Abolire il carcere

 
 
 

Pubblicato dalla casa editrice Chiarelettere nel 2015, Abolire il carcere è un libro che fin dal titolo formula una proposta chiara e necessaria: sopprimere il regime carcerario.

Senza mai ridurre la problematica a facili slogan o a banali giochi delle parti, e con un buon equilibrio tra narrazione e documentazione, gli otto capitoli che compongono il volume sono curati da quattro autori che della questione affrontano diversi aspetti.

In Perché osare è possibile, che apre il saggio, Luigi Manconi evidenzia Abolire il carcere_Manconicome l’identità tra pena e carcere non sia sancita dalla Costituzione italiana (“«le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»”, p. 13), ma sia da attribuire alle leggi ordinarie. Il carcere, ricorda Manconi, è una struttura rigida che non solo crea le condizioni per un aumento dell’attività criminale ma affligge anche il detenuto; tale degradazione si dà, allora, come vendetta, all’interno di una dimensione della pena intesa in senso retributivo, fino ai limiti della violenza istituzionale che culmina nel recare la morte del prigioniero.

Il secondo capitolo, Il carcere non è sempre esistito, curato da Stefano Anastasia, regala una sintetica ma puntuale rassegna storica della pena detentiva. Fino all’inizio dell’età moderna il carcere non è il “luogo di esecuzione delle pene” (p. 16) né vanta la centralità che gli si attribuisce oggi nel sistema penale. Molto interessante leggere come la nascita delle prime istituzioni detentive (le case di correzione in Inghilterra e in Olanda) si fondi sull’educazione e lo sfruttamento della forza lavoro di contadini inurbati.

Da modalità di controllo del vagabondaggio, superate le pene corporali, la punizione nel contesto della filosofia giuridica illuminista del XVIII secolo si farà poi corrispondenza temporale tra il reato e la pena e tentativo di nuove forme di rieducazione efficaci e utili alla produttività sociale.

Se già in Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria si manifestava “l’idea che si potesse fare a meno della pena di morte” (p. 18), non è forse il caso, suggerisce Anastasia, di sperimentare ora “nuove forme di composizione dei conflitti e di risarcimento dei danni da essi provocati” (p. 17), anche alla luce delle battaglie compiute per l’abolizione delle istituzioni totali, delle quali l’opera di Franco Basaglia è un chiaro esempio?

Valentina Calderone in L’intollerabilità della prigione, La violenza dentro e Le inutili galere si sofferma quindi sulla realtà del carcere in Italia ai giorni nostri, indagando sulle condizioni di vita al suo interno, su violazioni e soprusi tra le mura a danno dei detenuti e sottolineando, proprio a partire da ciò, la necessità di mettere in pratica differenti misure di sanzione. Insieme alla riflessione sui dati che riguardano l’alto tasso di recidiva e i costi di gestione in rapporto alla quotidianità dei detenuti, in queste pagine ci viene poi fornita la testimonianza di violenze, di abbandono, di disumanità, di omertà, di rimozione e negazione dei disagi tra le mura di tali istituzioni.

Il capitolo sesto e settimo, Invece del carcere e Decalogo per l’abolizione immediata del carcere, redatti da Federica Resta, descrivono le possibili alternative alla prigione, già in vigore in altri paesi, quali le semidetenzioni, la pena a casa e la libertà in prova, le prestazioni patrimoniali, ecc., nonché avanzano proposte che riguardano la legislazione in materia (l’abolizione dell’ergastolo, la riduzione del sistema penale, ecc.).

A cura di Stefano Anastasia e Luigi Manconi è, infine, l’ultimo capitolo, Perché nessuno (nemmeno Berlusconi) deve andare in galera, in cui si osserva la condizione di minorità e di spersonalizzazione del carcerato, attraverso il racconto del suo ingresso nell’istituzione e della sua giornata tipo.

L’acuta postfazione di Gustavo Zagrebelsky, che conclude Abolire il carcere, consente di riflettere inoltre sul rapporto tra la società e l’immagine che essa ha del male.

Il carcere si presenta infatti come il luogo dove collocare il male con certezza, se il male è lì dentro non può essere fuori, in me, ed è lo spazio chiuso dove l’altro – non visto – esiste in quanto oggetto, di cura e di custodia.

Scrive un detenuto del carcere di Marassi: “Due porte carraie si chiudono, sei in un altro mondo. Il mondo dei sassi. Io sono un sasso” (Dato il posto in cui ci troviamo. Racconti dal carcere di Marassi, a cura di Claudio Bagnasco, Il Canneto Editore, Genova, 2013, p. 80).

 
 
 

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