un ritmo ulteriori: “Non ci si concentra su una distanza proiettandosi nel futuro ma si cerca di sintonizzarsi su una frequenza in cui tempo e spazio sono compresenti. È come inserirsi in un flusso continuo e farsi trasportare”, p. 55; “Correre una maratona è inserirsi in un flusso costante di pulsazioni ritmiche”, p. 56.

Inoltre, l’azione di scrivere e quella di correre una maratona (laddove, naturalmente, esse non siano compiute nella speranza di ricevere in cambio un avanzamento economico o sociale) sono fatiche senza ricompensa, percorsi senza approdo; poggiano sulla gratuità: “Correre una maratona, accordarsi a un flusso ritmico costante, è come correre stando fermi, non andare da nessuna parte, come una corsa immobile. Un’immobilità che si muove senza andare in nessun luogo, che non deve raggiungere. […] Il segreto per fare una maratona è diventare un corpo che corre all’interno di un flusso perpetuo e ridondante: andare senza andare”, p. 57.

Il rapporto col mondo, allora, per lo scrittore come per il maratoneta, smette di essere utilitaristico: “Correre una maratona è sentire l’aperto di fronte a sé. Una distanza troppo grande per essere vista, e che va immaginata. […] Uno spazio vuoto, in cui la città non esiste più, solo volumi, materia informe, senza nome. Solo l’azione della corsa farà emergere una relazione con le cose che darà consistenza alla realtà e che risuonerà in una sensazione di consapevolezza ampliata e sistemica”, p. 63.

Chi semplicemente attraversa un luogo (quindi senza desiderio di possesso né di strumentalizzazione) compie la più naturale eppure la più scandalosa delle adesioni: quella del proprio ritmo al ritmo dell’universo; ritmo, quest’ultimo, che esiste da ben prima dell’uomo, e che domanda solo di essere seguito: “i maratoneti cercano un loro ritmo. Tentano una coordinazione con un ritmo più grande. È come se quel movimento fosse lì presente da sempre e solo in virtù della maratona si materializzasse”, pp. 118-9.

 

Queste righe sono debitrici della lettura di Lungo lento. Maratona e pratica del limite di Paolo Maccagno (Quodlibet), da cui sono tolte tutte le citazioni.

 
 
 

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